Visualizzazione post con etichetta film. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta film. Mostra tutti i post

martedì 5 gennaio 2016

visioni - "Uomini e lupi", ovvero: vai per lupi e acchiappi Silvana

Uomini e lupi (1957) di Giuseppe De Santis e Leopoldo Savona (Italia, 1957; colore, 102 min.); con Yves Montand, Silvana Mangano.

Il bello di dormire poco è che il 31 gennaio ti svegli presto e becchi film così, su RaiMovies.
Giuseppe De Santis, sì, è quello di Riso amaro e di Non c'è pace tra gli ulivi. La sceneggiatura è, fra gli altri, di Zavattini, Tullio Pinelli e Tonino Guerra. Quindi si capisce subito che cosa ci si può aspettare: neorealismo genuino ma un po' retorico, a tinte forti. E infatti.
Siamo nell'inverno del 1956, l'Italia è stretta nella morsa del gelo, con le famose nevicate un po' dovunque. In un paesino dell'Abruzzo, pastori e contadini lottano per salvare il bestiame dai lupi (siamo in era pre-ecologista: la belva è cattiva e va ammazzata, e poche storie; tanto per mettere le mani avanti...).
In paese arrivano due lupari: Giovanni, un uomo burbero e scontroso, con al seguito la moglie Teresa (Silvana Mangano) e il figlioletto Pasqualino; e Ricuccio (Yves Montand), un giovanotto aitante, dal carattere allegro e spavaldo, che odia le regole e ama la vita libera e vagabonda. Entrambi vengono assoldati da Don Pietro, il possidente locale, per dare la caccia ai lupi.
Ovviamente nasce subito una rivalità, anche perché Ricuccio ha messo gli occhi su Bianca, la figlia di Don Pietro, ma non nasconde una simpatia anche per la matura Teresa (e vorrei vedere: con la faccia della Mangano...).
Giovanni viene assalito dai lupi e muore, lasciando la moglie vedova e il figlio orfano. Ricuccio, da parte sua, riesce ad ammazzare il lupo e, un po' per senso di colpa un po' per altri facilmente intuibili motivi, decide di prendersi cura di Teresa e del bimbetto. Peccato che Bianca non voglia rinunciare al bel fustacchione...
Al di là della vicenda decisamente melò, il film vive di una regia un po' anonima ma solida, delle suggestive inquadrature dei monti abruzzesi, di alcune scene efficaci e ben girate (una per tutte: l'assalto notturno dei lupi al paese) e delle riuscite interpretazioni della Mangano, dolente e misurata, e di Montand, che alterna sbruffoneria e commozione.

lunedì 28 dicembre 2015

visioni: il fragoroso Star Wars Episodio VII. Il risveglio della Forza

 Star Wars Episodio VII. Il risveglio della Forza (U.S.A., 2015, 135 min.), di J. J. Abrams. Con Harrison Ford, Mark Hamil, Carrie Fisher, Adam Driver, Daisy Ridley, John Boyega, Oscar Isaac, Lupita Nyong'o, Andy Serkis.

Dunque, finalmente l'ho visto pure io, l'ultimo Star Wars.
Volendo riassumere in breve le mie impressioni:
- è un capolavoro? no;
- è un film originale? nemmeno;
- è un remake del primo film? più o meno;
- è un film epico? no;
- ha buchi nella trama? sì (ma mai quanto quelli della prima trilogia, intendo quelli che oggi si chiamano Episodio IV, V e VI);
- è un film spettacolare che ti fa passare un paio d'ore senza rimpianti? sì.

In sostanza, mi trovo d'accordo con quanto ha scritto Roberto Recchioni:
Episodio VII [...] non si prende nessun rischio.
È il corrispettivo filmico di un nuovo disco dei Kiss o degli AC/D e da al pubblico esattamente quello che il pubblico vuole. È per questo che il film di Abrams sarà amato molto di più di quella imperfetta, rischiosa, sbagliata, odiata, seconda trilogia di papà Lucas.
Comunque sia e facendola breve, il film è godibile.
Con questo, voglio dire che il film non mi è piaciuto? Assolutamente no. Basta andare al cinema con le giuste aspettative. A me, Il risveglio della forza ha dato quel che mi aspettavo, ossia un prodotto piacevole e ben confezionato, che facesse divertire me e i miei bambini per un paio d'ore. Basta così. Si tratta di franchising, non di arte, e come tale va preso. Altrimenti, sarebbe come andare da McDonald's per fare un'esperienza gastronomica.
Critiche? Sì, un paio. Renzo Bossi a fare il cattivo proprio no; e la protagonista, un filino-filino di carisma (e, perché no?, di sex-appeal) in più ci stava bene.
Per il resto, l'ho visto, mi sono divertito e già sto cominciando a dimenticarlo.

(Se poi volete farvi due risate, leggetevi l'esilarante recensione a fumetti di Leo Ortolani.)

giovedì 19 novembre 2015

visioni: "Seminole"

Seminole (U.S.A., 1953, colore, 87 min.), di Butt Boetticher, con Rock Hudson, Anthony Quinn, Barbara Hale, Richard Carlson, Lee Marvin

