mercoledì 30 aprile 2014

belle scoperte

Digitarsi su YouTube e scoprire di avere degli ammiratori (anzi, delle ammiratrici).





Grazie di cuore a Greta Rosso...

(qui il testo della poesia)

lunedì 28 aprile 2014

braccia rubate all'agricoltura (cronache scolastiche)



Io - Ragazzi, fra i testi che vi ho dato da leggere, qualcuno ha scelto l'Ortis?
Eleonora - E che è l'ortis?
Jacopo - E' quillo 'ndua va a zappà 'l tu nonno!

domenica 27 aprile 2014

senza paura



I rami attraversano la strada
senza paura di investire nonni e fanciulli.

A volte sono i dettagli a incantare
altre volte l'intero: che non ha eguale.

Non è roba da bambini l'amore
e se chiedo un bacio un bacio arriva,

via cavo perlopiù come spinto
da un segreto, che nessuno tranne te

può sopportare di vedermi lacrimare
non d'amore o di bellezza, ma di pena,

di tristezza. Arriva e gli occhi mi pulisce,
li rialzo, capace nuovamente di vedere

il mondo circostante, il mutamento.
Ma che dico il mutamento: in primavera

si va di fretta! Ma che gli passa, di 'sti giorni
agli alberi per la testa? Sempre lì

a cambiarsi d'abito - voler stupire?
Qualcosa c'è - Qualcosa deve accadere.

Miriam Bruni

sabato 26 aprile 2014

il ritorno dell'orso (esercizio di traduzione) - parte terza


Ci fu un lungo quasi-blues, la ritmica solida, il basso di Malachi Favors enorme e caldo senza, notò con una certa sorpresa l'Orso, l'aiuto dell'amplificazione. L'Orso si divertì con Bowie, fecero qualche scambio, poi si spostarono su un po' di chiamate-e-risposte meno caratterizzate. Ci fu una lunga improvvisazione collettiva alle percussioni, in cui lui attraversò il palco, afferrò un mazzuolo e lo sbatacchiò su una grancassa, e poi qualcuno iniziò “Ohnedaruth”, l'omaggio di Jarman a Coltrane dal tempo spaventosamente veloce, e tutti i fiati in successione suonarono come dannati. Bowie suonò per ultimo, tirò fuori la pistola alla fine del suo intervento e svuotò il caricatore a salve contro le luci.
E fin qui tutto a posto, pensò l'Orso mentre stringeva forte l'ancia ed emetteva uno stridio di multifonie, ma poi Bowie, con una faccia da pazzo, con tutta la sobrietà scientifica del suo grembiule da laboratorio, si frugò nelle tasche, mise un altro caricatore nell'automatica e sparò un'altra raffica di salve sui tavoli affollati e appassionati del club, urlando: “Bam, bam, figli di puttana”, e una compagnia di turisti in una fila di tavoli vicino alla prima fila – qualche agenzia di viaggi doveva averli spediti a vedere l'Art Ensemble per sbaglio, o per scherzo – che erano stati solo leggermente allarmati dai primi colpi e dalla presenza sul palco di quello che sembrava un autentico orso, ora precipitò nel cieco panico, gettò da parte le sedie e schizzò attraverso la fitta folla verso l'uscita. Il panico si diffuse per il club, nessuno era sicuro di che cosa fosse successo e di che cosa no, e la sala fu quasi svuotata. La band andò dietro le quinte ridendo, Jarman minacciò due volte di ammazzare Bowie, e l'Orso stette lì sul palco a guardare attraverso il fumo della pistola.
