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domenica 23 settembre 2012
happy birthday, John
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lunedì 19 dicembre 2011
autenticità
http://www.youtube.com/watch?v=kUzFbT5JT1M
Essere veri significa accettare l'esperienza, il mutamento, l'ibrido e l'impuro. Il jazz appare autentico a chi l'ascolta perché si percepisce chiaramente che esso si sottomette completamente al primato del corpo, del desiderio, dell'unità.
Se centrale è il processo significa che bisogna abbandonare l'idea di un'opera finita, conclusa, eterna. Gli stessi dischi vanno visti come parti di un progetto più complessivo, pezzi di un percorso che si completa con l'insieme degli atti sonori. Nel jazz idolatrare un singolo disco di un musicista significa applicare una categoria appartenente a un altro sistema di valori.
Se a essere centrale è il divenire, estremizzando il concetto, potremmo dire che il jazz si definisce nella sua incompletezza, nella sua eterna non-finitezza (quanti musicisti di jazz ritornano sempre, instancabilmente sullo stesso brano?).da Flavio Massarutto, Assoli di china. Tra jazz e fumetto, Stampa Alternativa 2011, pag. 117
sabato 19 settembre 2009
recensioni in pillole 30, 31, 32 e 33 - fumetti assortiti
Moujroum è il gatto di Abraham Sfar, un candido rabbino, e di sua figlia, la bellissima e irascibile Zlabya. Ma è un gatto particolare: pensa e parla come un essere umano ed è il miglior amico del suo padrone. Nel primo volume delle sue avventure lo avevamo visto aggirarsi per l'Algeria degli anni '20 e fare anche una capatina a Parigi. Qui ritroviamo tutti i personaggi, compresi il filosofo-ciarlatano Malka con il suo vecchio leone e il simpatico saggio islamico Mohammed Sfar (sì, si chiamano tutti Sfar, guarda un po'), e ne conosciamo altri, tra i quali un ebreo russo, diretto in Etiopia per cercare la Gerusalemme terrestre. Sfar, nato a Nizza nel 1971, rielabora i racconti e le leggende ascoltati da sua nonna, ebrea sefardita. Narra con la semplicità e l'abilità di un cantastorie e disegna con uno stile finto-naïf, che nasconde un attento studio delle atmosfere e delle espressioni. E soprattutto sa trasmettere, senza darlo a vedere, un messaggio di umiltà, rispetto per il prossimo e accettazione della vita in tutta la sua gioiosa diversità. Incantevole.
Bastien Vivès, Il gusto del cloro, Blackvelvet/That's Life 2009 (135 pp., € 18)
Sempre dalla Francia arriva Bastien Vivès, parigino, classe 1984. “Il gusto del cloro” è un libro minimale. I disegni sono ridotti a linee sottili e a campiture di colori puri, spenti: il bruno della pelle, il verde dell'acqua, poco altro (qui qualche esempio). E anche la storia è quasi nulla: un ragazzo va in piscina per curarsi la scoliosi, conosce una ragazza, ogni tanto si parlano, perlopiù nuotano e basta, per pagine intere; alla fine non succede niente; o forse sì. Però, questo quasi-nulla, Vivès lo impregna del senso della vita che scorre, di quelle piccole, impalpabili epifanie che le danno senso. Può affascinare o annoiare, a seconda dei gusti. A me è piaciuto.
Non è una biografia di Coltrane, e questo è un bene. Non solo perché la vita di Coltrane fu priva di elementi spettacolari o coloriti, e lui stesso fu una persona tranquilla, completamente dedita alla propria ricerca musicale e spirituale; ma anche perché la biografia è sempre a rischio di cadere nel banale didascalismo, quando non nella morbosità fine a se stessa. Parisi, invece, costruisce il libro su una serie di flash: episodi della vita di Coltrane, sequenze di lui che suona o che discute con colleghi e amici, titoli di dischi, ritratti di musicisti, dichiarazioni di critici, il tutto disposto senza alcuna consequenzialità cronologica, anzi con accostamenti inaspettati fra piani temporali diversi. Il tutto è organizzato in quattro parti, che corrispondono ai quattro movimenti di “A Love Supreme”. L'impostazione grafica è essenziale, rigorosa, priva di qualsiasi virtuosismo. Ne esce un bel ritratto di Trane, sobrio e appassionato.