Budd Boetticher (1916 - 2001) era famoso perché gli davi quattro soldi e una manciata di bravi attori e lui ti tirava fuori un bel western di cassetta. La sua collaborazione più fortunata fu quella con Randolph Scott, negli anni Cinquanta. Roba che all'epoca era considerata commerciale e che invece oggi è guardata come esempio della Hollywood degli anni d'oro.
Questo Seminole prende spunto da una delle prime e più cruente (ma quale non lo fu?) tra le "guerre indiane", quella che fra il 1835 e il 1842 vide protagonista l'omonima tribù, stanziata nelle impenetrabili paludi della Florida e capeggiata dal leggendario Osceola, un meticcio che guidò la strenua resistenza dei nativi contro l'esercito statunitense.
Il film, come d'uso all'epoca, romanza parecchio la storia (le circostanze della morte di Osceola, ad esempio, sono interamente finzionali), introducendo il personaggio del tenente Caldwell (Rock Hudson), un onesto sottufficiale che cerca la pace con gli indiani di Osceola (Anthony Qinn, in una delle sue tipiche parti da pellerossa), osteggiato però dal suo crudelissimo superiore, il maggiore Degan (Richard Carlson), guerrafondaio e odiatore degli indiani, convinto della necessità di sterminarli tutti, fino all'ultimo. Ovviamente c'è di mezzo anche la storiona d'amore che non può mai mancare. Senza indugiare troppo in sinossi, il cattivo ufficiale dopo una serie di schermaglie riuscirà a far mettere sotto processo il suo sottoposto con una falsa accusa di omicidio e alto tradimento. A plotone d'esecuzione già schierato, egli sarà salvato con il più classico dei colpi di scena che conducono all'immancabile lieto fine.
(Va detto però che il film mostra un encomiabile sforzo di fedeltà storica, ad esempio nella ricostruzione dei pittoreschi costumi Seminole e delle uniformi militari, che a quel tempo si ispiravano ancora a quelle dei "dragoni" europei, senza i cappelloni western a cui siamo abituati).
Ma, al di là della trama, la forza del film sono le interpretazioni: un granitico Rock Hudson, un bravissimo Anthony Quinn che rende il tormento di un Osceola tragicamente diviso fra la fedeltà al suo popolo e l'amicizia con i bianchi, e persino un giovane Lee Marvin in una parte da comprimario. E poi la bellona, una sontuosissima Barbara Hale.
Tutto qui? No, il meglio è che, in totale controtendenza con l'epoca, il film parteggia dichiaratemente per gli indiani, presentati come vittime innocenti del malvagio ufficiale (anche se il vero eroe è pur sempre il buon ufficiale bianco). E c'è anche un'esplicita intenzione antimilitarista: bellissime ad esempio le scene in cui i soldati, con le loro linde e impeccabili uniformi, si addentrano sempre di più nelle paludi, fino ad arrivare fradici, infangati ed esausti al villaggio indiano, dove per di più saranno crudelmente beffati e sconfitti.
Bel filmone, insomma.

sabato 10 ottobre 2015

visioni: "La Mandragola", ovvero "poteva essere un decamerotico"

La mandragola (Italia/Francia, 1965, b/n), regia di Alberto Lattuada; con Philippe Leroy, Rosanna Schiaffino, Romolo Valli, Nilla Pizzi, Jean-Claude Brialy, Totò; 97 minuti (ma credo ne giri anche una versione con qualche minuto in più di scene tagliate)

E forse lo è, un decamerotico, per gli standard dell'epoca (il 1965). Perché gli scorci di gambe tornite, schiene nude, corpi avvolti in panni bagnati, insomma tutto quell'indagare della telecamera intorno alla sontuosa bellezza di Rosanna Schiaffino (una bellezza d'altri tempi, di quando la bellezza si misurava in morbidi rotolini di carne avvolti intorno alle ossa, e non in ossa a diretto contatto con la pelle), tutto quel voyeurismo, dicevo, era probabilmente il massimo di malizia che all'epoca ci si potesse permettere. E del resto la scena iniziale, con i clienti delle terme che sbirciano la sezione femminile attraverso un tramezzo forato, sarà replicata infinite volte nel trash anni Settanta, con gli Alvarovitali e i Linobanfi che sbavano di fronte alla Edvigefenech, Gloriaguida, Barbarabouchet o Michelamiti di turno.
Scherzi a parte, ciò che salva il film sono il tocco elegante di Lattuada (e di Luigi Magni, co-sceneggiatore), una messa in scena molto curata quanto a costumi e ambientazioni e una sfilata di belle caratterizzazioni: il Callimaco aitante di Philippe Leroy, il Ligurio simpaticamente canagliesco di Jean-Claude Brialy, il Nicia tutto sommato bonario di Romolo Valli, la pepata Lucrezia di Rosanna Schiaffino, e soprattutto lo strepitoso fra Timoteo di Totò, misuratissimo, sensibile, persino delicato, che in quella manciata di minuti in cui sta sullo schermo fa letteralmente scomparire tutti gli altri attori.
La trama è sostanzialmente quella della commedia di Machiavelli, con qualche scena aggiunta, qualche taglio e qualche aggiustamento indispensabile per passare al grande schermo.
Tutto sommato, una visione più che gradevole.

sabato 3 ottobre 2015

visioni: "Blue", un western-non-spaghetti.

Due occhi di ghiaccio (Blue), di Silvio Narizzano (U.S.A., 1968); con Terence Stamp, Joanna Pettet, Ricardo Montalban, Karl Malden; 90 min.

Ci sono molti elementi che traggono in inganno, in questo film: la data, il nome del regista, il titolo italiano, l'ambientazione tra bandidos messicani violenti e selvaggi. Insomma, si pensa subito al solito spaghetti western.
 E invece, dopo un po', ci si accorge che non è vero. Del resto, nonostante il nome il regista è canadese, e dopo i primi quindici o venti minuti il film si trasforma in qualcosa di diverso, un western più psicologico che non avventuroso.
Dunque: all'inizio c'è la classica banda di desperados messicani agli ordini di un pittoresco capobanda (ma guai a chiamarlo così: lui si considera un rivoluzionario) con sombrero e banderuola di proiettili a tracolla. Nella sua banda, oltre a un'infornata di figli, ce n'è anche uno adottivo: Azul (Terence Stamp), un gringo biondo e dagli occhi azzurri che è diventato il preferito del capo. Con comprensibile irritazione dei messicani.
Durante un attacco a una fattoria oltre il Rio Grande, Azul, in un improvviso empito di generosità, salva la figlia di un rancher che sta per essere violentata (Joanna Pettet, non bellissima ma di gran carattere). Poi, ferito gravemente, viene salvato dalla stessa ragazza che convince il padre, medico, a curarlo e a nasconderlo. Perché ovviamente, se i vicini lo scoprissero, gli farebbero volentieri la pelle.
Joanne, questo il nome di lei, rimane affascinata da Azul, che è una specie di selvaggio: irsuto, barbuto, violento, quasi animalesco, per i primi tre quarti d'ora del film non pronuncia neanche una parola, esprimendosi a sguardi e a gesti. Un po' alla volta, il rapporto con la ragazza scrosta la sua corazza di mutismo e finamente Azul (o Blue, come si fa chiamare adesso), pettinato, sbarbato e rivestito, si trasforma di nuovo in un essere umano.
Ovviamente, Blue e Joanne si innamorano; anzi, per la precisione vanno a letto insieme. Il padre, che si è affezionato anche lui, accetta la situazione. Decidono di farlo passare per un vagabondo che si è fermato a lavorare alla fattoria.
Altrettanto ovviamente, gli altri americani cominciano subito a sospettare; tanto peggio quando alla fattoria si presenta il padre adottivo di Blue, il bandido, che non ha mai smesso di cercare il figlioccio. A questo punto, al giovane si presenta una scelta drammatica: restare con la donna che ama, tradendo suo padre e sfidando l'ostilità dei paesani, oppure lasciarla per tornare con i vecchi compagni, i quali però ormai lo considerano un traditore?
Finalone drammatico, che non vi rivelo.
Non so perché, questo film è bistrattato dalle principali guide cinematografiche. Io l'ho beccato per caso, quest'estate, su non so più quale canale, la mattina presto. A me è piaciuto: mi è sembrato piuttosto originale e con delle belle prove degli attori, specialmente Stamp, che è bravissimo.

