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giovedì 27 gennaio 2011

solo contro tutti

Ventisei quaderni dalla copertina blu si ammucchiano sulla mia scrivania. Ventisei ragazzi di quattordici anni circa hanno fatto un componimento di geografia. Sì, insegno geografia e storia.
Fuori c'è ancora il sole. Come si deve stare bene nei parchi! Ma il dovere innanzi tutto. Correggo i quaderni e noto sul mio taccuino i buoni e i cattivi.
L'argomento, imposto dal consiglio, è questo: "Perché abbiamo bisogno di colonie?" Sì, perché?
Vediamo un po'.
Il nome del primo scolaro incomincia per B. Si chiama Bauer, Franz Bauer. In questa classe non ci sono nomi che cominciano per A. In compenso, abbiamo cinque B. Una rarità, tanti B, su ventisei scolari in tutto. E' vero che due sono gemelli.
Scorro macchinalmente la lista alfabetica dei nomi e constato che i B fanno concorrenza agli S. Sì, ci sono quattro S, tre M, due E, due G, due L, due R, un F, un H, un N, un T, un W, uno Z, mentre non ci sono né A, né C, né D, né I, né O, né P, né, Q, né U, né V, né X, né, Y.
Ebbene, Franz Bauer, perché abbiamo bisogno di colonie?
"Abbiamo bisogno di colonie perché abbiamo bisogno di materie prime in grande quantità; senza materie prime non potremmo far funzionare come si dovrebbe la nostra industria, con la spiacevole conseguenza che il nostro lavoratore ridiventerebbe disoccupato".
Benissimo, caro Bauer.
"Ma non si tratta soltanto dell'operaio".
E di che cosa allora, Bauer?
"Si tratta di tutta la nazione, poiché, in definitiva, anche l'operaio fa parte della nazione".
Già, in definitiva, questa è davvero una scoperta straordinaria, penso; e mi colpisce una volta di più la constatazione che spesso ai nostri giorni verità vecchie come il mondo passano per parole d'ordine nuove fiammanti. O sarà sempre stato così?
Non ne so nulla.
So soltanto che devo leggere e rileggere ventisei compiti, che, da premesse storte, traggono conclusioni false. Come sarebbe bello se storto e falso si neutralizzassero a vicenda. Ma non lo fanno, passeggiano insieme a braccetto, e cantano frasi vuote.
Mi guarderò bene, naturalmente, come funzionario dello Stato, dal muovere la più piccola obiezione a questo grazioso canto. Mi dà fastidio, certo; ma che cosa si può fare, quando si è soli contro tutti? Nient'altro che avvelenarsi il sangue.
Spicciati a correggere, che devi ancora andare al cinema. Ma che cosa scrive quest'altro...?
"Tutti i negri sono mascalzoni, vili e pigri."
Una cosa davvero troppo stupida, questa. Cancelliamo.
E scrivo in margine, con inchiostro rosso: "Assurda generalizzazione!" Mi fermo. A proposito, non l'ho udita poco fa, questa frase sui negri? Dove? Ah, ecco, in trattoria, urlata dall'altoparlante. Sì, e mi aveva quasi tolto l'appetito.
Lascio quindi la frase intatta, poiché nessun professore ha il diritto di cancellare in un quaderno ciò che si dice per radio. E, mentre seguito a leggere, odo continuamente la radio: sussurra, stride, urla, geme, minaccia. E i giornali riportano le sue parole, e i ragazzi le copiano.

Ödön von Horváth, Gioventù senza Dio (1938)

lunedì 1 novembre 2010

recensioni in pillole 68 - "Gioventù senza Dio"

Ödön von Horváth, Gioventù senza Dio, Bompiani 2003 (151 pp., € 8,60)

Questo è uno di quei casi di cui parlavo tempo fa, di un libro che mi ha letteralmente chiamato, al di là di qualunque considerazione. L'ho comprato qualche anno addietro, senza conoscerne nulla: forse mi ha colpito il nome dell'autore, forse il titolo, forse semplicemente la copertina, chissà.
Solo in seguito ho appreso che von Horváth (1901-1938) era figlio illegittimo di un diplomatico ungherese, che era nato a Fiume, cresciuto tra Germania e Impero Austroungarico e vissuto tra Vienna e Berlino. Nel 1938, dopo l'Anschluss, andò in esilio volontario a Parigi, dove morì a soli trentasette anni, schiacciato da un albero caduto durante un temporale. È noto soprattutto per i suoi drammi di denuncia sociale; questo breve romanzo uscì nel 1938, presso un editore di Amsterdam.
La “gioventù senza Dio” del titolo sono i ragazzi venuti su durante il nazismo, educati sotto il maglio della propaganda del Partito, che li ha trasformati in piccole belve, capaci di picchiare un compagno per il solo divertimento di rubargli il pranzo.
L'io narrante è un giovane professore di storia. Ha trentaquattro anni, i suoi alunni quattordici, ma li separa un abisso incolmabile. Gli alunni, già pronti a trasformarsi entusiasticamente in carne da cannone per il Reich, disprezzano il suo idealismo e i suoi ideali umanitari; lui li osserva con rabbia fredda, impotente. La stessa rabbia con cui guarda ai suoi connazionali che hanno accettato il nazismo – chi per convinzione, chi per vigliaccheria, chi per convenienza – e anche a se stesso, che per guadagnarsi il pane scende ogni giorno a patti con l'odiosa, grottesca follia del regime.
Ma un caso di coscienza (un delitto, la necessità di salvare un innocente e smascherare un colpevole) gli farà capire che forse non tutto è perduto, che una scintilla di morale e di umanità (un Dio?) può ancora esistere.
Scrittura secca, fulminante, che spesso si torce in bagliori espressionisti. Una bella scoperta.