
Ormai sono un po' di anni che scrivo sui giornali. Una decina circa, credo.
Quando ho cominciato, il direttore del primo giornale su cui scrivevo (un piccolo foglio di cronaca locale, destinato soprattutto agli studenti universitari) mi aveva proposto di fare la tessera da pubblicista, poi smisi di collaborare prima di raggiungere i due anni necessari a fare la richiesta, e in seguito non ci ho pensato più. Quindi non sono né pubblicista, né tantomeno giornalista.
Per anni mi sono detto che ero felice di non appartenere alla stessa categoria di Emilio Fede, Gianni Riotta, Aldo Biscardi, Maurizio Mosca, Pierluigi Battista, Giuliano Ferrara, Mario Giordano per non parlare di altra gentaglia che è o è stata tesserata all'Ordine, come Italo Bocchino (
nomen omen), Giulio Andreotti e Loredana Lecciso (ebbene sì).
Oggi, dopo due settimane di servizi dall'Aquila in cui si è visto di tutto - pianti, lacrime, "grandi emozioni", nonnine salvate, cagnette salvate, bimbi partoriti nella tendopoli, matrimoni tra terremotati, persone a cui era appena morto un parente che si sentivano chiedere "come si sente in questo momento?", inviati che svegliavano la gente nelle macchine, che bloccavano i soccorsi per fare riprese, che litigavano con la gente che li scacciava dalle tendopoli, tutto, tutto, tranne uno straccio di servizio sulle vere responsabilità del disastro - dopo tutto questo, insomma, sono ancor più felice di non potermi dire giornalista.