giovedì 7 marzo 2013

lampi - 202


Il vincitore ha sempre torto.

mercoledì 6 marzo 2013

clonazioni




Le quattro del mattino, fine di dicembre
Ti scrivo solo per sapere se va meglio
New York è fredda, ma mi piace dove vivo
C'è musica su Clinton Street per tutta la sera

Ho saputo che ti stai costruendo
La tua casetta nel mezzo del deserto
Adesso vivi per niente
Spero tu stia tenendo un qualche diario

Sì, e Jane è venuta da me con una ciocca dei tuoi capelli
Ha detto che gliel'hai data tu
Quella notte che hai deciso di far pulizia
Poi hai mai fatto pulizia?

Ah, l'ultima volta che ti abbiamo visto sembravi tanto più vecchio
Il tuo famoso impermeabile blu era strappato su una spalla
Sei stato alla stazione ad aspettare ogni treno
E sei tornato a casa senza Lili Marlene

E ti sei portato in giro la mia donna
Per un pezzo della tua vita
E quando è tornata
Non era la moglie di nessuno

Beh, io ti vedo lì con la rosa tra i denti
Un altro smilzo ladro zingaro
Beh, vedo che Jane è sveglia
Ti manda i suoi saluti

E che cosa ti posso dire, fratello mio, mio assassino
Che cosa potrei mai dirti?
Penso che mi manchi, penso che ti perdono
Sono felice che ci siamo incrociati

Se mai vieni da queste parti
Per Jane o per me
Il tuo nemico dorme
E la sua donna è libera.

Sì, e grazie per il dolore che le hai tolto dagli occhi
Io pensavo che fosse lì per un motivo
Perciò non ci avevo mai provato

E Jane è venuta da me con una ciocca dei tuoi capelli
Ha detto che gliel'hai data tu
Quella notte che hai deciso di far pulizia

Saluti, L. Cohen



martedì 5 marzo 2013

lame



Se ho inciso il legno il motivo è lo stesso
per cui la carne apre alla carne
le mucose salgono alla luce.

(Sei proprio tu quando non ti guardo
sai articolare a malapena il fianco
con la penna avevi rotto tutte le maglie).

Non posso stabilire in anticipo
chi o che cosa resterà congiunto
posso appena governare le sillabe

e anche allora è meglio evitare
certe collisioni. Solo una volta
ho seguito la curva quasi fino in fondo

mi sono fermato poco prima del fuoco
(era quello il mio abbaglio
non distinguere il tuo dall'odore dell'aria)

ma di ogni interruzione deve restare traccia
la fuga è questa l'unica cura per gli occhi
lontano dalla pelle dal graffio

dalla torsione dolcissima.



La fotografia in alto è di Daniele Barbieri - da qui.
Quella qui sotto, ovviamente, è mia.
Se poi avete la pazienza di andare ancora più in basso, c'è anche un piccolo regalo.




lunedì 4 marzo 2013

prima del bene



Ti guardavo le mani
a forza di rodere sei arrivata all'osso.
C'erano cose mentre parlavamo
che si muovevano intorno e credo fossero
fiamme – ma chi può dirlo?
Chi può più essere sicuro di qualcosa?
Però in fondo alla falange
c'era carne viva
in fondo alla traiettoria il brusio
del tuo sangue.
Hai avvolto le mani nei capelli
proprio come ti avevo impedito di fare
fra le tue cosce e le mie era tutto un ruvido di metafore
io almeno ho avvertito chiaramente l'impatto.

domenica 3 marzo 2013

anta meno due



Neanche un capello bianco.
Parecchie rughe, però.
Piccole, quasi invisibili: ma io so dove sono.
Mi piacciono. Trovo che mi donino.





sabato 2 marzo 2013

lampi - 201


Cose da fare prima di morire: una mozione al MIUR perché Antonio de Curtis sia inserito fra gli autori obbligatori nel programma di filosofia.

venerdì 1 marzo 2013

tutto vita, tutto luce



Il vecchio desidera l'estate

Oh, fosse infine luglio, anziché marzo,

nulla mi fermerebbe: in uno slancio,
a cavallo, in carrozza, o anche in treno,
irromperei tra le belle colline.

Lì avrei vicine grandi macchie d'alberi,
che siano platani, olmi, aceri o querce:
da quanto tempo non li ho più veduti!

Là smonterei di sella, o griderei:
Ferma!, al cocchiere, e me ne andrei vagando,
sempre più addentro al paese d'estate.

Sotto quegli alberi riposerei,
in quelle cime vedrei giorno e notte
insieme, non come qui, in questa casa,

con i suoi giorni vuoti come notti
e notti infide e scialbe come i giorni.
Tutto sarebbe vita, tutto luce.

E qui, nella penombra del tramonto
io sto in letizia, e se un soffio mi sfiora
non mi bisbiglia mai: “Tutto ciò è nulla”.

Si fa buia la valle, e ci son luci
dove c'erano case, e un vento oscuro
spira, che non mi parla mai di morte.

Passo attraverso il cimitero e vedo
cullarsi i fiori nell'ultima luce
e nessun'altra cosa è a me vicina.

Fra macchie di noccioli che s'abbuiano
scorre acqua, e come un bimbo io sto in ascolto
e mai sento il sussurro: “Questo è invano”!

Lì svelto io mi spoglio per saltare
dentro, poi quando infine alzo la testa,
la luna è lì, ma io lotto col ruscello.

Mi sollevo a metà dall'onda ghiaccia
e scaglio un liscio ciottolo lontano,
mi ergo nel chiarore della luna.

Sul paese d'estate inargentato
cade ampia un'ombra: quella stessa, triste,
che qui mi accenna, fra cuscino e muro?

Triste e fosca, sta mezza accovacciata
e ci fissa maligna nel crepuscolo,
sa che fra noi qualcosa si è annidato?

Lei che il vento maligno in questo marzo
tormenta, che di notte mai si stende,
stringendo mani nere sul suo cuore?

Oh, dov'è luglio e il paese d'estate?


Hugo von Hoffmanstahl 
(traduzione mia - qui l'originale)



Nell'immagine: Nicolas Poussin, I pastori d'Arcadia (Et in Arcadia ego), 1640 circa