domenica 13 settembre 2015

visioni: "Scarface" (il primo), ovvero: mannaggia ai censori

Scarface (Scarface. The Shame of A Nation) (U.S.A., 1932), di Howard Hawks; con Paul Muni, Ann Dvorak, Osgood Perkins, Karen Morley, Boris Karloff; 95 min.

Mannaggia alla commissione Hays. Sì, quel gruppo di pruriginosi puritani che negli anni Trenta si misero in testa di misurare il numero dei morti ammazzati, la durata dei baci e la lunghezza delle gonne indossate dalle attrici. Senza di loro, questo capolavoro di Hawks sarebbe stato ancora più grande.
La trama è l'archetipo del gangster movie: Tony Camonte, bandito feroce e spietato, riesce a farsi strada con la violenza e il tradimento. Da semplice gregario, diviene il braccio destro del capo, quindi gli fa le scarpe, gli soffia la donna e infine lo fa fuori. Ma, all'apice della sua ascesa, lo tradisce la passione morbosa e possessiva, al limite dell'incesto, che nutre per sua sorella Ceska. Per gelosia, Tony uccide il suo migliore amico, poi si barrica nella sua casa blindata e finisce ammazzato dalla polizia. Ci sono tutti gli elementi topici del genere: sparatorie, inseguimenti in automobile, belle pupe senza scrupoli, mitra Thompson e così via.
La commissione Hays, si diceva. L'omonimo codice di condotta venne redatto nel 1930, ma entrò pienamente in vigore solo nel 1934. Quando il film venne girato, la commissione fece pressione perché Hawks riducesse le scene di violenza e modificasse alcuni dei personaggi. Ad esempio la madre di Tony, che nella sceneggiatura originale lo amava ciecamente, qui diventa una pittoresca e lamentosa paesana che maledice il figlio gangster. I censori imposero anche un nuovo finale: invece di un Tony che, grandiosamente folle, va sprezzante incontro alla morte, Hawks dovette trasformarlo, in extremis, in un vigliacco che chiede pietà piagnucolando. Non ne sono sicuro, ma sospetto che anche le scene dei colloqui tra poliziotti e giornalisti (con i primi che accusano i secondi di glorificare i gangsters e farne degli eroi) siano un parto della commissione, che impose persino il sottotitolo moraleggiante (“la vergogna di una nazione”). Per fortuna si salvò la sottotrama incestuosa con Ceska, uno degli elementi di maggior fascino del film.
Nonostante ciò, si tratta – come già detto – di un vero capolavoro, girato con stile secco e implacabile. Un classico.
Per curiosità: il protagonista è pesantemente ispirato ad Al Capone e molti episodi sono ripresi da fatti di cronaca realmente accaduti (uno fra tutti: la strage di San Valentino). Pare che Capone avesse molto apprezzato il film, al punto da possederne una copia personale.
Insomma: i boss dei casalesi che si costruivano le ville in stile Tony Montana non si sono inventati un bel niente.


lunedì 31 agosto 2015

visioni - noterelle sparse su "Un uomo da marciapiede"

Un uomo da marciapiede (Midnight Cowboy), di John Schlesinger (U.S.A., 1969); con John Voight e Dustin Hoffman; 113 min.
(Premio Oscar 1969 come miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura non originale).

Punto primo: la circolarità.
Il film si apre con un Joe Buck smagliante, bardato con le sue giacche a frange e le sue camicie ricamate, che prende il Greyhound per New York. Si chiude con un Joe Buck terrorizzato, in un'anonima camicia a quadri giallo canarino, che sorregge il cadavere dell'amico mentre l'autista del Greyhound rassicura i passeggeri che tutto è a posto e li porta verso il mare di Miami.
Già questo sarebbe da Oscar.

Punto secondo: l'Oscar.
Nel 1969, vince l'Oscar (tre Oscar!) un film cupo, sardonico, pessimista, per di più classificato come X-Rated (solo per adulti), che per la maggior parte si svolge in baretti lerci, appartamenti luridi infestati dagli scarafaggi, strade urbane popolate di reietti, e che insomma è una caustica negazione del Grande Sogno Americano.
O tempora! O mores!

Punto terzo: il doppiaggio.
Ecco, non per dire che io, sì, insomma, so le lingue, ma il film l'ho visto in inglese (con i sottotitoli pure in inglese). Ed è tutto un altro pianeta.
Nel doppiaggio italiano, a parte il fatto che ovviamente si perde il marcato accento texano di Joe,  ma Ferruccio Amendola (pace all'anima sua) regala a Hoffman/Ratso un petulante accento pseudonapoletano, fin troppo tracotante e sicuro di sé. E la voce, in fin dei conti, è sempre quella di Ferruccio Amendola: se chiudi gli occhi non vedi Hoffman (o De Niro, o Stallone), vedi Ferruccio Amendola. Dustin Hoffman, invece, si inventa una vocina chiocchia, sottile, nasale (veramente da “ratto”), che ispira allo stesso tempo fastidio e pietà.
La prova di Hoffmann è immensa. Intendiamoci, anche Voight è bravissimo nel caratterizzare questo braciolone che parte alla conquista del mondo e si becca solo mazzate sulla testa, ma Hoffman – ripeto – è su un altro pianeta.

