mercoledì 21 luglio 2010

lampi - 59


Passata la linea d'ombra, tira un sospiro di sollievo: ora è nell'ombra.

martedì 20 luglio 2010

lunedì 19 luglio 2010

recensioni in pillole 60 - "Altai"

Wu Ming, Altai, Einaudi 2009 (411 pp., € 19,50)

Premetto: non ho idea di che cosa sia il N.I.E. (New Italian Epic). Non ho seguito le relative polemiche, che trovo sterili come tutte le polemiche letterarie (sono scrittori, che scrivano, cazzo; perché perdere tempo a polemizzare?). Comunque, chi fosse interessato trova ampio materiale qui.
Non ho nemmeno letto Q, il romanzo del 1999 al quale Altai si riallaccia in parte nella trama (e che, a questo punto, penso leggerò), né altro dei Wu Ming, o Luther Blisset, o come diamine si chiamano.
Ho comprato questo romanzo perché ne ho sentito parlare, mi ha incuriosito, e soprattutto mi interessavano il periodo storico (il Cinquecento) e l'ambientazione (Istambul, il Mediterraneo occidentale).
In breve: il protagonista, Emanuele, è un ebreo mezzosangue (madre ebrea, padre veneziano) che ha rinnegato il suo popolo e si è messo a fare la spia per Venezia. Finché un'accusa (falsa) di alto tradimento non lo costringe a fuggire.
Braccato, senza più patria né amici, finirà proprio tra le braccia dei nemici che ha sempre combattuto: i Turchi. E, in particolare, conoscerà Giuseppe / Yussuf, un ebreo sefardita è diventato potente presso la corte ottomana e che insegue un'utopia: conquistare un regno per dare una nuova terra alla sua gente dispersa per il mondo.
Attraverso il rapporto con Yussuf, Emanuele riscoprirà sé stesso, troverà una ragione di vita e, per la prima volta, potrà sognare di volare alto come il falco che dà il titolo al romanzo. Peccato che i sogni si debbano prima o poi scontrare con la realtà: in questo caso, gli intrighi labirintici della politica e l'irredimibile brutalità della guerra (le pagine sull'efferato assedio di Famagosta, che costituiscono il cuore del libro, sono davvero impressionanti).
Ovviamente, il finale non si rivela.
E, ovviamente, la trama ha molti agganci con l'attualità, che non sto nemmeno ad enumerare.
Giudizio? Il libro è scritto bene e l'ho letto in pochi giorni, con piacere. Per me, basta e avanza.

domenica 18 luglio 2010

le donne di francesco 8 - mele e fiorellini


Ancora “Rimmel”, doppio De Gregori per oggi.
“Buonanotte fiorellino” è una canzone che non ho mai saputo come interpretare. È davvero così dolce e tenera, quasi smielata? Oppure è una presa in giro, come sembrerebbe suggerire quel ritmo di valzer impettito e saltellante? O è entrambe le cose? Sia come sia, all'epoca si beccò un bel po' di critiche perché non era “abbastanza politica”. Erano gli anni Settanta, e farsi i cazzi propri era un crimine.
Comunque, è dichiaratamente ispirata a “Winterlude” di Bob Dylan (da “New Morning”), con alcuni versi che sono una citazione quasi letterale ("winterlude by the corn tonight", "winterlude my little daisy / winterlude by the telephone wire", "the snow is so cold / but our love can be bold", "the moonlight reflects from the window / where the snowflakes cover the sand").



http://www.youtube.com/watch?v=RjoHxExQzXQ

Buonanotte buonanotte amore mio
buonanotte tra il telefono e il cielo.
Ti ringrazio per avermi stupito
per avermi giurato che è vero.
Il granturco nei campi è maturo
ed ho tanto bisogno di te
la coperta è gelata e l'estate è finita
buonanotte questa notte è per te.

