
Qualche giorno fa pensavo: Giovanni Allevi, il Richard Clayderman degli anni 2000.
Poi mi sono corretto. Perché almeno Clayderman faceva onesta musica da tappezzeria.
Giovanni Allevi è per la musica contemporanea un po' quello che Eric Clapton è per il blues.
Eric Clapton prende la musica potente, ruvida, viscerale, di Robert Johnson, Muddy Waters, Freddie King, Buddy Guy, e la trasforma in un prodotto adatto a un pubblico borghese: educato, risciacquato, smussato, senza spigoli né asprezze. Un compitino corretto e calligrafico. Che ti arriva anche corredato dalla sua edificante storia di caduta e redenzione dalla droga.
Clapton viene invocato come genio della sei corde, molto più di tanti altri chitarristi più bravi e importanti di lui: John Mayall, Jimmy Page, Jeff Beck, Duane Allman. Viene addirittura paragonato a Hendrix (esagerati...).
Giovanni Allevi prende quella che lui crede essere la “musica contemporanea” e la avvolge in una confezione da Baci Perugina. Lo completa con la caricatura del “genio”, così come lo se lo immagina la casalinga di Voghera: uno un po' strambo, scarmigliato, che magari esce di casa con i calzini spaiati e per strada dà di capo nei muri perché guarda gli uccellini e le nuvolette. Però un bravo ragazzo, timido, garbato. Gli daresti una pacca sulla spalla.
E ha successo, pur essendo mediocre. O forse proprio per questo.
Però qualche differenza c'è.
Clapton è un bravo musicista. Allevi una mezzasega.
Clapton il blues, quando vuole, lo sa suonare davvero. Allevi la musica contemporanea non sa manco dove sta di casa.
Clapton fra cinquant'anni sarà ricordato per qualche bel disco. Allevi ce lo dimenticheremo tra cinque anni.