Punto quarto: l'omosessualità.
Nel 1969, l'omosessualità è una cosa che si fa di nascosto, in cinema di quart'ordine, in topaie sgangherate, e i gay sono studentelli frustrati con gli occhiali a fondo di bottiglia, o ripugnanti vecchiardi con manie sadico-religiose.Il linguaggio stesso è apertamente omofobico: jackies, faggots, tuttifrutti (non so come siano stati resi in italiano).
Altri tempi (per fortuna).

(Ah già, la trama: ma quella, presumo, la saprete tutti.
Il ragazzone Joe Buck sbarca a New York, convinto che lì tutte le donne cadranno ai piedi dello stallone texano con gli stivali e la giacca a frange. Invece si trova a far combriccola con Rico “Ratso” Rizzo, ladruncolo da quattro soldi, truffatore, e per di più tisico, che nel suo appartamento abusivo sogna di rifarsi una vita sotto il sole della Florida. Ecco, direi che la trama più o meno è tutta qui. Basta e avanza.)

domenica 8 gennaio 2012

visioni 7 - "Brisby e il segreto di Nimh"

Brisby e il segreto di NIMH (animazione, USA, 1982), regia di Don Bluth, durata 82 min.

Non prendetemi per un misoneista: apprezzo l'animazione digitale, quando è fatta bene (tanto per citare un esempio, “Mosters & Co.” è uno dei film più belli che abbia visto negli ultimi anni, e non mi riferisco soltanto ai film d'animazione). Però, quando vedo un cartone realizzato tutto a mano, come se ne facevano ai vecchi tempi, scusatemi ma un po' mi commuovo.
“Brisby” ce l'avevo su un vecchissimo e ormai inguardabile VHS. Ho rimediato tramite vie webbiche che preferirei non specificare. Si tratta di una delle prime opere di Don Bluth, fuoriuscito disneyano di cui questo credo sia il lavoro più famoso.
Ora, una provocazione: guardate questa meraviglia e poi provate a venirmi a raccontare che i cartoni sono roba per bambini. A parte lo splendore grafico, che a mia notizia nessun computer ha ancora eguagliato, si tratta di una storia con risvolti serissimi, con cattivi che sono davvero cattivi, con un sottotesto politico-sociale neanche tanto implicito.
Detto in breve: c'è una famiglia di topini, i Brisby appunto, che abitano in mezzo a un campo. Mamma e figlioletti, perché il padre è scomparso per motivi che si apprenderanno solo più avanti. Però c'è un problema: uno dei topini è ammalato e non si trova la cura, e per di più la famiglia di lì a poco dovrà sloggiare dalla tana, causa imminente aratura.
Dopo varie peripezie, l'indomita signora Brisby si decide a chiedere aiuto alla misteriosa colonia di ratti che abita nel sottosuolo della fattoria. E lì scoprirà un mondo del tutto inaspettato: una vera e propria città sotterranea, costruita da animali diventati intelligentissimi in seguito a un esperimento scientifico (il NIMH cui allude cripticamente il titolo è il laboratorio dove avviene il fattaccio). E scoprirà anche di avere un legame con questi ratti, di cui lei era del tutto inconsapevole. Ovviamente, non tutto andrà per le lisce, perché tra i ratti c'è il solito cattivone che trama nell'ombra. E qui mi fermo per non rivelare troppo.
Una storia che sa dosare abilmente i momenti comici (tra cui quelli con una buffa cornacchia in cerca d'amore) e quelli drammatici, persino cupi e inquietanti. Aggiungo anche che, personalmente, un altro titolo di merito per il film è l'assenza delle insopportabili canzoncine che appestano la maggior parte delle produzioni Disney.
Ripeto: non vorrei fare la figura del laudator temporis acti, ma se ne fanno più, di film così?

mercoledì 4 gennaio 2012

future visioni (già che siamo in vena di cataloghi...)


Sapete come sono i dialetti, no? Ci sono quelle parole così espressive, quasi intraducibili...
Nel mio dialetto, ad esempio, esiste il verbo "scavutà". Che significa più o meno "rovistare, frugare", ma il senso è più forte, un po' come "buttare tutto all'aria mentre si cerca qualcosa".
Dunque, qualche giorno fa mi sono messo a scavutare nel mobiletto sotto la TV, alla ricerca di non so più cosa, e mi sono accorto che nei mesi (anzi, negli anni) vi si erano accumulate cataste di DVD e di VHS (sì, li ricordate i VHS? quegli oggetti che, nell'albero dell'evoluzione tecnologica, vengono un po' dopo il grammofono). Per la maggior parte, roba mai più vista e che mi ero persino dimenticato di possedere; molti risalgono a un folle periodo della mia vita in cui, preso dall'ebbrezza del file-sharing, scaricavo dal web a tutto spiano (al secondo-terzo virus, mi sono fermato).
Io ho reagito come reagisco sempre in questi casi: mi sono messo giù e ho fatto un elenco. Poi ho diviso quelli già visti (da portare in garage) da quelli da vedere/rivedere. Di seguito, riporto quelli che rientrano nella seconda categoria, in ordine rigorosamente casuale; vale a dire: nell'ordine in cui li ho tirati fuori.
Considerando che sono circa un centinaio di film, e che difficilmente riuscirò a vederne più di 3-4 al mese, direi che ho materiale per i prossimi tre o quattro anni almeno.
Consigli per cominciare?

