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domenica 25 dicembre 2011

a (wicked) Xmas carol



Ecco, ci (ri)siamo: è Natale.
Dopo la tregua, in casa mia ri-deflagra l'eterno annuale conflitto: una moglie traboccante di entusiasmo natalizio, con tanto di alberi, presepi, addobbi e (orrendo) cd di Bing Crosby, e un marito ferocemente urticato da quel che considera niente più che kitsch, degno nemmeno di odio, ma tutt'al più di altezzoso disprezzo.
Con il tempo, siamo arrivati a un compromesso: io non partecipo agli addobbi natalizi, ma neanche vi interferisco, e soprattutto evito qualunque critica, verbale e non-verbale; in cambio, lei salvaguarda i miei spazi vitali minimi: lo studio e il bagno (sì, fosse per lei mi addobberebbe anche il bagno, compreso lo specchio dove ogni mattina devo necessariamente inquadrarmi per fare la barba).
Ma il culmine della viacrucis è la vigilia di Natale: feste, festeggiamenti e ritualità assortite a me stanno (pardon my French) pesantemente sui coglioni, in modo particolare quelle connesse ai regali. O meglio, i regali li faccio, se e quando voglio; ma i regali a scadenza prefissata, no grazie: il consumismo si alimenta benissimo già da solo. Da anni chiedo, supplico, imploro che non me ne vengano fatti: niente, è inutile, nessuno mi crede né mi accontenta. Da quando ci sono i bambini, sono costretto a reggere il filo della recita, fingere entusiasmo, simulare persino la fede nell'odiosissimo Babbo Natale.
Il giorno dopo, mattina di Natale, la tortura si ripete a casa di mia suocera, dove si riunisce tutta la torma dei parenti, adulti e bambini, a ognuno dei quali (maledetti!) vanno destinati uno o più regali, e ognuno dei quali (doppiamente maledetti!) me ne destinerà, inesorabilmente. Il tutto accompagnato da un coro cacofonico di urletti, risatine in falsetto, ringraziamenti e sbaciucchiamenti. Ai quali, ça va sans dire, io partecipo solo quel minimo indispensabile richiesto dalla convivenza civile. Spesso, quando la mia orsaggine emerge con più prepotenza, nemmeno quello.
Gli anni passati, mia moglie ci provava, si incazzava persino: ormai credo si sia arresa, povera donna. Si limita a scoccarmi qualche occhiata di disapprovazione, poi si reimmerge nella sua montagna di pacchetti da scartare.


http://www.youtube.com/watch?v=E406L1bdWBw

domenica 20 novembre 2011

la regola del duemila


http://youtu.be/z5Sr4ld3knQ

E' stato un attimo, una manciata d'anni. Diciamo tra il 1989 e il 1994.
Me lo ricordo: i muri cadevano, i ladri finivano in galera. C'era la sensazione che qualcosa potesse cambiare, sul serio.
Poi, il buio.
Lui, comunque, nel 1989 aveva già capito tutto.


Bambini venite parvulos

Nessun calcolo ha nessun senso dentro questa paralisi,
gli elementi a disposizione non consentono analisi
e i professori dell'altro ieri stanno affrettandosi a cambiare altare,
hanno indossato le nuove maschere e ricominciano a respirare.

Bambini venite parvulos, c'è un'ancora da tirare,
issa dal nero del mare, dal profondo del nero del mare,
che nessun calcolo ha nessun senso, e poi nessuno sa più contare.

Legalizzare la mafia sarà la regola del Duemila,
sarà il carisma di Mastro Lindo a regolare la fila
e non dovremo vedere niente che non abbiamo veduto già:
qualsiasi tipo di fallimento ha bisogno della sua claque.

Bambini venite parvulos, c'è un applauso da fare al bau bau,
si avvicina sorridendo l'arrotino col suo know-how,
venuto a vendere perline e a regalare crack.

Sabbia sulle autostrade, ruggine sulle unghie,
e limatura di ferro negli occhi, terra fra le nostre lingue.
Avrei voluto baciarti amore, ancora un poco prima di andare via,
prima di essere scaraventati dentro questo tipo di pornografia.

Bambini venite parvulos, vale un occhio il vostro cuore,
mille dollari i vostri occhi, i vostri occhi senza dolore.
Bambini venite parvulos, sangue sotto al sole.

Francesco De Gregori
(da "Miramare", 1989)

lunedì 23 agosto 2010

le donne di francesco 13 - caterina


"Titanic": altro disco schiacciato dalla canzone che gli dà il titolo (anzi, dalle tre canzoni che costituiscono la "trilogia del Titanic").
Però "Titanic" contiene anche un altro evergreen degregoriano, La leva calcistica della classe '68 *, una gemma poco conosciuta come San Lorenzo e ben due ritratti femminili: Belli capelli, che apre il disco, e Caterina.
Caterina è Caterina Bueno, cantante fiorentina che faceva parte del gruppo del Nuovo Canzoniere Italiano, con cui un ventenne e ancora sconosciuto De Gregori aveva fatto un tour (come chitarrista) nel 1971. Quella al centro della foto in cima al post è lei; e quello alla destra di lei, con quegli inverosimili capelli da paggetto, è proprio lui, De Gregori.
Ho già detto che, spesso, di De Gregori mi piacciono le canzoni più semplici, meno "impegnate"? Sì, forse l'ho già detto.
Caterina è una di quelle.



http://www.youtube.com/watch?v=_hpb95xhmsc

Poi arrivò il mattino e col mattino un angelo
e quell'angelo eri tu
con due spalle uccellino in un vestito troppo piccolo
e con gli occhi ancora blu.
E la chitarra veramente la suonavi molto male
però quando cantavi sembrava Carnevale
e una bottiglia ci bastava per un pomeriggio intero
a raccontarlo oggi non sembra neanche vero.