Buonanotte buonanotte fiorellino
buonanotte fra le stelle e la stanza
per sognarti devo averti vicino
e vicino non è ancora abbastanza.
Ora un raggio di sole si è fermato
proprio sopra il mio biglietto scaduto.
Tra i tuoi fiocchi di neve e le tue foglie di tè
buonanotte questa notte è per te.

Buonanotte buonanotte monetina
buonanotte tra il mare e la pioggia
la tristezza passerà domattina
e l'anello resterà sulla spiaggia.
Gli uccellini nel vento non si fanno mai male
hanno ali più grandi di me
e dall'alba al tramonto sono soli nel sole
buonanotte questa notte è per te.


* * *

“Piccola mela” è ripresa da un canto popolare sardo e il titolo è un'altra citazione da “Winterlude” (“my little apple”). Un rispetto amoroso cantato a voce spiegata, in bilico tra affetto e ironia ("la figlia del dottore"...).
Contrasto che, poi, è anche il tema della copertina del disco, con quel ritratto di donna, romantico e ottocentesco, che stride con l'orribile carta da parati bianconera.



http://www.youtube.com/watch?v=J_LXNBAdc_8

Mi metto in tasca una piccola mela
ti portassero in piazza con chiodi e catene
se davvero non sei sincera.

La figlia del dottore è una maestrina
e conosce a memoria tutti i libri di Omero
li ripassa tre volte la mattina.

Mi metto in tasca un piccolo fiore
ti legassero stretta alla quercia più vecchia
se davvero non vuoi il mio cuore.

La figlia del dottore sa cantare
e mi piace poi tanto quel suo modo di fare
forse un giorno faremo l'amore.

sabato 17 luglio 2010

modo per arrivare al tutto


Per arrivare a quello che non sai
devi andare per dove non sai.
Per arrivare a quello che ora non ti piace

devi andare per dove non ti piace.

Per arrivare a quel che non possiedi

devi andare per dove non ti piace.

Per arrivare a quello che non sai

devi andare per dove non sai.


San Juan de la Cruz
(traduzione di Cristina Campo)

venerdì 16 luglio 2010

le donne di francesco 7 - il collo di pelliccia


Okay, siamo arrivati a uno dei capisaldi degregoriani, per universale e condivisa opinione.
Et pour cause: se i primi dischi erano lavori affascinanti, ma ancora in parte immaturi, con "Rimmel" (1975) De Gregori raggiunge la sintesi perfetta tra la raffinata dimensione autoriale e la (relativa) accessibilità di testi e melodie. E infatti il disco fu un successone, più che meritato.
La canzone che gli dà il titolo è uno degli esempi più compiuti di come il Principe riesca a raccontare cose già sentite (un amore che finisce, odii, amarezze e rimpianti) in modo nuovo: trattando il tema di scorcio, lasciando emergere frammenti di storie e persone all'interno di una sorta di monologo interiore.
La foto, il vento che passa sul collo di pelliccia, quella frase improvvisa e definitiva ("è tutto quel che hai di me") rimangono scolpiti nella memoria.
Buon ascolto.

P.S.: solo ora, riascoltando la canzone dopo anni, mi rendo conto di quanto sia dylaniana. Forse sarà quell'organo in sottofondo (Like a Rolling Stone?), o forse il canto un po' strascicato, o quel tono un po' così che c'è nel testo, quell'aria da uomo che, va bene, gli dispiace, ma in fondo sai com'è la vita... o chissà che cos'altro ancora...



http://www.youtube.com/watch?v=K9TWvYChavk

E qualcosa rimane
tra le pagine chiare e le pagine scure
e cancello il tuo nome dalla mia facciata
e confondo i miei alibi e le tue ragioni

Chi mi ha fatto le carte
mi ha chiamato vincente
ma uno zingaro è un trucco
è un futuro invadente
fossi stato un po' più giovane
l'avrei distrutto con la fantasia
l'avrei stracciato con la fantasia

Ora le tue labbra puoi spedirle
a un indirizzo nuovo
e la mia faccia sovrapporla
a quella di chissà chi altro ancora
i tuoi quattro assi
bada bene di un colore solo
li puoi nascondere o giocare come vuoi
o farli rimanere buoni amici come noi