DVD (o file masterizzati) - 72
R. Clement, Delitto in pieno sole
J. Arnold, Il mostro della laguna nera
Dino Risi, Anima persa (con V. Gassman, C. Deneuve)
J. Arnold, Destinazione Terra
Don Siegel, L'invasione degli ultracorpi
A. Penn, Furia Selvaggia – Billy the Kid
L. Olivier, Enrico V
V. De Seta, Banditi a Orgosolo
G. Tornatore, Il camorrista
D. Risi, Il gaucho
C. Eastwood, Lettere da Iwo Jima
F. Rosi, I magliari
C. Eastwood, Gli spietati
Scorsese, New York New York
Kurosawa, La sfida del samurai
E. von Stroheim, Femmine folli
Chaplin, Luci della città
Tarkovski, Andrej Rublev
M. Carné, Les enfants du Paradis
G. Hill, Butch Cassidy (con Paul Newman e Robert Redford)
M. Ritt, La lunga estate calda (con Paul Newman)
F. Rosi, Uomini contro
M. Carné, Il porto delle nebbie
M. Leroy, Io sono un evaso
Ferreri, Il seme dell'uomo
Bellocchio, La visione del sabba
Wenders, Nel corso del tempo
Herzog, Aguirre furore di Dio
Rossellini, Agostino
Rossellini, Socrate
Rossellini, Blaise Pascal
Rossellini, Il medioevo - 5
Rossellini (e altri), Dov'è la libertà? (con Totò)
The Beatles, Yellow Submarine
H. Nilsson, The Point
Ferreri, Chiedo asilo
Rosi, Le mani sulla città
G. Jennings, Guida galattica per autostoppisti
Bunuel, Un chien andalu
Oshima, Furyo (Merry Xmas Mr. Lawrence)
Tarkovski, Stalker
Altman, Quintet
Allen, New York Stories
Malick, I giorni del cielo
S. Fuller, Il grande uno rosso
Godard, Fino all'ultimo respiro
K. Freund, La mummia (con Boris Karloff)
Forman, Ragtime
Avati, Noi tre
Girard, 32 piccoli film su Glenn Gould
Monty Python, Il senso della vita
F. Miller, 300
Vadim, Barbarella
Dreyer, Vampyr
Camus, Orfeo Negro
Miyazaki, Nausicaa della valle del vento
Miyazaki, Il castello errante di Howl
Otomo, Akira
Lizzani, Lo svitato
F. Mari, Cenere (con Eleonora Duse)
Blasetti, La cena delle beffe
Blasetti, La corona di ferro

VHS - 25
Pasolini, Teorema
F. Maselli, Storia d'amore
Odissea (sceneggiato TV – 8 cassette)
Kurosawa, Il trono di sangue
Ingmar Bergman, Il posto delle fragole
Ingmar Bergman, Sinfonia d'autunno
Moretti, Palombella rossa
Zhang Yimou, La storia di Qiu Ju
R. Martinelli, Porzus
Kieslowski, Film rosso
Ken Loach, La canzone di Carla
Ken Loach, Terra e libertà
G. Pontecorvo, La battaglia di Algeri
M. Antonioni, Deserto rosso
M. Ferreri, Marcia nuziale
N. Mikhalkov, Partitura incompiuta per pianola meccanica
R. Altman, Nashville
L. Bunuel, Il fascino discreto della borghesia
A. Kurosawa, Kagemusha
A. Kurosawa, Madadayo – Il compleanno
L. Malle, Milou a maggio
M. Bellocchio, Diavolo in corpo
L. Kasdan, Il grande freddo
S. Spielberg, 1941: Allarme a Hollywood

lunedì 14 novembre 2011

visioni - 6

La classe operaia va in Paradiso (1971) di Elio Petri, con Gian Maria Volonté, Mariangela Melato, Salvo Randone.
(DVD, 6 novembre)

Quanto durano quarant'anni? Un battito di ciglia nella storia dell'Universo, metà della vita di un uomo, un'eternità per una mosca. Quarant'anni fa in Italia si parlava di classe operaia, lotta sindacale, rivoluzione, alienazione, piattaforma di rivendicazione unitaria. Quant'è passato? Ere geologiche?
Un'era geologica fa, usciva questo film di Elio Petri.
Il protagonista è Lulù Massa (G. M. Volontè), operaio il cui unico obiettivo nella vita è produrre, produrre e produrre. Ha trentun anni e da quindici vive in simbiosi con la sua macchina; ha una famiglia disastrata: una convivente (M. Melato), un figlio adottivo a carico, l'ex-moglie divorziata con figlio e relativi alimenti, vita sociale limitata all'ipnosi televisiva serale e ai dialoghi con Militina (Salvo Randone), ex compagno di fabbrica ora rinchiuso in manicomio.
Lulù odia gli studenti di estrema sinistra che ogni mattina urlano slogan rivoluzionari di fronte alla sua fabbrica ed è odiato dai compagni che lo vedono come un servo dei padroni. Soffre di ulcera e di impotenza, coltiva fantasie sessuali sulla giovane collega notoriamente vergine: insomma, sta male e non sa nemmeno lui perché.
Fino al giorno in cui la sua amata macchina gli mozza un dito. Lì comincia per Lulù il risveglio. Prende coscienza della propria alienazione, si lancia in un disperato sciopero, ma la sua discesa agli inferi si fa sempre più precipitosa: viene mollato dalla compagna, licenziato dai padroni, abbandonato da tutti. Arriva alle soglie della follia.
Alla fine, reintegrato nel suo posto di lavoro, si consola profetizzando ai compagni il paradiso per tutti gli operai.
Il film è scandito dal ritmo frenetico e allucinato della fabbrica; la telecamera insegue un Volonté rabbiosamente grottesco nel suo calvario, filmandolo sul posto di lavoro, o in giro per una Novara gelida e nevosa, o nel suo squallido appartamento proletario zeppo dei simboli del benessere sognato e mai raggiunto.
Un'opera a volte sbilanciata, ma sempre spinta da un autentico e doloroso furore. Che fece incazzare un po' tutti, anche (e soprattutto) a sinistra.

venerdì 21 ottobre 2011

visioni - 5

Lo spaccone (The Hustler) (1961), di Robert Rossen, con Paul Newman, Jackie Gleason, Piper Laurie, George C. Scott (DVD, domenica 16 ottobre)