E la vita Caterina lo sai non è comoda per nessuno
quando vuoi gustare fino in fondo tutto il suo profumo
devi rischiare la notte il vino e la malinconia
la solitudine e le valigie di un amore che vola via
e cinquecento catenelle che si spezzano in un secondo
e non ti bastano per piangere le lacrime di tutto il mondo
chissà se in quei momenti ti ricordi della mia faccia
quando la notte scende e ti si gelano le braccia.

Ma se soltanto per un attimo potessi averti accanto
forse non ti direi niente ma ti guarderei soltanto
chissà se giochi ancora con i riccioli sull'orecchio
o se guardandomi negli occhi mi troveresti un pò più vecchio
e quanti mascalzoni hai conosciuto e quanta gente
e quante volte hai chiesto aiuto ma non ti è servito a niente.
Caterina questa tua canzone la vorrei veder volare
sopra i tetti di Firenze per poterti conquistare.



*) A proposito di plagi, argomento di cui si è parlato più volte. Il ritornello de La leva calcistica è praticamente identico all'inizio di The Greatest Discovery, un pezzo di Elton John del 1969. Ascoltare per credere.

martedì 3 agosto 2010

le donne di francesco 12 - stella stellina


"Viva l'Italia" (1979). Uno di quei dischi schiacciati dalla title-track.
In realtà l'unica canzone veramente politica è proprio Viva l'Italia. Perché poi ci sono l'ironica Gesù Bambino, l'ambigua L'ultima nave (denuncia sociale o semplice canzone d'amore?), Terra e acqua che riprende un celebre canto popolare veneto. E ci sono canzoni sul sogno, sul viaggio, sulla voglia di andare lontano.
Insomma, è come se De Gregori avesse voluto bilanciare il sovraccarico ideologico del (peraltro bellissimo) brano eponimo con un album in qualche modo leggero, nei testi e nelle sonorità. E che, se devo essere onesto, mi è sempre sembrato un lavoro carino, ma un po' minore, non proprio memorabile.
Volevo postare l'incantevole Buenos Aires, ma non lo trovo né su YouTube né altrove. Allora posto Stella stellina, che fa parte di quella categoria di canzoni sue che mi piacciono di più: delicata, poetica, senza la necessità di un particolare impegno a tutti i costi. Una specie di rilettura di Renoir, però con suoni che sanno già molto di anni Ottanta, e con lo stile più semplice, meno ermetico ma più comunicativo, che De Gregori comincerà ad adottare in quel decennio, e poi in maniera sempre più accentuata, fino ai tempi recenti.



http://www.youtube.com/watch?v=z9dwo2E3NEc



Nata sono nata
nell'Africa d'Italia
in qualche posto e in qualche modo
sono pure cresciuta.
Non c'erano chitarre ai miei tempi
non c'erano chitarre da suonare
ma fili d'erba quanti ne volevi tu
da strappare e poi soffiare.
E sì la notte
ti potevi fidanzare con la luce
dei treni che fischiavano lontano.

Probabilmente cominciò
con la corriera e con la ferrovia
un uomo chiuse lo sportello
e la campagna volò via.
Avevi unghie laccate
sopra mani da contadina
e due orecchini di corallo
di quand'eri ragazzina.
E ti leggevi i libri
che parlavono solo d'amore
e poi chissà che altro avevi dentro al cuore.

E un anno passa e un anno vola
e un anno cambia faccia
e una città che muore
che protegge e che minaccia.
E un uomo con il cappello
che ti accompagna alla fermata
e tu che prendi la sua mano e pensi
"adesso sì che sono innamorata".
E non importa niente
se capisci che non era vero
c'è sempre tempo per un'altra mano
e per un sogno ancora intero.

Prendila come viene
prendila come vuoi
non t'impicciare più della tua vita
che non sono affari tuoi.
Prendila come viene
prendila come va
stella stellina stella cadente
stella stella.

martedì 27 luglio 2010

le donne di francesco 11 - renoir


Strano disco, De Gregori (1978).
In copertina c'è lui, solo in mezzo a un campo deserto, ripreso da lontano mentre insegue un pallone. Un'immagine che può evocare serenità, ma anche malinconia
La celeberrima "Generale", che lo apre, finisce per oscurare un album ricco di luci (l'allegra e rockeggiante "Il '56", la dolcissima "Raggio di sole", dedicata ai due figli gemelli nati proprio quell'anno, la lirica "Due Zingari") e di ombre. Anzi, direi che il disco contiene due fra le canzoni più drammatiche e disperate della sua intera produzione, "L'impiccato" e "La campana", oltre alla malinconica "Natale".
Del resto, De Gregori arrivava dopo due anni di crisi, durante i quali, in seguito al famigerato "processo del Palalido", il cantautore aveva addirittura meditato di ritirarsi dalle scene.
Però, proprio al centro del disco, campeggia uno dei suoi più riusciti ritratti femminili: "Renoir".
Che, con un colpo di genio, viene presentata in due versioni, una malinconica e pensosa, l'altra chiassosa e caciarona (nell'LP originale, la prima versione chiudeva la facciata A, la seconda, con un bellissimo effetto, apriva il lato B, e mannaggia ai cd, dove tutto l'effetto si perde).
Ve le presento entrambe.