Sentì Jones che lo chiamava dall'entrata del club, ma vide anche una figura solitaria seduta a un tavolo, e la mascella dell'Orso cascò giù in venerazione: era Ornette Coleman: il maestro: è venuto per me.
L'Orso scese dal palco attraverso i resti del fumo e si avvicinò al tavolo di Ornette. Ornette indossava un vestito nero di seta e non sembrava turbato dagli spari e dallo svuotamento del club. Sorrise all'Orso. “È stato interessante”, disse Ornette con voce gentile e distaccata, “ma quel che mi chiedo, anche se tu suoni mille volte meglio di quanto io sarei mai capace, è come mai tu suoni così simile a un essere umano. Quel che vorrei sapere è se trasponi dall'orso all'umano e in tal caso perché lo fai, perché se io suonassi con te quel che mi piacerebbe è che tu suonassi l'orso senza trasporre e io suonerei come me anche se non so se ciò equivarrebbe a un uomo e poi potremmo vedere qual è il risultato totale se nessuno fa l'addizione. Sai?”.
Anche se sentiva gli emisferi del cervello che gli si incrociavano, l'Orso era sicuro che Ornette avesse ragione. Perché mai trasponeva? Perché era così debole da volersi assimilare? “Hai ragione”, rispose superfluamente a Ornette.
“Vedi”, gli disse Ornette, “Io credo che tu suoni da quadrupede, quindi come sarebbe un suono quadrupede se non lo trasponessi in musica bipede. Quello sarebbe davvero interessante. Comunque”, disse, “io non mi preoccuperei se il pubblico se n'è andato. Quando suonavo io se ne andavano sempre”.
“Orso”, si sentì chiamare da Jones. “C'è un sacco di gente per strada e mi pare di sentire una sirena”.
“Potremmo suonare qualche volta”, suggerì Ornette.
“Potremmo andar via insieme”, disse l'Orso.
“No, va bene così”, rispose Ornette. “Vorrei sentire il resto del concerto”. Indicò il palco vuoto.
Jones si avvicinò, afferò l'Orso per un braccio e raggiunsero la porta posteriore e il furgone proprio mentre il rumore all'entrata cominciava a crescere.
Ci vollero un paio di giorni all'Orso per riavere indietro la custodia del suo sax, ma l'Orso considerò quella serata con l'Art Ensemble un eccellente successo, non ultimo perché arrivò per posta un inaspettato assegno da parte di Lester Bowie, e per un importo niente affatto insignificante. Lui avrebbe suonato anche gratis. Certo che l'avresti fatto, disse Bowie all'orso quando gli telefonò per ringraziarlo, ma non potevamo permetterlo, no?
L'assegno era bastato per affittare un furgone, e ne rimase un po' per finanziare l'organizzazione di un tour.
Come sarebbe stato, di preciso?

