Louis Armstrong House 34-56 107th Street, Corona, Queens, New York City.Tutto ciò che mi veniva da pensare, mentre la guida ci additava l’orrendo
décor dei cessi e delle stanze da letto e magnificava con un largo accento del Bronx e con gridolini estatici la carta da parati neo-liberty che invadeva ogni angolo visibile, era quanto dovesse essere incazzato il povero Louis.
Me lo immaginavo seduto sulla poltroncina imbottita del soggiorno, con le pattine ai piedi. La moglie gli portava il té e alitava sul vetro della cristalliera per togliere l'impronta di un pollice. Louis non la guardava, fissava la moquette del pavimento, come fosse stato sorpreso con la bocca sporca di marmellata.
Chissà, mi dicevo, se ogni tanto ripensava al bambino che correva scalzo sulla polvere di Battlefield, ai brutti ceffi che suonavano musiche meravigliose ai funerali, ai fagioli rossi e alla buona erba di una volta.
Una vetrina antisfondamento teneva in contenzione la sua tromba, i suoi denti si allargavano in una foto che lo ritraeva sui gradini di casa, mentre un moccioso tutto occhi lo fissava stringendo una tromba quasi più grande di se stesso.
Intorno, il Queens era una desolazione crivellata di pioggia, i messicani nell'officina fumavano con la faccia di chi non c’entra niente e la ferrovia sopraelevata si allontanava affondando nel cielo infangato.
Era una giornata ottusa, uno dei peggiori giorni del mese. Un mattino senza gioia e senza musica.