Versione 1



http://www.youtube.com/watch?v=E35Jiy57JGA



Versione 2



http://www.youtube.com/watch?v=mxI5Auk_6ps


Gli aerei stanno al cielo
come le navi al mare
come il sole all'orizzonte la sera
com'è vero che non voglio tornare
a una stanza vuota e tranquilla
dove aspetto un amore lontano
e mi pettino i pensieri
col bicchiere nella mano

Chi di voi l'ha vista partire
dica pure che stracciona era
quanto vento aveva nei capelli
se rideva o se piangeva
la mattina che prese il treno
e seduta accanto al finestrino
vide passare l'Italia ai suoi piedi
giocando a carte col suo destino

Ora i tempi si sa che cambiano
passano e tornano tristezza e amore
da qualche parte c'è una casa più calda
sicuramente esiste un uomo migliore
io nel frattempo ho scritto altre canzoni
di lei parlano raramente
ma non vero che io l'abbia perduta
dimenticata come dice la gente

domenica 25 luglio 2010

le donne di francesco 10 - aranciata e menta



Le donne, nelle canzoni di De Gregori, sono spesso presenze balenanti, fulminee (la madre in "1940", la "donna giovane" di "Saigon"). Due di queste apparizioni sono contenute in De Gregori (1978).
La prima è nella brevissima e, secondo me, splendida "Babbo in prigione". In cui una tragedia familiare viene allusa per frammenti e, proprio per questo, emerge in maniera ancor più efficace e struggente.
La seconda, nella prossima puntata.



http://www.youtube.com/watch?v=PhIg1WJEjAY

Stella guarda la luna
la luna guarda Stella
la notte è bella
è bella e profumata
d'aranciata e di menta
Stella è contenta
che babbo se n'è andato
che babbo è via lontano...

... e mamma lava i piatti e canta piano.

giovedì 22 luglio 2010

le donne di francesco 9 - ipercarmela


“Rimmel” (1975), “Bufalo Bill” (1976) e “De Gregori” (1978) costituiscono un ideale trittico, che definisce quello che potremmo chiamare il primo stile maturo di De Gregori (il successivo “Viva l'Italia”, del 1979, secondo me già preannuncia la svolta verso le sonorità più vicine al pop che caratterizzeranno gli anni Ottanta).
Da “Bufalo Bill”, scelgo Ipercarmela.
Che è l'angelo sceso a illuminare la città “pulita e violenta” (la Torino degli anni di piombo, secondo le parole di De Gregori stesso; il che mi fa sospettare nei genitori due immigrati meridionali). Nata da suo padre e sua madre, ma in realtà figlia di un altro tempo, di un altro spazio, di una diversa e possibile felicità.



http://www.youtube.com/watch?v=NH5vqdwK_uk

La cucina era vuota
il bicchiere a metà
l'uomo guardava serio il muro
e poi seguiva il fumo che saliva lento
verso la lampadina
la stagione era quasi finita
l'uomo pensava "questa è casa mia"

Nella stanza del letto
la donna grassa e nervosa
guardava su un giornale a colori
la vita di una donna bionda famosa e ricca
"con qualche anno in meno" pensò
"qualche anno di meno
e lei somiglierebbe a me"

E il tempo passa come una colomba
sulla casa dell'uomo e della donna
dentro una città pulita e violenta
la donna partorì una stella e la chiamò Carmela
figlia di suo padre e sua madre
fiocco rosa da crescere in fretta
rideva quasi sempre
piangere non piangeva mai

domenica 18 luglio 2010

le donne di francesco 8 - mele e fiorellini


Ancora “Rimmel”, doppio De Gregori per oggi.
“Buonanotte fiorellino” è una canzone che non ho mai saputo come interpretare. È davvero così dolce e tenera, quasi smielata? Oppure è una presa in giro, come sembrerebbe suggerire quel ritmo di valzer impettito e saltellante? O è entrambe le cose? Sia come sia, all'epoca si beccò un bel po' di critiche perché non era “abbastanza politica”. Erano gli anni Settanta, e farsi i cazzi propri era un crimine.
Comunque, è dichiaratamente ispirata a “Winterlude” di Bob Dylan (da “New Morning”), con alcuni versi che sono una citazione quasi letterale ("winterlude by the corn tonight", "winterlude my little daisy / winterlude by the telephone wire", "the snow is so cold / but our love can be bold", "the moonlight reflects from the window / where the snowflakes cover the sand").



http://www.youtube.com/watch?v=RjoHxExQzXQ

Buonanotte buonanotte amore mio
buonanotte tra il telefono e il cielo.
Ti ringrazio per avermi stupito
per avermi giurato che è vero.
Il granturco nei campi è maturo
ed ho tanto bisogno di te
la coperta è gelata e l'estate è finita
buonanotte questa notte è per te.

Buonanotte buonanotte fiorellino
buonanotte fra le stelle e la stanza
per sognarti devo averti vicino
e vicino non è ancora abbastanza.
Ora un raggio di sole si è fermato
proprio sopra il mio biglietto scaduto.
Tra i tuoi fiocchi di neve e le tue foglie di tè
buonanotte questa notte è per te.

