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domenica 3 febbraio 2013

G.C.N.C.U.M.D.F.M.N.P.L.S.


Apro l'ultimo "Venerdì" di Repubblica (2 febbraio).
A pagina 7, trovo un articolo di commento a firma di Filippo Ceccarelli, in cui si descrive la foto di Gianroberto Casaleggio riprodotta qui sopra. Alle sue spalle, spicca un poster con varie figure di Tex Willer. Titolo: "Ecco Casaleggio. Storia di un guru che si sente Tex".
Alla fine del primo capoverso, il giornalista sforna il seguente commento:
La post-politica adora i fumetti, e un po' si capisce anche il perché: vistosi colori, necessità di semplificazione, deriva infantile, attitudine pop. [corsivi / grassetti miei]
L'articolo continua con una serie di dotte(?) disquisizioni sulla passione texiana di Sergio Cofferati, su Willer Bordon e sul linguaggio del corpo di Casaleggio, che segnalerebbe un desiderio di "accentuare la propria virilità". Tutto in un unico, grande calderone. Alè.
Richiudo il giornale, mentre l'inveterato texiano che è in me ribolle di giusta indignazione. Mentalmente aggiungo l'esimio Filippo Ceccarelli alla categoria di cui all'acronimo di questo post (che sta per: Giornalisti-Che-Non-Capiscono-Una-Mazza-Di Fumetti-Ma-Ne-Parlano-Lo-Stesso).
La lista è molto, molto, molto, molto lunga.

venerdì 29 aprile 2011

recensioni in pillole 103 - "Tex Willer. Il romanzo della mia vita"

Mauro Boselli, Tex Willer. Il romanzo della mia vita, Mondadori 2010 (223 pp., 17 euro)

Ci sono due tipi di potenziali lettori per questo libro: quelli che non hanno mai letto Tex e quelli che sono cresciuti cavalcando con lui e con i suoi tre pards fra il trading post di Kayenta, la Sierra Nevada e il Deserto Dipinto.
I lettori del primo tipo troveranno una narrazione western svelta ed efficace, con elementi horror a speziare la trama avventurosa.
I lettori del secondo tipo (tra i quali si annovera il vostro affezionato blogger) potranno adottare due modalità di approccio: aspettarsi che il romanzo rifletta in tutto e per tutto il fumetto, e provare quindi disappunto nel riscontrare variazioni e discrepanze; oppure accettare che il processo di transcodifica comporti gli indispensabili riaggiustamenti, e quindi calarsi nell'operazione architettata da Mauro Boselli.
Il quale, per chi non lo sapesse, è uno dei più abili e indaffarati sceneggiatori bonelliani e, da qualche anno a questa parte, autore principale delle avventure di Tex (oltre che appassionato di vecchia data del Ranger).
“Tex Willer. Il romanzo della mia vita” parte del più classico dei pretesti: siamo nel 1899 e un giornalista di Chicago va in Arizona per intervistare una leggenda del vecchio West. Un Tex Willer ormai avanti con gli anni gli racconta la propria vita: la giovinezza da fuorilegge, il matrimonio indiano, l'ingresso nel corpo dei Texas Rangers, l'elezione a capo dei Navajos, gli incontri con amici (Jim Brandon, Montales, Gros-Jean, El Morisco) e nemici (Mefisto, i machiavellici Brennan e Teller, la diabolica Mitla).
Le vicende sono, ovviamente, soltanto una minimissima parte di quelle contenute in sessantatré anni di gloriosa vita in strisce, tavole e balloons. Ma è la prima volta che le sentiamo narrate (e le vediamo vissute) direttamente dagli occhi e dalla voce del protagonista.
Alcuni fans texiani l'hanno odiato. A me è piaciuto.

giovedì 17 giugno 2010

ranger, diavoli, topi e paperi

Il mio più antico ricordo a tema fumettistico è il ripostiglio a muro in corridoio. Conteneva una pila di Tex, Piccolo Ranger e Un ragazzo nel Far West. Non dovevo avere più di tre o quattro anni, perché più tardi mio padre mi disse che avevo sistematicamente distrutto tutti quei fumetti, ma io non ne ricordo nulla.

Il secondo ricordo è la soffitta di mia nonna, dove era conservata, in due enormi scaffalature (o forse sono io che me le ricordo enormi) la collezione di Topolino di mio zio. Praticamente tutti i numeri da fine anni Sessanta ai primi anni Ottanta, compresi almanacchi, raccolte, classici Disney ecc. ecc. Mi pare che in mezzo ci fossero anche un po' di Braccio di Ferro, Geppo, Tirammolla e simili.


