mercoledì 7 luglio 2010

omelette

Come mai, quando si tratta di una donna, è aborto, e quando si tratta di un pollo, è un'omelette? All'improvviso siamo diventati meglio dei polli? Quand'è che abbiamo superato i polli in bontà?
Ditemi sei cose in cui noi siamo meglio dei polli. Visto? Nessuno è capace. E sapete perché? Perché i polli sono brave persone.
Non s'è mai visto un pollo andare in giro a spacciare droga, no? Non s'è mai visto un pollo legare un tizio alla sedia e collegargli le palle alla batteria di un'auto, no? Quando mai si è sentito un pollo che è tornato a casa dal lavoro e ha caricato di botte la sua gallina?
Non succede, perché i polli sono brave persone.

martedì 6 luglio 2010

ruggine

Sono sempre stato particolarmente cedevole al fascino del desolato, dell'arrugginito, del demodé, della formaldeide.
Fin da bambino mi piacevano i magazzini un po' bui, le soffitte polverose, i capannoni abbandonati, i negozi che odoravano di carta vecchia o di olio lubrificante; mio nonno ferroviere mi portava alla stazione e io mi incantavo a guardare non i treni, ma i binari morti, le sfumature rossicce dei vagoni merci in disarmo.
Mi piace passeggiare in città, possibilmente in periferia, possibilmente quando per strada non c'è nessuno. Il cemento e l'asfalto mi rasserenano, mentre la natura, chissà perché, mi mette tristezza, quando non angoscia.

lunedì 5 luglio 2010

recensioni in pillole 59 - "Invisible Man"

Ralph W. Ellison, Invisible Man, Vintage Books, 1990 (581 pp.)

Come si fa a recensire un capolavoro della letteratura afroamericana del Novecento? Anzi, della letteratura americana del Novecento? Anzi, della letteratura americana tout-court? (E mi fermo qui, ma potrei andare avanti).
Potrei dire che “Invisible Man” è un potente ritratto dell'America anni Trenta, vista attraverso gli occhi di un ragazzo nero che, pieno all'inizio di speranze, le perde tutte, una ad una, fino a ridursi a uno spettro vagante (il celeberrimo attacco: “I am an invisible man”).
Oppure potrei dire che è l'Odissea trasposta nella Harlem Reinassance.
Oppure potrei dire che il romanzo ha una quantità di letture simboliche, ma che le fonde tutte in una narrazione allo stesso tempo picaresca ed epica.
O che è una delle più profonde e geniali riflessioni sull'identità afroamericana mai prodotte.
In poche parole: il protagonista-narratore, del quale mai viene rivelato il nome, all'inizio studia in un college per neri dell'Alabama, esplicitamente modellato sul Tuskeegee Institute frequentato da Ellison stesso. Per lui, giovane ambizioso ma ingenuo, intriso delle teorie sociali di Booker T. Washington, il college è il primo gradino della scalata sociale.
Invece la scala non sarà ascendente, ma discendente: prima perderà il diploma, poi la posizione sociale, poi il nome, infine la stessa identità. Si renderà conto che nessuno lo vede per quel che è: qualcuno lo vede come la speranza della razza nera, qualcuno come un leader rivoluzionario, o come un traditore dei neri, o come una marionetta da manovrare, o come uno stallone da portarsi a letto, o come un delinquente. Ma nessuno lo vede come un uomo.
Finirà per richiudersi in una cantina di New York, illuminata da 1369 lampadine alimentate abusivamente, ad ascoltare ossessivamente Louis Armstrong.
“Invisible Man” è l'unico romanzo pubblicato in vita da Ralph W. Ellison (1914-1994), ma è bastato per consegnarlo alla storia. Uscì nel 1952 e vinse il premio National Book Award l'anno dopo: tanto per dire, tra i concorrenti c'era “Il vecchio e il mare” di Hemingway.
Ne esiste una traduzione italiana recente (Einaudi 2009, 24 €), che non ho letto e della quale non conosco la qualità: ma consiglio a chi può di leggerlo in inglese, perché la lingua di Ellison riesce a rendere in maniera inimitabile accenti e tic linguistici di ciascun personaggio.

domenica 4 luglio 2010

recensioni in pillole 58 - "ll dolore secondo Matteo"

Veronica Raimo, Il dolore secondo Matteo, minimum fax 2007 (164 pp., 11 euro)

Che cosa ci si aspetta da un “romanzo erotico”? Particolareggiate descrizioni di amplessi, il più possibile variate nello stile e nelle modalità esecutive.
E da una “scrittura femminile”? Palpitante indagine dei più sottili moti dell'animo.
Nulla di tutto ciò, per fortuna, in questo esordio narrativo di Veronica Raimo.
Anzi, per evitare ogni equivoco, l'autrice assume una voce maschile, quella del protagonista, Matteo, trentenne, che sotto i modi sempre affabili nasconde una totale anaffettività. Incapace di gioia o dolore, di amore o di odio, Matteo si lascia trasportare dalla vita.
Per puro caso, finisce a lavorare in un'agenzia di pompe funebri, dove il suo imperturbabile sorriso si rivela il perfetto ammortizzatore per le richieste di empatia dei clienti. Altrettanto casualmente, si trova invischiato in un ménage a trois: da una parte Filippo, omosessuale con la testa piena di sogni romantici e rivoluzionari, dall'altra Claudia, nevrotica amante del sadomaso.
Sentimenti, rapporti umani, rapporti sessuali (pochini, in verità, e tutti abbastanza squallidi): attraverso lo sguardo di Matteo, Veronica Raimo disseziona entomologicamente il tutto, riducendolo alla sua essenza grottesca. Un crudele teatrino di autoinganni, dal quale trasuda una gelida, stranita comicità.
Scrittura nitida, intelligente, affilata, che nel romanzo breve (o, meglio, racconto lungo) trova la sua misura ideale.