Buonanotte buonanotte monetina
buonanotte tra il mare e la pioggia
la tristezza passerà domattina
e l'anello resterà sulla spiaggia.
Gli uccellini nel vento non si fanno mai male
hanno ali più grandi di me
e dall'alba al tramonto sono soli nel sole
buonanotte questa notte è per te.


* * *

“Piccola mela” è ripresa da un canto popolare sardo e il titolo è un'altra citazione da “Winterlude” (“my little apple”). Un rispetto amoroso cantato a voce spiegata, in bilico tra affetto e ironia ("la figlia del dottore"...).
Contrasto che, poi, è anche il tema della copertina del disco, con quel ritratto di donna, romantico e ottocentesco, che stride con l'orribile carta da parati bianconera.



http://www.youtube.com/watch?v=J_LXNBAdc_8

Mi metto in tasca una piccola mela
ti portassero in piazza con chiodi e catene
se davvero non sei sincera.

La figlia del dottore è una maestrina
e conosce a memoria tutti i libri di Omero
li ripassa tre volte la mattina.

Mi metto in tasca un piccolo fiore
ti legassero stretta alla quercia più vecchia
se davvero non vuoi il mio cuore.

La figlia del dottore sa cantare
e mi piace poi tanto quel suo modo di fare
forse un giorno faremo l'amore.

venerdì 16 luglio 2010

le donne di francesco 7 - il collo di pelliccia


Okay, siamo arrivati a uno dei capisaldi degregoriani, per universale e condivisa opinione.
Et pour cause: se i primi dischi erano lavori affascinanti, ma ancora in parte immaturi, con "Rimmel" (1975) De Gregori raggiunge la sintesi perfetta tra la raffinata dimensione autoriale e la (relativa) accessibilità di testi e melodie. E infatti il disco fu un successone, più che meritato.
La canzone che gli dà il titolo è uno degli esempi più compiuti di come il Principe riesca a raccontare cose già sentite (un amore che finisce, odii, amarezze e rimpianti) in modo nuovo: trattando il tema di scorcio, lasciando emergere frammenti di storie e persone all'interno di una sorta di monologo interiore.
La foto, il vento che passa sul collo di pelliccia, quella frase improvvisa e definitiva ("è tutto quel che hai di me") rimangono scolpiti nella memoria.
Buon ascolto.

P.S.: solo ora, riascoltando la canzone dopo anni, mi rendo conto di quanto sia dylaniana. Forse sarà quell'organo in sottofondo (Like a Rolling Stone?), o forse il canto un po' strascicato, o quel tono un po' così che c'è nel testo, quell'aria da uomo che, va bene, gli dispiace, ma in fondo sai com'è la vita... o chissà che cos'altro ancora...



http://www.youtube.com/watch?v=K9TWvYChavk

E qualcosa rimane
tra le pagine chiare e le pagine scure
e cancello il tuo nome dalla mia facciata
e confondo i miei alibi e le tue ragioni

Chi mi ha fatto le carte
mi ha chiamato vincente
ma uno zingaro è un trucco
è un futuro invadente
fossi stato un po' più giovane
l'avrei distrutto con la fantasia
l'avrei stracciato con la fantasia

Ora le tue labbra puoi spedirle
a un indirizzo nuovo
e la mia faccia sovrapporla
a quella di chissà chi altro ancora
i tuoi quattro assi
bada bene di un colore solo
li puoi nascondere o giocare come vuoi
o farli rimanere buoni amici come noi

Santa voglia di vivere
e dolce Venere di rimmel
come quando pioveva e tu mi domandavi
se per caso avevo ancora quella foto
in cui tu sorridevi e non guardavi
ed il vento passava
sul tuo collo di pelliccia e sulla tua persona
e quando io senza capire ho detto "sì"
hai detto "è tutto quel che hai di me"
è tutto quel che ho di te

Ora le tue labbra puoi spedirle
a un indirizzo nuovo
e la mia faccia sovrapporla
a quella di chissà chi altro ancora
i tuoi quattro assi
bada bene di un colore solo
li puoi nascondere o giocare come vuoi
o farli rimanere buoni amici come noi

martedì 13 luglio 2010

le donne di francesco 6 - il sopracciglio destro


"Francesco De Gregori", 1974, noto anche come "il disco della pecora", per via della copertina.
De Gregori ha detto di ritenerlo il suo disco più brutto. Di certo è il più cupo e il più ermetico: sembra scritto sotto l'effetto di molto vino cattivo e di molte notti insonni.
Anche qui, vari ritratti femminili: il sardonico quadretto coniugale di Niente da capire, il surreale Dolce amore del Bahia, o Bene, tristissima cronaca di un amore al tramonto.
A me, quello che piace di più è questo, per la sua malinconia un po' scanzonata.



http://www.youtube.com/watch?v=08_7_WGg2RM

Chissà dove sei
perduta nella notte
col tuo trucco infame e la tua giacca da bandito.
Io ti ho aspettata
all'ombra dei tuoi percome
col mio viso angelico percosso dai fatti.
Chissà dove sei
perduta nei segni
con la tua sigaretta come una matita
e le tue speranze di vittoria.