Quando venivano i miei zii da Roma, io e mia cugina passavamo i pomeriggi sul terrazzo e, quando non eravamo impegnati a darcele di santa ragione, o quando lei non mi faceva la corte (sì, per un periodo le era presa la fissa che dovessimo fidanzarci, e io chissà per quale motivo le dicevo di no: considerate che mia cugina è oggi una delle ragazze più belle che io conosca, e una volta che l'ho presentata ai miei amici gliel'ho dovuta praticamente strappare dalle grinfie prima che succedessero cose incresciose...), insomma, quando non facevamo una di queste due cose, leggevamo quei Topolino. Anche lì, non dovevo avere più di 6 o 7 anni, perché ricordo benissimo che lei, di un paio d'anni più piccola di me, non sapeva ancora leggere e inventava storie strampalate basandosi sulla sua personale interpretazione delle vignette.


Tra le centinaia di storie lette, ricordo in particolare quelle del grandissimo Romano Scarpa: “Topolino e l'unghia di Kalì”, “Il doppio segreto di Macchia Nera”, “Topolino e la dimensione Delta”, “Topolino e il Pippotarzan”. O meglio, ovviamente all'epoca non avevo idea di chi fosse Scarpa, ma capivo già che quelle storie avevano un qualcosa in più delle altre, e solo dopo ho scoperto che praticamente tutte le storie che mi piacevano erano sue.

Ovviamente non conoscevo neanche i nomi dei disegnatori, dato che a quei tempi non comparivano mai, ma mi colpiva lo stile dinamico e fantasioso di uno in particolare, che poi scoprii essere un giovanissimo Giorgio Cavazzano.

Poi mi ricordo una storia con Topolino e Pippo che si perdevano nel triangolo delle Bermude e finivano in una strana dimensione parallela: molti anni dopo, ho scoperto che la sceneggiatura portava la firma nientemeno che di Alfredo Castelli.

Un'altra era completamente folle, demenziale, intitolata “Topolino e i grilli atomici”, con Pippo che veniva ipnotizzato e si credeva un gangster, Topolino che veniva inseguito dalla polizia e scappava in jeep con un leone, e infine capitavano dai Sette Nani che avevano una fabbrica di atomi... e così via, in un crescendo pirotecnico di situazioni sempre più assurde.
I testi erano di un altro gigante: Guido Martina.


Ah, e c'era anche “Topolino e lo spettro fallito”, ossia “The Ghost of Black Brian”, che se non sbaglio è dell'immenso Floyd Gottfredson e contiene sequenze oniriche e horror che trovo ancor oggi assolutamente inquietanti...
E poi mi piacevano un sacco quegli albi antologici (credo fossero i "Classici di Walt Disney") dove tutte le storie erano inserite nella cornice di un'altra storia, disegnata per l'occasione.


Purtroppo quei giornalini fecero una pessima fine: mia madre, convinta che mi distraessero dallo studio, disse a mia nonna di darli via, e lei li regalò a un muratore che era venuto a farle dei lavori in casa. Il giorno in cui andai in soffitta e trovai lo scaffale vuoto me lo ricordo ancora come uno dei più brutti della mia vita...

Il terzo ricordo è mia nonna che, nel marzo 1983, il giorno del mio ottavo compleanno, mi regala un albo di Tex.
Era il numero 269, “Il segreto della Sierra Madre”, testi (of course) di Gian Luigi Bonelli, disegni di un monumento del fumetto italiano: Guglielmo Letteri.


E quello fu il vero inizio di tutto...

