Quando lessi per la prima volta "Pentothal", erano i primi anni Novanta (azzardo una data: 1992), stavo per compiere diciott'anni e Pazienza era morto da poco, senza che io (nato e cresciuto nel paese suo e dei suoi genitori) l'avessi mai sentito nominare.
"Penthotal" (e anche "Zanardi", e "Sturiellett", e "Pompeo", e poi tutto il resto) mi sconvolsero. Per non parlare delle sue tavole originali, che vidi in mostra a San Severo. Abbaglianti, anzi direi umilianti per chi come me aveva qualche ambizione nel campo del disegno.
Ovviamente non avevo idea del contesto: non conoscevo la Bologna del Settantasette, mi sfuggivano i tre quarti delle allusioni contenute nelle tavole di Pazienza, molte delle quali fra l'altro riguardavano la sua vita privata, i suoi amici e conoscenti, e così via.
Però potrei recitare ancor oggi a memoria quasi tutti i dialoghi di quelle pagine, che mi colpirono con l'intensità possibile solo nell'adolescenza, quando tutte le impressioni sono tanto più forti in quanto non mediate.
Rileggo "Penthotal" oggi che: ho quarantun anni, so che cos'è successo a Bologna nel Settantasette, conosco abbastanza di Andrea Pazienza e della sua biografia da cogliere (quasi) tutti i riferimenti e posso filtrare parole e immagini attraverso una serie di mediazioni culturali che all'epoca non possedevo.
Però la forza di quelle tavole rimane assolutamente invariata.