Io ti ho accettata come una bella calligrafia
un biglietto da visita e due occhi diversi.
Può accadere di tutto
puoi anche conquistare vari uomini bruni
e misurarne l'aspetto
ma il mio indirizzo è via del sopracciglio destro
con rispetto parlando
e altre parti di me.

lunedì 12 luglio 2010

le donne di francesco 5 - dolce signora che bruci


"Theorius Campus", 1972.
Francesco De Gregori e Antonello Venditti, rispettivamente ventuno e ventitré anni, fanno capolino insieme sulla scena della musica leggera italiana. Sei canzoni di Venditti (fra cui la straceleberrima Roma capoccia), quattro di De Gregori (una in collaborazione con Giorgio Lo Cascio) e due pezzi scritti a quattro mani.
Disco acerbo, senza dubbio. Ma affascinante.
La più famosa fra quelle di De Gregori è Signora Aquilone (qui una versione live, eseguita alla tv da un Francesco giovanissimo e imberbe*), che però, in tutta onestà, ho sempre trovato bruttina anzichenò.
Invece mi piace molto questa, scritta da De Gregori e cantata a due voci insieme a Venditti.



http://www.youtube.com/watch?v=pC9o0Ieo0o0

Dolce Signora che bruci
per che cosa stai bruciando?
I gerani al tuo balcone
si stanno consumando,
Dolce Signora che bruci
qual è il tuo peccato originale?
Quanta acqua è passata
sul tuo corpo di sale?

Il tuo album di foto sta andando alla deriva
e il tuo amante prezioso se n'è andato un'ora fa
ma io posso capire la tua età.

Dolce Signora che bruci
i soldati che aspettavi
sono tutti alla tua porta
che chiedono le chiavi.
Stanotte puoi trovare
sul mio letto di velluto
gli specchi che hai spezzato
i figli che hai perduto.

Il tuo album di foto sta andando alla deriva
e il tuo amante prezioso se n'è andato un'ora fa
ma io posso capire la tua età.

Dolce Signora che bruci
per che cosa stai bruciando?
I gerani al tuo balcone
si stanno consumando.


*) In questa versione, De Gregori salta una strofa, che del resto era stata censurata anche nell'originale: nel dialogo con l'ubriacone, uno scandalosissimo "è cattivo come Dio" era stato sostituito con un più rassicurante "è antico come Dio".

domenica 11 luglio 2010

le donne di francesco 4 - marianna


De Gregori ha sempre respinto l'accusa di essere "ermetico". Ma ascoltando una canzone come questa non si può negare che, specialmente nei suoi primi dischi, la materia psichica più privata emergesse spesso con una forza magmatica, visionaria.
La canzone è piena di bivi, incertezze, decisioni non prese, e Marianna ne è il simbolo: ferma sulla strada, con il sole nei capelli e un paradiso di stagnola. Dove andrà? Che strada sceglierà?
De Gregori, ovviamente, non ce lo dice.

P.S.: a proposito, il "poeta che suonava il pianoforte" è Antonello Venditti, che con De Gregori aveva condiviso gli esordi al mitico Folkstudio e aveva inciso il primo album, "Theorius Campus".
Lilli Greco era stato il produttore di quel disco.
E Suzanne... beh, devo proprio dirvi chi è?




http://www.youtube.com/watch?v=R7EbE6Xt05I

Cade pioggia e cade neve
non ho più la mia virtù
cosa importa quel bambino alla finestra?
Il dolore della gente non riguarda la mia età
chiudo gli occhi ed ogni giorno è sempre festa.
Anna è morta e Mario non c'è più
non hanno più parole
le canzoni che scrivevo non le riconosco più
sono l'ombra di un fantasma che cammina
ma Suzanne mi dà la mano come prima.

Ho dormito troppo a lungo
la montagna era stregata
da un poeta che suonava il pianoforte.
Ho sognato le mie mani che sparivano nel buio
mentre Dio me le stringeva un po' più forte.
Quattro porte quattro verità
e ognuna sorrideva
e un palazzo di granito con un uomo che gridava
e la luna che sembrava una patata
ma Suzanne non l'ho dimenticata.

E Marianna camminava con il sole nei capelli
aggrappata a un paradiso di stagnola
ogni uomo che passava ne toccava la sorgente
ma lasciava la sua anima da sola
e la strada divideva due esistenze parallele
l'orizzonte ne copriva la realtà
e Marianna non sapeva cosa fosse veramente
quel diamante che stringeva nella mano
mentre il sole la seguiva da lontano.

Cade piogga cade neve
chi ha guardato le mie carte
sa che forse la mia vita è già decisa.
Lilli Greco non capisce ma che dio lo benedica
tra un bicchiere e una bistecca mi diverte.
Quattro porte quattro verità
e ognuna sorrideva
e un palazzo di granito con un uomo che scriveva
e la luna che sembrava una patata
ma Suzanne non l'ho dimenticata.

sabato 10 luglio 2010

le donne di francesco 3 - hilde


Sempre da Alice non lo sa: non una delle più note, ma secondo me una delle più belle canzoni di De Gregori.
Come co-autore del testo, figura Edoardo De Angelis, che però - pare - si limitò a raccontare a De Gregori il fatto da cui la canzone prende spunto (anche se nell'originale non erano diamanti ma sigarette, lei non si chiamava Hilde e non suonava la cetra...).
Curiosità: i primi due versi sono un'esplicita citazione di "Story of Isaac" di Leonard Cohen, che insieme a Bob Dylan è sempre stato uno degli autori prediletti di De Gregori.



http://www.youtube.com/watch?v=yoJ5jaMhmXI


L’ombra di mio padre due volte la mia
lui camminava e io correvo.
Sopra il sentiero di aghi di pino
la montagna era verde.
Oltre quel monte il confine
oltre il confine chissà
oltre quel monte la casa di Hilde.