sabato 3 luglio 2010

martha


http://www.youtube.com/watch?v=AFlofWSH5AA

Centralinista, il numero, per favore:
sono tanti anni,
si ricorderà della mia vecchia voce
mentre lotto con le lacrime?
Ciao, ciao laggiù, parla Marta?
È il vecchio Tom Frost,
chiamo con un'interurbana,
ma non preoccuparti del costo
perché sono quarant'anni o più,
ora Marta ricordati per favore,
vediamoci fuori per un caffè,
dove parleremo di tutto.

E quelli erano i giorni delle rose,
poesia e prosa e Martha,
tutto quel che avevo eri tu
e tutto quel che avevi ero io.
Non c'erano domani,
avevamo riposto i nostri affanni,
messi da parte per i tempi duri.

E ora mi sento tanto più vecchio,
e anche tu lo sei.
Come sta tuo marito?
E i ragazzi?
Sai che anch'io mi sono sposato?
Che fortuna aver trovato qualcuno
che ti fa sentire al sicuro,
perché eravamo così giovani e sciocchi,
e ora siamo maturi.

E quelli erano i giorni delle rose...

Ed ero così impulsivo,
mi sa che lo sono ancora,
e tutto quel che contava allora
era che io ero un uomo.
Mi sa che stare insieme per noi due
non era destino.
E Martha... Martha...
ti amo, non lo capisci?

E quelli erano i giorni delle rose...

E mi ricordo sere tranquille
a tremare vicino a te...

Tom Waits (da "Closing Time", 1973)

venerdì 2 luglio 2010

il pentorale


Il rumore del tuono contiene dentro di sé
molti altri rumori – scatole frattali
ci rammentano la superficie sbriciolata
del Tutto. È come quando
bisognava filtrare la morchia
non provocare scosse
ogni cosa deve abbandonarsi al proprio
assetto. Fervido
sangue risale ai capillari
verso la luce e il silenzio
dopo il fracasso
arriverà il giorno come un lupo buono
a consolarti.

giovedì 1 luglio 2010

ustione

Mi guardo il dito medio della mano destra. Sul polpastrello si sta cicatrizzando una scottatura. Spinta da quella nuova, la pelle vecchia si solleva in faglie, si accartoccia e muore ingiallendo.

All'improvviso mi torna in mente il Cristo alla colonna che mio padre teneva (tiene? la mia memoria visiva ha un buco nero al proposito) nello studio, sotto una campana di vetro. È una statuetta in cera del Seicento napoletano, alta poco più di mezzo metro. Un'opera di pregio, il cui pezzo forte è lo studio puntiglioso delle ferite: l'artista è riuscito a rendere i segni del flagello, i tagli e le escoriazioni ai cui margini la pelle si solleva, un po' come sta facendo ora la mia.

Mi rendo conto, oscuramente, di un'assonanza personale.
Per tutta l'adolescenza, cioè per tutto il periodo pugliese della mia vita, sono vissuto anch'io sottovetro. Niente di me usciva e niente del mondo entrava; e, quando ci riusciva, non faceva che confermare una verità evidente: che io, con il mondo, con quel mondo, non avevo niente da spartire.
Non avevo niente da spartire con E., che in primo liceo mi fece la corte inutilmente per settimane (e che non comprese mai le ragioni dell'apatia scivolosa con la quale reagivo ai suoi approcci); con i ragazzi e le ragazze che annullavano senza sforzo apparente lo spazio tra la propria epidermide e quella altrui; con G., che pure era la mia migliore amica, e con i suoi atroci gusti musicali; con la proterva estroversione dei miei compaesani e con le loro frasi urlate in un dialetto gutturale; con i professori che continuavano a propagare per le aule la propria mortifera carenza di entusiasmo didattico; con le carampane impellicciate che, ai concerti degli Amici della Musica, applaudivano con uguale convinzione qualunque concerto, senza capirci assolutamente nulla; con la sincronia che si instaurava all'istante tra i corpi dei miei coetanei e le canzonette da quattro soldi messe su alle feste.
Ogni contatto con quel mondo si risolveva in un'ustione, che mi lasciava scoperto un altro lembo di carne viva e che guarivo innalzando una nuova barriera, inspessendo l'atmosfera anossica del mio mondo privato.

Non so se sarei mai uscito da quella campana di vetro, se non fosse per mia moglie e per i miei figli.
Oggi ho fatto pace con il mondo, o almeno ho imparato ad accettare la mia differenza come un dato di fatto, e non come una maledizione.