Gipi, Esterno notte, Coconino Press, 2009 (110 pp. non
Lo ammetto, ho un problema. Il mio problema si chiama Gipi: ogni volta che vedo un suo libro, non sono in grado di lasciarlo sullo scaffale. Devo comprarlo. “Esterno notte” è la ristampa di un volume del 2003 e contiene cinque storie brevi, accomunate dalla tecnica: pittura ad olio su fondi preparati, con sovrapposti disegni a china, spesso su carta trasparente. L'effetto è straordinario, materico, di enorme suggestione. Consigliato a chiunque ancora dubiti che Gipi sia un GRANDE disegnatore. (Ah, a proposito: le storie sono, come sempre, geniali, lampi di vita crudi, violenti e pieni di poesia).
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venerdì 17 aprile 2009
sguardi

“No him, no me”
(Dizzy Gillespie, parlando di Louis Armstrong)
Il jazz vive di antitesi.
Colto, ma di origine popolare; improvvisato, ma anche scritto; nero, ma anche bianco; sofisticato fino allo stremo, ma viscerale quanto nessun’altra musica.
Ma forse l’antitesi fondamentale è quella fra tradizione e innovazione. Si dice spesso che il jazz ha fatto in cent’anni il cammino che la musica classica ha fatto in cinquecento: la frase è vera solo in parte, però di sicuro esprime bene la tumultuosa evoluzione di questa musica, che ha cambiato faccia almeno una volta per ogni decennio
Eppure, nessun musicista, nemmeno i più sperimentali e avanguardisti, rinuncia mai a citare il passato come la propria fonte di ispirazione più importante (anzi, più il musicista è “d’avanguardia”, più sembra legato al passato: basta pensare a Ornette Coleman o all’Art Ensemble of Chicago). Lo diceva bene Max Roach: “Io vedo il jazz come un grande fiume sempre in movimento, dunque ogni generazione può apportare qualcosa di nuovo. Tuttavia ogni generazione è in un certo senso obbligata a guardarsi alle spalle: quel che conta è la continuità col passato piuttosto che la rottura. Il jazz è una musica democratica, che tiene conto degli apporti individuali per arrivare a una creazione collettiva”.
Pensavo a tutto ciò osservando una foto di Charlie Parker in concerto.
Colto, ma di origine popolare; improvvisato, ma anche scritto; nero, ma anche bianco; sofisticato fino allo stremo, ma viscerale quanto nessun’altra musica.
Ma forse l’antitesi fondamentale è quella fra tradizione e innovazione. Si dice spesso che il jazz ha fatto in cent’anni il cammino che la musica classica ha fatto in cinquecento: la frase è vera solo in parte, però di sicuro esprime bene la tumultuosa evoluzione di questa musica, che ha cambiato faccia almeno una volta per ogni decennio
Eppure, nessun musicista, nemmeno i più sperimentali e avanguardisti, rinuncia mai a citare il passato come la propria fonte di ispirazione più importante (anzi, più il musicista è “d’avanguardia”, più sembra legato al passato: basta pensare a Ornette Coleman o all’Art Ensemble of Chicago). Lo diceva bene Max Roach: “Io vedo il jazz come un grande fiume sempre in movimento, dunque ogni generazione può apportare qualcosa di nuovo. Tuttavia ogni generazione è in un certo senso obbligata a guardarsi alle spalle: quel che conta è la continuità col passato piuttosto che la rottura. Il jazz è una musica democratica, che tiene conto degli apporti individuali per arrivare a una creazione collettiva”.
Pensavo a tutto ciò osservando una foto di Charlie Parker in concerto.
(continua su "La poesia e lo spirito")
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