Io mi ricordo che avevo paura
quando bussammo alla porta
ma lei sorrise e ci disse di entrare
era vestita di chiaro.
E ci mettemmo seduti ad ascoltare il tramonto
Hilde nel buio suonava la cetra.

E nella notte mio padre dormiva
ma io guardavo la luna
dalla finestra potevo toccarla
non era più alta di me.
E il cielo sembrava più grande
ed io mi sentivo già uomo
quando la neve scese a coprire la casa di Hilde.

Il doganiere aveva un fucile
quando ci venne a svegliare.
Disse a mio padre di alzare le mani
e gli frugò nelle tasche.
Ma non trovò proprio niente
solo una foto ricordo.
Hilde nel buio suonava la cetra.

Il doganiere ci strinse la mano
e se ne andò desolato
e allora Hilde aprì la sua cetra
e tirò fuori i diamanti.
E insieme bevemmo del vino
ma io solo mezzo bicchiere.
Quando fu l’alba lasciammo la casa di Hilde.

Oltre il confine con molto dolore
non trovai fiori diversi
ma sulla strada incontrammo una capra
che era curiosa di noi.
Mio padre le andò più vicino
e lei si lasciò catturare
così la legammo a una corda e venne con noi.

venerdì 9 luglio 2010

le donne di francesco 2 - irene


Ed eccola qui, sempre da "Alice non lo sa", Irene. La sorellina minore di Alice.
Alice guarda il mondo e non vede nulla, Irene sta al quarto piano e pensa al suicidio. Con la dolce, enigmatica serenità delle donne di De Gregori.
Forse non è un caso che "Irene" significhi "pace".



http://www.youtube.com/watch?v=sxVe0W_nClw


Irene alla finestra e tanta gente per la strada
il mondo passa accanto a lei
e non la sfiora mai
con le mani aperte il cuore aperto
Irene guarda giù.

Irene alla finestra e tanta gente al suo suicidio
con il telefono staccato
l'anima in libertà
com'è grande il cielo e com'è piccola una donna
com'è grande il cielo.

Ed il traffico sta crescendo
mentre il sole se ne va
ed Irene sta sognando
cose che non sa.

Irene alla finestra e tanta gente per la strada
il mondo passa accanto a lei
e non la sfiora mai
con le mani aperte il cuore aperto
Irene guarda giù.

giovedì 8 luglio 2010

le donne di francesco 1 - alice


"Alice" è la canzone che mi ha fatto innamorare di De Gregori. E ancor oggi la considero il suo capolavoro, la sua canzone più perfetta.
La ascoltai forse a 13 o 14 anni, quando De Gregori non sapevo neanche chi fosse, e ci capii poco o niente, ma che importa? Quelle figure femminili sfuggenti, enigmatiche mi si impressero subito in maniera indelebile.
Per qualche anno, credo dai 14 ai 17 o giù di lì, ascoltai De Gregori quasi ossessivamente. Il primo lp suo che comprai fu Miramare (1989), che è un disco un po' strano, un po' di transizione se vogliamo, forse non del tutto risolto, ma secondo me ancora affascinante. Poi recuperai tutti i suoi lavori precedenti, e continuai a seguirlo fino al '92 o '93.
Poi uscì Canzoni d'amore, che non mi piacque (e continua a non piacermi), e contemporaneamente scoprii il jazz, quindi lasciai indietro De Gregori per farmi prendere da altre passioni.
Però l'imprinting di "Alice" dev'essermi rimasto, perché ancor oggi una delle cose che più mi piacciono di lui sono i suoi ritratti di donna.
E dunque, ecco il primo post della serie.

I riferimenti, per quel che serve: "Alice" esce su Alice non lo sa (1973), il primo disco a suo nome. De Gregori la porta a "Un disco per l'estate" e arriva ultimo tra gli ultimi.
Irene è la protagonista di un'altra canzone dello stesso disco; Cesare è Pavese, che realmente si innamorò di una ballerina e si buscò una polmonite per averla aspettata sei ore sotto la pioggia; lo sposo continua a emettere il suo grido muto, tra l'indifferenza dei parenti.
In origine, il "qualcosa" che il mendicante arabo ha nel cappello era "un cancro", ma la censura non accettò di far passare un verso cotanto scandaloso. Altri tempi (o forse no?).
Ma Alice (in Wonderland?), con i suoi gatti pigri, tutto questo "non lo sa".
Buon ascolto.




http://www.youtube.com/watch?v=6WdopDCbr3Q


Alice guarda i gatti e i gatti guardano nel sole
mentre il mondo sta girando senza fretta.
Irene al quarto piano è lì tranquilla
che si guarda nello specchio
e accende un'altra sigaretta.
E Lilì Marlene bella più che mai
sorride e non ti dice la sua età
ma tutto questo Alice non lo sa.

Ma io non ci sto più
gridò lo sposo e poi
tutti pensarono dietro ai cappelli
lo sposo è impazzito oppure ha bevuto
ma la sposa aspetta un figlio e lui lo sa
non è così che se ne andrà.

Alice guarda i gatti e i gatti muoiono nel sole
mentre il sole a poco a poco si avvicina
e Cesare perduto nella pioggia
sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina
E rimane lì
a bagnarsi ancora un po'
e il tram di mezzanotte se ne va
ma tutto questo Alice non lo sa.

