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giovedì 2 giugno 2016

Aplysia depilans

Da quanto tempo non incontro un'Aplysia?
I fondali, sabbiosi e scogliosi, della mia infanzia erano popolati da telline, cannolicchi, vongole, granchi (ricordo le enormi "pelose", Pilumnus hirtellus, rintanate negli anfratti), pomodori di mare, patelle, ricci, mitili, paguri, cappesante, giovani bavose, meduse dal bellissimo mantello bianco e violaceo. Bastava tirare su una manciata di sabbia, per pescare qualcosa di vivo. Non parlo della preistoria, ma dei tardi anni Settanta-primi Ottanta, tempi di spiagge libere e di macchie di catrame sotto le piante dei piedi, spalmate d'olio per farle andar via.
Ogni tanto si incrociava un'Aplysia (nota anche come “lepre di mare”). Avrebbe ricordato tanto un grosso lumacone nerastro, se non fosse che nuotava aprendo e chiudendo in eleganti ondulazioni il mantello, sotto il quale si intravvedeva il corpo pulsare come un muscolo cardiaco. C'era la credenza che fossero urticanti e velenose (e lo sono, ma solo se ingerite); o, peggio ancora, che si attaccassero malignamente alla pelle di chi tentava d'afferrarle (da cui il nome scientifico).
Ovviamente io non ne conoscevo il nome; né sapevo fosse un animale prediletto dagli scienziati, per via del suo sistema nervoso composto di soli ventimila neuroni; e ignoravo anche che fosse ermafrodita e custodisse al suo interno una delicata conchiglia dai riflessi madreperlacei. A me piaceva osservarle sott'acqua (ero capace di passare ore intere in mare, da solo, con maschera e boccaglio, finché i polpastrelli non mi si riempivano di rughe), prenderle in mano per palparne la consistenza piacevolmente turgida.
Un giorno ne trovai decine e decine arenate sugli scogli. Tutte moribonde. Un uomo e suo figlio le stavano meticolosamente trafiggendo con un ramoscello appuntito. Chiesi perché. “Sono pericolose”, risposero. “Si attaccano alla carne e te la mangiano”. Dissi che le prendevo sempre in mano e non mi avevano fatto alcun male. Non mi credettero. “Sei stato fortunato”, continuavano a ripetere.
Un'altra volta vidi una giovane coppia di fidanzati che ne osservava una, finita chissà come tra le secche presso la battigia. Non osavano avvicinarsi; quando lo feci io, lui mi fermò, allarmato.
Io la raccolsi e la lasciai libera, a qualche metro dalla riva.
Credo sia stata l'ultima volta che ne ho vista una.

giovedì 5 dicembre 2013

qualcosa è accaduto




Era il 5 dicembre 1998. Faceva parecchio freddo, i vetri della Uno verde erano tutti appannati, ma a noi andava bene così. Io avevo ventitré anni, lei ventidue. Oggi è il 5 dicembre 2013, io ne ho trentotto, lei trentasette. 
Quindici anni, sono passati? Che strana cosa, il tempo...


"Eppure resta / che qualcosa è accaduto, forse un niente / che è tutto."
Montale, Xenia II, 13


Nel ricordo, quei pomeriggi durano eoni.
Ed è strano, perché, se dovessi ricostruirne l'algoritmo, traccerei con assoluta precisione, innanzi tutto, le gradazioni della luce, la foglia-d'oro di aprile, la calcinatura di luglio, l'atroce dolcezza di settembre, il grigiore acquatico di gennaio. E ancora: la forma d'onda del citofono; il volto pixelato nel bianco e nero dell'occhio-di-pesce; la nota (un la a 440Hz, diapason perfetto) dell'ascensore nel raggiungere il piano; il numero dei passi (dodici); il campanello non suonato. E infine: la cubatura incassata tra gli armadi, quei centonovanta per ottanta centimetri in cui le coordinate spaziotemporali si comprimevano.
Ma qui il resoconto deve interrompersi, per forza. E riprendere con una luce tutta diversa, già prossima a smottare nel buio, con la dissipazione del calore, l'assetto inestricabile dei corpi, il volto incastonato nella teca dei seni.
Il tempo intercorso rimane incommensurabile, asintotico, refrattario agli ingranaggi. La domanda è: come possa, in quel nulla, essere contenuto così tanto; come facciano i corpi ad aver immagazzinato una simile quantità di dettagli; come, all'insaputa di me, si sia incisa nelle mani l'orografia della pelle.
Però ricordo bene la traccia del risveglio, era sempre il sapore del capezzolo sinistro, e solo dopo l'acromion, la fossa sottoclaveare, e lì il bivio, l'insidia della scelta, i sentieri diramati, il nuovo inizio.


(colonna sonora: "Love Song", da Spring, Blue Note 1965)

venerdì 29 novembre 2013

via delle Sette Chiese




Vale più un minuto del tuo corpo
che tutta la somma delle mie ragioni.
Friedrich Nietzsche


Pensavo fossero lunghe le mie. Le gambe, dico.
E adesso, in quel gran tepore romano che assopisce la volontà e illanguidisce i pensieri, in quel sole che doveva sembrare tanto più straniero a te, appena discesa dalle alte pressioni atlantiche, insomma in quelle otto e quaranta dell'otto novembre duemilatredici, faticavo ad accordare l'andatura sul metronomo delle tue gambe.
Come al solito, non avevo messo in conto se non i fattori più palesi. Altezza, lunghezza. Ma il calcolo falliva sull'essenziale: sull'imponderabile. E invece era lì la cesura: fra il taglio imperioso che le tue ginocchia imponevano al mattino, e il mio svagare negli attimi vischiosi.
Tu eri già tutta nel tempo che ti appartiene: il futuro. Io avrei potuto prolungare la sosta, non sai quanto a lungo, con gli occhi appesi alle cimase, a misurare gli angoli di incidenza.
Dovevo dirtelo, prima o poi: non è pazienza, la mia, solo peso. E tua, invece, è la vita.
Dalla mia parte avevo: l'intuizione del vuoto, la sicurezza nell'isolare il paradosso, l'ago e il curaro. Tu, dalla tua: la febbre, la guerra, la fibra inscalfibile della bellezza.
Ora sarebbe il momento di giustificare il totale, ma mi accorgo che resta arduo decidere. Ne sono felice, credimi.
Ricordi che mi hai abbracciato? Io sì, ricordo tutto. Tengo io la somma, sta' tranquilla. Tu vai, che è tardi, è il tuo volo, non il mio, che si stacca da terra.