Santa voglia di vivere
e dolce Venere di rimmel
come quando pioveva e tu mi domandavi
se per caso avevo ancora quella foto
in cui tu sorridevi e non guardavi
ed il vento passava
sul tuo collo di pelliccia e sulla tua persona
e quando io senza capire ho detto "sì"
hai detto "è tutto quel che hai di me"
è tutto quel che ho di te

Ora le tue labbra puoi spedirle
a un indirizzo nuovo
e la mia faccia sovrapporla
a quella di chissà chi altro ancora
i tuoi quattro assi
bada bene di un colore solo
li puoi nascondere o giocare come vuoi
o farli rimanere buoni amici come noi

giovedì 15 luglio 2010

soggezione


Da una vita mi dicono che “incuto soggezione”. E io, sinceramente, non ne capisco il motivo.
O meglio.
Alcune volte sì: e lo faccio anche apposta. Incutere soggezione è comodo, e serve a non essere scocciati. Però quelle volte sono la minoranza.
Ma altre volte no, proprio no.
Mi è capitato anche di recente, mentre chiacchieravo con una ragazza (tra parentesi, una ricercatrice universitaria seria e preparata, che di sicuro non ha da invidiare niente a nessuno, tantomeno a me). Le stavo dicendo che una certa persona non aveva mai voluto farmi leggere le cose che scrive e lei ha commentato: “probabilmente prova un po' di soggezione nei tuoi confronti”. E il brutto è che, probabilmente, aveva ragione.
Rimuginandoci su, sono giunto a due possibili spiegazioni, che poi in fondo non si escludono a vicenda.
La prima spiegazione è che la gente interpreti come un atteggiamento scostante e altezzoso quella che è solo la mia paura di essere importuno. Mi capita spesso di non fermarmi a parlare con una persona, o di non farle certe domande, o magari semplicemente non farmi sentire per un po', solo perché temo di risultare invadente, sgradito. Magari c'è chi trova antipatico questo modo di fare. Per me, è una forma di rispetto.
La seconda spiegazione sta nel fatto che, per ragioni a me inesplicabili, sono considerato da molti come una persona “intelligente”.
Ora, chiariamo subito due punti. Il primo è che non sto facendo il falso modesto per ricevere complimenti e rassicurazioni: I really mean what I'm saying.
Il secondo è che, in tutta onestà, pur non considerandomi affatto uno stupido, so benissimo che c'è un mucchio di gente molto più intelligente di me. So di avere delle doti: una qualche prontezza nell'apprendere nuovi concetti e nel collegarli, buona memoria, una certa brillantezza di esposizione. Ma so anche che altre doti mi mancano, irrimediabilmente: ad esempio, quella di produrre qualcosa di realmente originale. Che è poi, secondo me, il vero segno dell'intelligenza. Nutro pensieri di seconda mano, già in parte consumati dall'usura con cervelli altrui.
Poi, forse, desta impressione il mio strenuo eclettismo. La gente mi vede scrivere, suonare, disegnare, leggere, commentare, pubblicare, ecc. ecc., e pensa: “come cazzo fa?”.
Ormai ho un armamentario di possibili risposte. Ad esempio: "non dormo"; che è vero. Oppure: "semplice: non faccio nulla davvero bene"; che, dal mio punto di vista, è altrettanto vero. Oppure: "lo faccio per non annoiarmi"; che è vera anche questa.
Poi ce ne sarebbe un'altra che non dò mai, e forse questa è la prima volta: "il mio eclettismo è una fuga da me stesso".
Fare, cambiare, non fermarmi, è un modo per evitare di trovarmi di fronte a quel nocciolo di Nulla ipnotico, pietrificante, a quella testa di Medusa che sta lì, da qualche parte, seppellita nei territori più desolati della mia psiche.
È un modo per sopravvivere a me stesso.