Alice guarda i gatti e i gatti girano nel sole
mentre il sole fa l'amore con la luna.
Il mendicante arabo ha qualcosa nel cappello
ma è convinto che sia un portafortuna.
Non ti chiede mai
pane e carità
e un posto per dormire non ce l'ha
ma tutto questo Alice non lo sa.

Ma io non ci sto più
gridò lo sposo e poi
tutti pensarono dietro i cappelli
lo sposo è impazzito oppure ha bevuto
ma la sposa aspetta un figlio e lui lo sa
non è così
che se ne andrà.

venerdì 7 maggio 2010

i poeti, che brutte creature...



Dal blog blanc de ta nuque, una discussione sulla poesia nelle scuole (pro, contro, come, dove, perché, quanto ecc. ecc.).
La discussione prende spunto dal post di un professore che, sul proprio blog, ha raccontato di una visita nella sua scuola del Sommo Poeta Davide Rondoni.
Qui trovate il post originale, del quale riporto la parte più significativa:

Un giorno arriva il comunicato a scuola: il tal giorno le classi incontreranno il poeta Davide Rondoni. Io manco sapevo chi fosse. Però sono andato a leggermi delle sue poesie (pubblica per Mondadori, insomma, mica è un fesso) e le ho trovate anche piuttosto piacevoli. Ne ho addirittura lette due ai miei alunni e mi sono quindi appropinquato a questo incontro senza pregiudizi, anzi, con tutta la migliore fiducia. Non sapevo scrivesse per Avvenire. Non sapevo fosse intrugliato con Comunione e Liberazione. Non sapevo avesse scritto una lettera di critiche al signor Englaro (dato che c’è sempre qualche buon pretino pronto a darci lezioni di etica). Per me era un poeta, e viva che ce n’è.
Tutti in fila, ci avviamo una bella truppa di studenti e prof. Arriviamo, ci si accomoda. Poi appare lui: un omone, una bella stazza, una faccia maschia, uno sguardo gesuitico. Ha davanti a sé una sessantina di ragazzetti, tra i dodici e i tredici anni. Che fa? Non un sorriso, secco, si rivolge a una mia collega e la interroga. “Secondo lei, cos’è la poesia?” Una questione semplice, giusto per metterla a proprio agio.
Lei risponde come può, presa così alla sprovvista. Quindi lui attacca a spiegarci cos’è la Poesia. E, si intende da subito, che per lui la poesia è qualcosa con tutte le lettere maiuscole e che, certamente, egli ne è un degno rappresentante. Poi invita a fare qualche domanda. Silenzio. Allora mi propongo io. Gli rivolgo un’osservazione che m’ha fatto un alunno, e che mi pareva interessante: perché bisognerebbe scrivere delle poesie, se con le poesie non si guadagna?
La sua risposta è brutale e aforistica: “Chi fa qualcosa per soldi è un idiota!”
Poi riprende a contarci di come scrive lui, di dove e come elabora la POESIA. E tra un esempio e l’altro, ci fa notare che lui è un POETA importante e famoso, poiché è stato invitato a convegni a Caracas e New York e chissà dove altro ancora. Lui non lo fa per soldi, no. Lui ci sputa sui soldi. E io non oso immaginare quanto si sia cuccato per venire lì a trattarci come babbei (pagato, si intende, con fondi comunali, quindi con soldi di noi tutti, compresi i genitori di quegli alunni) e pubblicizzare, oltretutto, i suoi libri.

I ragazzi, intanto, si sa, non potendo elevarsi a tali vette, si distraggono e ridacchiano. Lui li fulmina. Noi prof, come pecorai, li teniamo a bada. Che ascoltino, che apprezzino, che apprendano! A un certo punto, timidamente, un ragazzino dice: “Un mio amico ha vinto un concorso di poesia…”
Rondoni lo squadra e chiosa: “Di certo quella non era una buona poesia!” Mica si fa Poesia così, come se piovesse. Bisogna lavorare e tribolare, per partorire l’aulico. Insomma, senza sapere nulla di quella povera poesiola di un adolescente, il Sommo Poeta, l’ha liquidata come “non poesia”.
Per finire ci ha fatto dono della lettura di ben tre suoi componimenti. Dopo il primo, gli alunni applaudono. E lui: “Non si applaude la poesia!”
Tutti zitti, allora. Però cresceva in molti una gran voglia di mandarlo a spigolare.
Per concludere, mentre leggeva, un alunno si distrae. Lui si ferma, afferra un telecomando che era lì, lo mostra al ragazzo e dice: “Io te lo tiro in testa… Che io non mi faccio prendere in giro da un pirla come te!”
Queste sono state, circa, le sue ultime parole. Naturalmente, nessuno ha osato applaudire (caso mai potesse apparire uno sfottò) e siamo tornati nelle nostre classi, goduti e fieri della nostra prosaicità. E con una nuova certezza in pugno: col cazzo che porto ancora una mia classe ad ascoltarti!

sabato 3 aprile 2010

signor padrone...


http://www.youtube.com/watch?v=oexvkELSZbY

Carne di pappagallo non vogliamo mangiarne più
signor padrone signor padrone.
Quando il giallo di questo sole
di questa festa di melone
quando il giallo di questo sole
diventerà arancione.
Quando arriverà la sera dietro ai tuoi tacchi di padrone
signor padrone signor padrone
non ne vogliamo mangiare più.