Sì, sì, lo so, non mi dite niente: è un classicissimo, un capolavoro, storia del cinema, ma come non l'avevi mai visto e bla bla bla. Ebbene no: confesso, non l'avevo mai visto. E, confessione per confessione, non ho mai visto un sacco di altri classici della storia del cinema. Che ci volete fare.
La storia è notissima. Eddie Felson*, un giovanotto imbattibile al biliardo, campa spennando i "polli" di passaggio nelle piccole sale di provincia. Ma il suo sogno è sfidare e sconfiggere Minnesota Fats, il campione d'America. Ed è sul punto di riuscirci, quando gli cedono i nervi: e perde.
Si riduce quindi a vivacchiare di piccole scommesse, ma conosce Sarah, un'outcast sbandata quanto lui, e se ne innamora. Sembrerebbe l'inizio di una nuova vita, specialmente dopo che un gruppo di teppisti, infuriati per essere stati truffati, gli spezza le dita; senonché Eddie finisce tra le grinfie del cinico Gordon, un giocatore professionista che vorrebbe inculcargli la sua perversa morale: conta solo vincere, contano solo i soldi; il resto, amore compreso, non vale niente.
Eddie dovrà imparare a sue spese che alcune cose non le ripaga nulla, neanche la vittoria, neanche i quattrini.
Che dire? Semplicemente che è un film perfetto. Trama tesa dall'inizio alla fine senza il minimo cedimento, regia (di Robert Rossen, uno di quei magnifici artigiani della Hollywood di una volta, ovviamente vittima del maccartismo) classica e impeccabile, dialoghi memorabili, un bianco e nero da sindrome di Stendhal. E soprattutto un cast di attori in stato di grazia: un Paul Newman di bellezza e bravura quasi imbarazzanti, che in più di un punto ha rischiato di dare brividi erotici persino a me; Piper Laurie nella parte della sfortunata Sarah; George C. Scott un viscidone da antologia; e Jackie Gleason nel ruolo-chiave della sua carriera.
Giusto una nota a margine. Nel 1961, Hollywood produceva un film così: drammatico, disincantato, pieno di personaggi emarginati e sconfitti, privo di un vero lieto fine; un'amara riflessione sul mito del successo. Oggi... lasciamo perdere.
O tempora! O mores!


(*) Com'è noto, Newman riprese il personaggio di Eddie Felson venticinque anni dopo, ne "Il colore dei soldi" (1986), con la regia di Martin Scorsese e, per partner, un Tom Cruise sulla buona strada verso il divismo. Vidi il film secoli fa e purtroppo non ne conservo quasi alcun ricordo. Rimedierò.

martedì 10 maggio 2011

visioni - 4


Non toccare la donna bianca (Touche pas à la femme blanche) (1974), di Marco Ferreri, con Catherine Deneuve, Marcello Mastroianni, Michel Piccoli, Philippe Noiret, Ugo Tognazzi, Alain Cuny, Serge Reggiani, Paolo Villaggio (108 minuti) (VHS, lunedì 2 maggio 2011)

Parigi, 1973. Il quartiere belle époque delle Halles è stato demolito per lasciar spazio a un progetto di rimodernamento urbano. Gli abitanti (in gran parte proletari e clochard) sfrattati; al posto delle loro case, è rimasto un enorme buco vuoto. E Marco Ferreri che fa? Non si lascia scappare l'occasione: li ingaggia tutti, li traveste da indiani e mette in scena, in mezzo al traffico e ai palazzoni della Parigi contemporanea, una dissacrante parodia della battaglia di Little Big Horn.
Marcello Mastroianni è un Custer idiota come di prammatica, Philippe Noiret un cinico generale, Ugo Tognazzi una buffonesca guida indiana che vorrebbe diventare un bianco, Catherine Deneuve (la "donna bianca" del titolo, of course, di una bellezza quasi imbarazzante) una candida infermiera innamorata di Custer, Paolo Villaggio uno strampalato antropologo (e agente CIA), Michel Piccoli un Buffalo Bill ridotto a un patetico cialtrone. Poi ci sono gli spregiuticati affaristi che vogliono costruire l'immancabile ferrovia, un ufficiale medico con l'hobby di impagliare indiani, un indiano matto e mezzo nudo, un trio di soldati canterini che segue costantemente Custer; e, onnipresente sullo sfondo, il sardonico sorriso di Nixon, che proietta sulla vicenda l'ombra inquietante del Vietnam.
Ferreri, che pure sta chiaramente dalla parte degli “indiani”, non risparmia neanche a loro qualche frecciata del suo feroce sarcasmo.
Forse non una delle sue opere maggiori, ma un divertissement folle e irresistibile.


domenica 3 aprile 2011

se fossi un genio



http://www.youtube.com/watch?v=0qcND5FJKTI

L'uomo scrive soltanto perché si tormenta, perché dubita, e perché deve continuamente dimostrare a sé stesso e agli altri che davvero vale qualcosa. Ma se sapessi con certezza di essere un genio, perché dovrei continuare a scrivere?

Andrej Tarkovskij, "Stalker"

lunedì 21 febbraio 2011

visioni - 3


Gran Torino (2008), di Clint Eastwood (116')
(DVD, domenica 20 febbraio 2011)