domenica 21 giugno 2009

ho ritrovato un amico


Finora su questo blog non avevo mai parlato di Tex, se non come allusione in un post che parlava di tutt'altro.
Non so neanch'io bene perché: in fondo Tex è una parte non piccola della mia vita, dato che lo leggo da quando avevo otto anni. Il primo me lo comperò mia nonna, una domenica di marzo che festeggiavamo il mio compleanno, e mio padre mi ha sempre detto che aveva anche lui una collezione, in parte dispersa, in parte distrutta da me quando non ero ancora in età di intendere e di volere.
Non so, dicevo, perché non ne ho mai parlato. Due ipotesi: la prima, che recensire un fumetto seriale mi sembrava un impegno troppo vincolante; la seconda, che effettivamente negli ultimi anni Tex non aveva più nella mia vita il ruolo centrale che occupava una volta.
Una volta, tanto per intendersi, aspettavo l'uscita dell'albo mensile, me lo leggevo e rileggevo, giravo i mercatini dell'usato per recuperare i vecchi numeri. Questo fino ai quindici-sedici anni. Poi ho cominciato ad allargare i miei orizzonti fumettistici, a leggere Pratt, Pazienza, e tanti altri; poi sono andato all'università, mi sono trasferito a Perugia mentre i fumetti sono rimasti a casa giù in Puglia, e mi hanno catturato interessi diversi; poi, effettivamente, Tex ha cominciato un lungo periodo di declino, diciamo da metà anni Novanta fino a non molto tempo fa (le ragioni di questo declino le so, ma non le dico: a buon intenditor...).
Il mio risveglio di interesse per Tex data agli ultimi due o tre anni. Prima di tutto ho scoperto un bellissimo forum di appassionati (anzi, due), dove scrive gente molto esperta e competente, con anticipazioni, retroscena, informazioni di ogni tipo. E negli ultimi anni Tex ha conosciuto i primi indizi di una seconda giovinezza, con un notevole ricambio nello staff di autori e disegnatori e l'uscita di molte storie di gran valore, alcune paragonabili a quelle dei bei vecchi tempi, il cosiddetto “periodo d'oro” (ossia quei dieci-quindici anni, da metà anni Sessanta a fine anni Settanta, in cui uscirono le più belle storie del Ranger, quelle che vanno più o meno dal numero 100 al numero 200).
Devo dire che non tutti hanno gradito questo ricambio, anzi molti tradizionalisti hanno lamentato uno snaturamento del personaggio, un eccessivo numero di storie poco “canoniche”, e così via. Ma io che posso farci: dopo dieci anni e più di storie che leggevo e dimenticavo subito, di albi comprati solo per dovere (andiamo, come si fa a non comprare Tex), ho davvero riscoperto il piacere di andare in edicola e chiedere se è uscito il nuovo numero.
Forse sarà poco, anzi in effetti è poco, in fondo è solo un fumetto, storie d'avventura nel vecchio West, 114 pagine di disegni e nuvolette puntualmente in edicola ogni mese, ma per me ritrovare la passione per Tex è stato come ritrovare un vecchio amico.

Se mi sono infine deciso a scrivere di Tex, però, è stato perché questo mese è uscito l'albo che, a mio avviso, sigilla la vera rinascita texiana.
Si tratta di un Texone (ossia di un albo in formato maxi, un numero speciale che esce una volta all'anno, fin dal 1988) intitolato “Patagonia”.
E, lo dico subito, l'albo è senza mezzi termini un capolavoro.
Le ragioni che ne fanno un evento eccezionale sono parecchie.
La sceneggiatura è di Mauro Boselli, e questo di per sé non è eccezionale dato che da qualche anno Boselli è diventato ufficialmente l'autore principale di Tex, subentrando a Claudio Nizzi, il quale a sua volta nei primi anni Ottanta aveva raccolto l'eredità di Giovanni Luigi Bonelli, l'uomo che nel 1948 aveva creato il personaggio e che per quasi quarant'anni ne era stato l'autore unico (o quasi). Eccezionale è il fatto che questa storia si pone, senza alcun dubbio, tra le più belle mai scritte da Boselli. E non è poco, trattandosi di un autore che è riconosciuto unanimemente tra i migliori del nostro panorama nazionale.
I disegni sono di una new entry texiana, Pasquale Frisenda. Un disegnatore a suo agio con il West, dato che aveva già disegnato Ken Parker e Magico Vento, e chi ha un po' di confidenza con il fumetto popolare italiano sa di che cosa parlo. Con questo Texone, Frisenda firma quella che, secondo me, è finora la sua opera migliore. Una prova praticamente perfetta, un amore per i dettagli, una capacità di rendere le atmosfere e le psicologie dei personaggi, il tutto esaltato dal grande formato delle pagine... Insomma, da applauso.
Il soggetto è stato ideato da Guido Nolitta, nom de plume di Sergio Bonelli, figlio di Gian Luigi e a sua volta sceneggiatore di fumetti (ha creato Zagor e Mister No), nonché editore di Tex e comandante in capo della Sergio Bonelli Editore, una vera e propria corazzata del fumetto italiano, che produce le storie di Tex, Zagor, Martin Mystère, Nathan Never, Dylan Dog, Magico Vento e di parecchie altre serie presenti e passate. Nolitta si era già cimentato in passato con Tex, e aveva dato del personaggio un'interpretazione parzialmente eterodossa, che certi lettori detestano ma che io ho sempre trovato molto suggestiva. Qui contribuisce, con un'idea originale, alla più bella storia di Tex degli ultimi vent'anni.