Tutta la vita lasciata andare
tutta la vita signor padrone
dietro a queste traversine
da non vederne più l'inizio
ma non ancora la fine
tutta la vita senza nessuna destinazione.
Quando la rabbia e la preghiera diventeranno ragione
signor padrone signor padrone
non ne vogliamo mangiare più.

L'ho visto bene con i miei occhi venire giù dal cielo,
un angelo di metallo che pareva vero.
E una ragazza con il guinzaglio e un collare d'argento
e ho sentito con le mie orecchie contare fino a cento.
E allora signor padrone
non ne vogliamo mangiare più
signor padrone signor padrone
non ne vogliamo mangiare più.

Carne di pappagallo non vogliamo mangiarne più
signor padrone, signor padrone.
Quando il rosso di questo sole
di questa scheggia di mattone
quando il rosso di questo sole diventerà marrone
quando il legno di questa foresta diventerà carbone
signor padrone signor padrone
non ne vogliamo mangiare più.

L'ho visto bene con i miei occhi scendere giù dal cielo
ed esplodere senza suono come se fosse vero.
E dividersi questa pianura fra stelle e scintille
e l'ho sentita con le mie orecchie contare fino a mille.
E allora signor padrone
non ne vogliamo mangiare più
signor padrone signor padrone
non ne vogliamo mangiare più.

mercoledì 23 dicembre 2009

tra due giorni è natale


http://www.youtube.com/watch?v=KM2V4In0re0

mercoledì 2 dicembre 2009

amarcord musicale 8 - perle

Sono sempre stato convinto che le cose più belle di un artista si celino spesso tra quelle meno conosciute.
Questa canzone è una prova (a parte l'arrangiamento un po' lezioso e l'assolo finale che, nonostante al sax ci sia il grande Mario Schiano, mi pare davvero brutto).
Questa è la versione originale, che si trova su "De Gregori" (1978). Ma ce n'è una versione molto più bella, semplicissima, solo voce e chitarra, registrata da un fan con un registratore amatoriale: è sul live "Niente da capire" (1990), e vi consiglio caldamente di ascoltarla.



Due Zingari (F. de Gregori)

"Ecco stasera mi piace così
con queste stelle appiccicate al cielo
la lama del coltello nascosta nello stivale
e il tuo sorriso trentadue perle".
Così disse il ragazzo
"Nella mia vita non ho mai avuto fame
e non ricordo sete di acqua o di vino
ho sempre corso libero felice come un cane
tra la campagna e la periferia
e chissà da dove venivano i miei
dalla Sicilia o dall'Ungheria
avevano occhi veloci come il vento
leggevano la musica
leggevano la musica nel firmamento".

Rispose la ragazza: "Ho tredici anni
trentadue perle nella notte
e se potessi ti sposerei
per avere dei figli con le scarpe rotte.
Girerebbero questa ed altre città
questa ed altre città
a costruire giostre e a vagabondare
ma adesso è tardi anche per chiaccherare".

E due zingari stavano appoggiati alla notte
forse mano nella mano e si tenevano negli occhi.
Aspettavano il sole del giorno dopo
senza guardare niente.
Sull'autostrada accanto al campo
le macchine passano velocemente
e gli autotreni mangiano chilometri
sicuramente vanno molto lontano
gli autisti si fermano e poi ripartono
dicono: "C'è nebbia bisogna andare piano".
Si lasciano dietro un sogno metropolitano.

martedì 17 novembre 2009

adelante adelante (lettera a francesco)

Fra i 14 e i 17 anni ero innamorato di De Gregori: penso di aver ascoltato i suoi dischi fino a consumarli. Perlomeno fino a "Canzoni d'amore", del 1992.
Quel disco, onestamente, non mi piacque: lui era cambiato, o forse ero cambiato io, chissà. Cominciai a perderlo di vista, a interessarmi ad altro.
Adelante adelante, poi, non mi sembra nemmeno una canzone così riuscita (considerando che si tratta di De Gregori, of course); quella chitarra simil-Santana all'inizio, ad esempio, la trovo insopportabile. Però è di sicuro affilata, indignata, e ci sono almeno due versi che mi hanno colpito, quando l'ho riascoltata di recente e per puro caso .
Uno è quando parla dell'Italia come di un paese "senza più padri da ricordare / e senza figli da rispettare". Il richiamo ai padri potrebbe suonare persino "de destra", e invece non lo è affatto, specie in tempi come questi, in cui sembriamo aver dimenticato molte delle cose che i nostri padri e nonni hanno fatto (due per tutte: la Resistenza e l'emigrazione). Ma soprattutto mi colpisce il concetto di "rispettare i figli". Rispettare i figli, ossia rispettare il loro - e il nostro - futuro. Lasciare su questa Terra un segno positivo. Ho sentito dire che, per la prima volta da decenni, le nuove generazioni non hanno speranza di stare meglio dei loro padri, e anzi debbono aspettarsi un futuro molto più difficile. Ecco, in Italia ci vorrebbe un po' più di rispetto per il figli.
E poi quando parla del "companatico senza pane". Cioè del superfluo, spalmato sul nulla. Un'immagine amara, verissima, tragica, e oserei dire (se l'aggettivo non suona pomposo) profetica.
Insomma, Francesco, non ti seguo più, forse nemmeno mi piaci più, ma resti sempre un grande.
Con affetto, nonostante tutto.



http://www.youtube.com/watch?v=iuC-_NLGvhI