Lo so, ormai è di prammatica osannare l'ultimo Eastwood: di conseguenza, è anche very cool parlarne male. Però a me delle mode me ne frega assai poco, e se un film mi piace, mi piace, sennò ciccia.
Detto questo: io volevo vedere “Gli spietati”, solo che per qualche motivo nel dvd l'audio in italiano non funzionava, e il film era solo in francese o in inglese. Ora, con il francese manco ci provo; con l'inglese me la cavo discretamente, ma devo essere concentrato, ed è difficile concentrarsi mentre si stira (sì, ho passato il pomeriggio di domenica a smaltire un mucchio di panni da stirare, mentre la moglie stava dietro ai marmocchi). Quindi è andata con “Gran Torino”.
Venendo al film: Walt Kowalski (Eastwood) è un reduce dalla guerra di Corea, un uomo invecchiato male, burbero, xenofobo, nemico del mondo, tormentato dai ricordi della guerra. Da poco è rimasto vedovo, il suo quartiere si è riempito di asiatici, che lui disprezza. I suoi unici affetti sono un cane e una macchina sportiva, la Ford "Gran Torino" che dà il titolo al film.
Finché un giorno, per puro caso, Walt salva il figlio dei vicini, un adolescente timido e insicuro, dall'aggressione di un gruppo di teppisti. Diventa, suo malgrado, l'eroe della locale comunità di immigrati (si tratta degli Hmong, un'antichissima etnia diffusa tra la Cina e il Sud-Est asiatico).
Il rapporto tra l'uomo e il ragazzo è quello che ci si può aspettare: il ragazzo impara a diventare uomo, l'uomo esce a poco a poco dalla sua astiosa solitudine. Ma davanti a Walt tornano a pararsi davanti i fantasmi della violenza, imponendogli una scelta: restare schiavo del passato, oppure trovare una strada nuova.
Il finale, ovviamente, non si rivela, ma basti dire che è la più radicale negazione dello stereotipo del duro Callaghan-style, a cui Eastwood è associato. Un finale cristiano, nel senso più alto e più puro del termine.
Il film è asciutto, essenziale: sceneggiatura millimetrica, personaggi perfetti, interpretazioni senza una sbavatura, regia tanto più magistrale in quanto quasi invisibile. Un film morale senza mai essere moralista, commovente senza essere melenso, ricco di una sua sottile e sorniona ironia.
Dicevo che è très chic parlar male di Eastwood, ma io che posso farci? Un capolavoro è un capolavoro.

lunedì 17 gennaio 2011

visioni - 1 e 2


Quando arrivai a Perugia, nel novembre 1993, c'erano almeno cinque o sei cinema in centro o nelle immediate vicinanze, ai quali si aggiungevano una cineteca e vari cineforum. Io non sono mai stato un grande esperto di cinema, ma in quegli anni ero uno spettatore piuttosto assiduo; diciamo almeno un paio di volte a settimana, alternando roba più mainstream con bizzarrie di vario tipo. Quando, nell'inverno del 1998, cominciai a uscire con quella che sarebbe poi diventata mia moglie, trascinai anche lei - non saprei dire quanto contenta, comunque ci veniva.
Verso la fine degli anni '90 chiuse il Modernissimo, una saletta d'essai nascosta in un vicolo medievale proprio sopra Porta Pesa. Poco dopo, l'Ariston (due sale di fronte alla stazione) cominciò a proiettare film porno per poi chiudere; adesso al suo posto c'è una sala bingo. Seguì il Lilli, in piazza Partigiani. L'anno scorso hanno chiuso i battenti, non si sa ancora se in via provvisoria o definitiva, il Turreno (due sale, in pieno centro) e il Pavone, cinema-teatro storico, che si affaccia su Corso Vannucci.
Oggi sopravvivono lo Zenith, saletta di dimensioni medio-piccole rintanata in una discesa di Borgo XX Giugno, estrema propaggine del centro storico, e il Sant'Angelo, un teatrino a gestione comunale che ogni tanto proietta film. D'estate, ci sono un paio di rassegne all'aperto. In compenso, negli ultimi dieci anni hanno aperto due mega-multisala da una dozzina di sale ciascuno, entrambi completamente fuori dal centro storico, raggiungibili solo in macchina.
Nel frattempo, io mi sono laureato e ho lasciato il mio appartamentino da studente in Piazza Morlacchi, cuore della Perugia medievale, per trasferirmi sempre più in periferia. Poi abbiamo cominciato a lavorare, sia io sia mia moglie.
Risultato: non si va praticamente più al cinema, perché i due superstiti in centro sono complicati da raggiungere (questioni di parcheggio, soprattutto) e le due multisala proiettano quasi esclusivamente immondizia commerciale. Per un po' abbiamo supplito con VHS e DVD, ma tra il divano di casa e la stanchezza di una giornata in ufficio, il sonno piombava inesorabile.
Negli ultimi due o tre anni, con l'arrivo dei bambini, il lettore DVD è stato monopolizzato dai mostriciattoli, che con feroce ostinazione continuano a richiedere la visione sempre degli stessi cartoni (giuro che ormai sono in grado di recitare a memoria l'intero copione di Monsters & Co., L'era glaciale 1 e 2, Gli Aristogatti e Biancaneve e i sette nani). Nelle ore in cui i pargoli dormono, ne approfitto per lavorare.
Insomma, tutta questa tiritera per dire che tra i buoni propositi del 2011 ci ho messo anche quello di ricominciare a vedere un po' di film - buoni film, intendo, quindi la TV è esclusa a priori.
Vedremo se riuscirò a mantenerlo. Intanto, questi sono i primi due.

Gangster Story (Bonnie and Clyde) (1967) di Arthur Penn, con Warren Beatty, Faye Dunaway, Gene Hackman, Michael J. Pollard
(DVD, 7 gennaio)

La storia è ben nota.
Texas, primi anni '30. Bonnie Parker, ragazza di buona famiglia annoiata del suo lavoro di cameriera, incontra Clyde Barrow, fascinoso delinquentello di mezza tacca. E' amore a prima vista: Bonnie comincerà a seguire Clyde nelle sue imprese criminali. Quando, durante una rapina, lui uccide un uomo, i due entrano nella lista dei ricercati più pericolosi d'America. Per due anni lasceranno in tutto il Midwest una scia di rapine e di sangue; diventeranno idoli della stampa, che li trasformerà in un misto tra una coppia di amanti diabolici e una versione moderna di Robin Hood; e andranno infine incontro all'inevitabile morte violenta.
Arthur Penn (che, lo ricordo ai più distratti, ha girato robetta come Anna dei miracoli, Piccolo grande uomo, Furia selvaggia, Alice's Restaurant e si è spento qualche mese fa, a 88 anni) si prende parecchie libertà rispetto ai fatti storici: avvenimenti, nomi, rappresentazione dei personaggi (ad esempio, Bonnie e Clyde erano poco più che ventenni, quindi molto più giovani di come li si vede nel film) e costruisce un film che fa esplodere la tradizione del gangster-movie.
Violenza esplicita (la celebre, brutale sparatoria finale) mescolata con toni da commedia, fusione di realismo e lirismo, risvolti psicanalitici (l'impotenza sessuale di Clyde), montaggio sincopato e stile ispirato alla Nouvelle Vague (la sceneggiatura originale era stata offerta a Truffaut e a Godard).
Anche i protagonisti vengono demitizzati: Bonnie e Clyde sono due ribelli senza causa, due bambini fragili e violenti che giocano a fare i gangster. Ma, soprattutto, tutti i personaggi sono disperatamente soli, sradicati, sullo sfondo di una società senza eroi, in cui i buoni non sono migliori dei cattivi e in cui gli unici lampi di umanità arrivano dai dropouts, come i tanti contadini rovinati dalla Depressione e trasformati in vagabondi.
Candidato a nove Oscar, ne vinse due e diventò poi uno dei modelli per la New Hollywood degli anni Settanta. Fra i tanti attori giovani (Warren Beatty, Faye Dunaway, Gene Hackman) fa capolino anche un Gene Wilder al suo esordio cinematografico.

