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domenica 27 marzo 2011

proporzioni


Alessandro Baricco : letteratura = Giovanni Allevi : musica


(sì, lo so, manca la x,
ma la soluzione c'è già: Midcult)

venerdì 29 gennaio 2010

epigoni


Antonio Scurati sulla "Stampa" di ieri.

Salinger e il suo Holden appartengono a quella rara specie di animali volatili, aerei ed eterei, a quella rara genia di sublimi acrobati dell’inconsistenza che brilla per un istante di luce incerta tracciando una scia da cometa tossica. A noi, alle creature che rimangono a terra, passato l’istante, ci lasciano soli di fronte a un cielo se possibile ancora più vuoto. Detto altrimenti: non ho mai trovato molti motivi per appassionarmi al Giovane Holden ma ho, invece, avuto numerose occasioni di soffrirne gli eredi. Certo, l’epigonia è da tempo un problema universale, e non si può imputare agli archetipi i loro epigoni, ma con i maestri della levità il problema degli epigoni si fa particolarmente pesante.


Se penso che uno degli epigoni di Salinger è Alessandro Baricco, mi viene da dare tutte le santissime ragioni a Scurati...

domenica 26 aprile 2009

recensioni in pillole 13: "Novecento"

Alessandro Baricco, “Novecento”, Feltrinelli 2008 (prima ed. 1994), 5 €, 62 pagg.

Non sto a raccontare le varie circostanze che mi hanno portato a leggere “Novecento”. Dico solo che includono alcune recenti letture di critica musicale relative al jazz, un articolo su Jelly Roll Morton che sto scrivendo, alcune discussioni su questo blog, una discussione su un altro blog relativa alla (per me bruttissima) versione cinematografica che ne fece Tornatore, e un'altra su un altro blog ancora, relativa alla parodia disneyana realizzata da Faraci e Cavazzano, peraltro in collaborazione con lo stesso Baricco.
Premetto che finora l'unico romanzo di Baricco che avevo letto era “Oceano Mare”, e l'esperienza non era stata delle migliori: anzi, per dirla tutta, una delle peggiori sòle della mia vita. Per essere precisi, dovrei anche premettere che “rileggo” “Novecento”, ma la lettura che gli diedi, una dozzina d'anni fa, fu talmente superficiale e frettolosa che non mi è rimasto praticamente nulla.
Come sempre, ho cercato di leggere senza preconcetti. E fra i preconcetti va inclusa anche la mia personale insofferenza per lo stile di Baricco, con quello stillicidio di frasette asmatiche in simil-parlato che mi sanno tanto di affettazione, magari con qualche “cazzo” o “fottuto” qua e là, che fa sempre simpatico. È una mia idiosincrasia, e prendetela per quel che è; però devo ammettere che qui quello stile funziona molto meglio che altrove.
Ho cercato di non trasporre sul libro l'irritazione che mi aveva suscitato il film, e in ciò sono stato aiutato dal fatto che nel libro la musica suonata da Danny Boodman T. D. Lemon Novecento non si sente, e ognuno può immaginarsela come vuole, il che costituisce un indubbio vantaggio del libro sul film.
Ho cercato anche di non considerare il fatto, abbastanza lampante, che Baricco non capisce una mazza di jazz, a parte qualche luogo comune riciclato da chissà quale bignamino (il blues, i campi di cotone, i bordelli, fino al famigerato “se non sai che cos'è, allora è jazz”, di cui ho già parlato più volte). Però la scena con Jelly Roll Morton, nel libro, è molto meno offensiva che nel film, dove il povero Morton è definito senza mezzi termini “un coglione” e viene “sconfitto” da un volgare sbatacchiatore di pianoforti.
Alla fine, quel che mi è rimasto di “Novecento” è una bella storia, che si fa leggere con piacere. Di Baricco si può dire tutto il male possibile, ma una cosa va riconosciuta: è un affabulatore, e quando racconta sa come tenerti incollato alla pagina.

venerdì 3 aprile 2009

se non sai che cos'è...



"Il jazz è legato a un vuoto, a un'assenza. Faccio un esempio. Nel film di Giuseppe Tornatore La leggenda del pianista sull'oceano (tratto da Novecento di Alessandro Baricco) c'è una scena emblematica. A Southampton il trombettista Tim Tooney, in fila fra quanti sono in attesa di imbarcarsi sul transatlantico Virginan, a un certo punto estrae lo strumento e stupisce gli astanti con uno straordinario assolo. Allora dal ponte un ufficiale gli chiede: "Cos'è questa roba?", e lui risponde: "Boh, niente...". "Ah - dice l'ufficiale - se non è niente, allora è jazz", precisando poi che quelli in alto, cioè i viaggiatori di prima classe, lo gradiranno senz'altro. Ecco, questo 'niente' [...] rimanda tanto alla presunta futilità del jazz quanto alla sua eccentricità. E il fatto che "quelli in alto" lo gradiscano allude all'incanaglimento auricolare a cui essi, solo per un po', il tempo di un viaggio, potranno liberamente abbandonarsi, allude cioè al godimento proibito che può procurare quella musica venuta 'dal basso'.

La sua lettura è molto interessante, anche se personalmente ho qualche riserva sul lavoro di Baricco, in cui mi sembra traspaia una sottile forma di razzismo...

Può darsi. Tuttavia in quelle pagine viene in evidenza il tema dell'alterità del jazz e nel jazz. Che il protagonista sia bianco mi sembra simbolizzare bene il fatto che si tratta di una musica in cui i ruoli si modificano, in cui si riattualizza l'altro nello stesso, si mescolano il bianco e il nero, come nella tastiera del pianoforte del protagonista...".

(Intervista all'antropologo Jean Jamin, da Giorgio Rimondi, Il suono in figure. Pensare con la musica, Scuola di Cultura Contemporanea Mantova, 2008, pag. 229).