Quanto alla storia, lo spunto iniziale vede Tex ricevere la visita di un ambasciatore del governo argentino.
In Argentina è in corso la “conquista del desierto”, ossia la lenta penetrazione dei bianchi nelle pampas, che nel corso del XIX secolo schiacciò le tribù di indios fino ad allora liberi e indipendenti, in quello che si può definire tout-court un genocidio, con modalità ed entità paragonabili a quello, più o meno contemporaneo, subito dai pellerossa negli Stati Uniti.
Ora un vecchio amico di Tex, attualmente ufficiale dell'esercito argentino, ha bisogno del suo aiuto, perché il Governo sta progettando un tentativo di soluzione diplomatica del problema. Ricardo Mendoza, questo il nome dell'amico, gli chiede di andare in Argentina, di guidare un battaglione di gauchos nella pampa e di parlamentare con gli indios (Tex, per chi non lo sapesse, è non solo un ranger, ma anche il capo di una tribù di indiani Navajos, e ha sempre avuto una caratteristica fondamentale: la capacità di stare dalla parte del giusto, dovunque esso sia, senza distinzioni di razza, colore ed etnia; ha spesso difeso gli indiani contro i soprusi dell'esercito statunitense, e questo in storie degli anni Cinquanta, ben prima del western “revisionista”, prima di “Soldato Blu”, “Piccolo Grande Uomo”, “Un uomo chiamato Cavallo” e “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo”, in tempi in cui al cinema gli indiani erano solo i selvaggi cattivi da ammazzare senza troppi scrupoli).
Tex accetta e si imbarca per Buenos Aires. Per inciso, è una delle sue rare sortite al di fuori dei classici panorami western. La missione sembra, in un primo momento, avere successo: gli indios ribelli vengono ricondotti a più miti consigli. Ma interviene un voltafaccia: al pacifista presidente Alsina subentra il guerrafondaio Julio Roca, e il governo argentino cambia politica. D'ora in poi la guerra dovrà avere come scopo principale lo sterminio e la sottomissione di tutti gli indios, senza distinzione tra “pacifici” e “ribelli”.
Tex dovrà scegliere da che parte stare, e lo farà, anche a rischio della vita.

La storia è epica, tragica, violenta, travolgente, avventurosa, appassionante,commovente (non sto scherzando: ci sono punti in cui ho seriamente rischiato di piangere). Qualcuno, su un forum, l'ha paragonata al miglior Pratt, e non posso che sottoscrivere il giudizio.
Dei disegni ho già detto (qui ne vedete qualche esempio). La sceneggiatura è stupenda, con un ampio uso di tecniche insolite in un fumetto in genere molto tradizionalista come Tex: montaggi incrociati, pagine intere di vignette mute, composizioni grafiche inusuali. Il personaggio dell'ufficiale argentino - un uomo retto, idealista, combattuto tra il suo giuramento di soldato e la fedeltà ai suoi più profondi principi di giustizia, e che alla fine non esita a buttare alle ortiche la carriera pur di agire nel modo che ritiene più corretto - ha una complessità e un'intensità degne della migliore letteratura.
Se amate Tex, leggete questo Texone.
Se amavate Tex e poi l'avete abbandonato (come stavo per fare io), leggetelo.
Se non avete mai letto Tex, leggetelo.
Ho detto.

venerdì 24 aprile 2009

il piccolo ranger

Anche dopo venticinque anni di fedele lettura di Tex Willer, non avrei mai il coraggio di farmi infilare nella spalla un coltellaccio arroventato sul fuoco da campo, per estrarre la pallottola del desperado o la punta di freccia Apache.
Però prendere un ago, tenerlo sulla fiamma del gas finché diventa rosso e poi bianco, immergerlo nel disinfettante, poi prendere la lente di ingrandimento e puntarla sul polpastrello, individuare il minuscolo foro d'entrata, divaricare a poco a poco la pelle, seguire il canale fino a trovare, in fondo, il microscopico frammento di spina del Crataegus annidato lì da due giorni, estrarlo, e poi raccontare tutto a mia moglie godendosi il suo sguardo femminilmente inorridito, è già una bella soddisfazione.