P.S.: tanto per curiosità, questi sono i veri Bonnie e Clyde e qui c'è la loro storia.

* * *

Un condannato a morte è fuggito (Un condamné à mort s'est échappé, ou Le vent souffle où il veut) (1956) di Robert Bresson.
(DVD, 9 gennaio)

Siamo in Francia, durante l'occupazione tedesca. Un membro della Resistenza è condotto in carcere in attesa della fucilazione. Con metodo e caparbietà, progetta ed esegue la propria evasione.
Una trama minimale per un film di assoluto rigore ed essenzialità. La recitazione è ridotta al minimo, i tempi sono dilatati, la sceneggiatura lascia programmaticamente fuori campo tutti gli avvenimenti più drammatici per concentrarsi esclusivamente sui personaggi e sul loro percorso interiore: la determinazione inflessibile del protagonista, il coro dei compagni di prigionia, la progressiva presa di coscienza del compagno di cella.
Anzi, in tutto il film la stessa tematica politica rimane molto sfumata (i tedeschi, ad esempio, compaiono a malapena in qualche scena marginale), dando al film un tono molto più universale, quasi metafisico, sottolineato anche dal sottotitolo francese ("il vento soffia dove vuole").
Un film di un'ora e mezza in cui non succede quasi nulla, in cui persino il finale è svelato già dal titolo, ma in cui la tensione non viene meno neanche per un secondo.
Capolavoro.

mercoledì 1 luglio 2009

fredde lacrime

Una delle cose che mi irrita di più nella critica sono gli aggettivi-tapis roulant: vale a dire quelle definizioni che vorrebbero veicolare in automatico un pacchetto di giudizi e valutazioni attraverso un'unica espressione linguistica, perlopiù un luogo comune o una frase fatta, risparmiando così al critico l'onere di trovarsi da sé le parole e di argomentare le proprie opinioni.
Una di queste espressioni è "algido": che in genere significa che una cosa, sì, è bella, elegante, formalmente perfetta, ma che si riduce sostanzialmente a un esercizio di stile privo d'anima.

Un film per il quale ho sentito spesso usare quest'espressione è "Tous les matins du monde", diretto nel 1991 da Alain Corneau e tratto da uno splendido, omonimo libro del 1987 di Pascal Quignard.
La trama, invero piuttosto esile, è incentrata sul rapporto tra due musicisti, entrambi realmente esistiti e vissuti tra il XVII e il XVIII secolo: Marin Marais (interpretato da Gérard Depardieu) e Monsieur de Sainte-Colombe (Jean-Pierre Marielle).
Entrambi furono maestri della viola da gamba, un meraviglioso strumento che stava a metà tra il violoncello e il contrabbasso e che cadde in disuso a partire dalla prima metà del Settecento (le ultime composizioni per viola da gamba le scrisse Bach, ma ai suoi tempi era già quasi un reperto archeologico).
Marin Marais, vissuto tra il 1656 e il 1728, fu un compositore di grande successo, per molto tempo attivo alla corte di Luigi XIV; di Monsieur de Sainte-Colombe, invece, non si sa quasi nulla: visse probabilmente tra il 1640 e il 1700 circa e fu considerato all'epoca il più grande esecutore di viola da gamba dei suoi tempi.
Probabilmente Marais fu allievo di Sainte-Colombe, ma il dato è dubbio, mancando i documenti. Libro e film ricamano sulle poche informazioni note, sviluppano il contrasto tra i due personaggi (Marais il musicista cortigiano, Sainte-Colombe il musicista-asceta, perso nella ricerca della perfezione), ma soprattutto cercano di ricreare, con le parole e con le immagini, le atmosfere dei quadri del Seicento: quelle ombre cariche di tenebra dalle quali le figure emergono con un rilievo abbacinante; i giochi di luce sui piatti di porcellana o sulle più umili verdure; l'amoroso studio dei riflessi su una brocca di vino rosso; la grana dei broccati e dei velluti.
"Film algido", si dice spesso. Ma, a parte il fatto che contribuì alla riscoperta della musica di Sainte-Colombe, e già non sarebbe un merito da poco, io ricordo che lo vidi al cinema quando uscì (avevo 16 anni) e ne rimasi folgorato, oltre che commosso fino alle lacrime.
E probabilmente nacque (anche) da lì la mia passione smodata per la musica barocca, passione alla quale ho cercato con scarso successo di iniziare mia moglie.

Tutto ciò nasce dal fatto che, per puro caso, ho scovato su YouTube qualche scena del film.
Questa che vi propongo ha per protagonista Sainte-Colombe che, dopo la morte dell'amatissima moglie, si è ritirato a vivere in una casa in mezzo ai boschi, con l'unica compagnia delle due giovani figlie. Mentre suona, da solo in una piccola capanna, la moglie gli appare (fantasma? allucinazione?), per poi svanire insieme alla musica.
E' per me un momento di pura poesia, rafforzato anziché indebolito dal preziosismo formale.
Le musiche sono eseguite dal grande Jordi Savall.
Buona visione e buon ascolto.