venerdì 25 aprile 2014

il ritorno dell'orso (esercizio di traduzione) - parte seconda



“Annoiato?” gli chiese Jones.
“A morte”, disse l'Orso, e buttò giù il mucchio di carne alla tartara in due grossi bocconi. “Voglio dire, ballare va bene, anche danzare per strada. È la poesia del corpo, la carne che aspira alla grazia o invita lo spirito a venire a farle visita. Ma la musica”. Scosse la grossa testa da una parte all'altra. “È un'altra cosa. È più alta di un livello. Voglio dire, se l'universo è vibrazione, e dopo Einstein chi potrebbe negarlo, l'energia filtra giù fino alla materia e prima di arrivarci si manifesta in forma di suono. Perciò suonare... suonare bene”, si corresse, “è come prendere parte attiva al futuro... Jones? Mi segui? Mi pare di vedere uno sguardo vitreo nei tuoi occhi”.
“È un po' troppo oscuro per me”, ammise Jones, in mezzo a una cortina di vapore. “Hai letto le riviste sbagliate”.
“Gli orsi hanno una bella testa per la metafisica, Jones, ma i nostri piedi non abbandonano mai la terra. So di che cosa sto parlando”.
“Beh, almeno uno di noi due lo sa”.
“Tu mi capisci bene”. L'Orso si leccò via dal muso i pezzetti di carne e riattaccò il sassofono alla tracolla. “Hai solo paura che io dia di matto e diventi impossibile da gestire”.
“È solo che non voglio che ti vengano idee strane”.
“Troppo tardi”, disse l'Orso. “Ne ho la testa piena”. Si alzò e cominciò a camminare in giro per il soggiorno, tenendo fermo il sassofono con le zampe. “Amico mio, non trovo pace”.
“Posso fare uno squillo a Mirelle”, propose Jones.
“Ne ho abbastanza di puttane”, disse l'Orso, “e a loro non piaccio. E quelle a cui piaccio, mi sa che sono malate. Danno così tanto di matto per farlo con un orso, che alla fine è a me che passa la voglia. Mirelle un'altra volta. Forse potremmo andare su a nord e dare un'annusata nei boschi”.
“Questo è lo spirito giusto”, disse Jones. “Un'orsa di Big Indian”.
“Un'orsacchiotta di campagna”, riprese l'orso. “Niente idee per la testa. Un tipetto ordinario, tutta bacche e radici. Un'hippie. Ma poi di che cosa potremmo parlare? Non ha mai letto Proust o Victoria's Secret, e dopo che l'ha fatto comincia a difendere il territorio. Questo mondo comincia a stancarmi, Jones. Non mi ci ritrovo. Non è il mio posto”.
“Sai qual è il tuo problema?”, gli domandò Jones, assaggiando dal bordo di un cucchiaio di legno un po' di salsa che aveva fatto freddare soffiandoci sopra. “Tu sei troppo bravo”.
L'Orso annuì con forza. “L'hai detto. Troppo bravo. L'ho pensato spesso ma non l'ho mai sentito espresso così bene”.
Jones e l'Orso si fecero un'altra risatina.
“Ti ricordi quando suonavo su ad Harlem con quei ragazzi della band di Lionel Hampton?”, chiese l'Orso.
“E chi se lo dimentica?”
“Non sapevano proprio come trattarmi, vero? Ehm, e tu, ehm, di dove sei?” La voce dell'orso diventò una risata. “Se non fosse stato per Julius tutta quella storia sarebbe diventata insostenibile. Ma sapevo suonare, vero? E ti ho salvato il culo ad Harlem. Ricordati, Centoquarantesima strada, mica Un-due-tre”.
“Tutta quella storia”, disse Jones, “era un rischio calcolato”.
“Ho persino fatto quel disco”.
Jones, mettendo una manciata di spaghetti nell'acqua bollente, rise a bassa voce, poi imitò la vocetta nasale del sindacalista. “Ehm, chi è quell'artista con l'anello al naso? Suona, ehm, il contralto? Non mi pare di vedere il suo nome sulla lista”.
“Julius gli andò vicino”, e qui l'Orso rifece la voce di Julius e torreggiò sul sindacalista per parlare: “'Mi scusi ma si è mai chiesto come fanno i Dogon a sapere senza l'aiuto di un telescopio come Po Tolo esegua la sua danza attorno a Sirio e perturbi la sua orbita? Dovrebbe indagare su quel ahhhh signore con la pelliccia e come lei ha osservato con l'anello al naso. Potrebbe condividere un po' di fatti con lei. Non si sa mai'. Il sindacalista stava per morire”.
“'Indossare la pelliccia'”, continuò Jones facendo la sua imitazione della voce lenta e profonda di Julius, “'allude all'attirare il potere primordiale...'”
“Se vogliamo parlare di tirarsela...”
“'...l'assunzione del manto rituale di selvaticità e di notte. Davvero lei non mai indossato la maschera di Dio? O magari lei adopera soltanto la forma esterna dell'essere umano'”.
“Dio, che idiota quel tipo”, disse l'Orso.
“Ma ostinato. Tutte le cose belle”, disse Jones, “devono finire”.
“Ma a volte ricominciano, no? Lo sa il Cielo se non ho voglia di tornarci”.
“Solo perché sei tondo e scuro”, disse Jones, “non significa che tutti debbano scambiarti per ArthurBlythe”.
“C'è qualcosa in TV stasera?”
“È venerdì. Possiamo guardarci una replica di The Rockford Files”.
“Bene!”, disse l'Orso. “Salvami la vita. Diamo ascolto a Big Jim Garner!”
“La cena è quasi pronta. Vuoi mangiare davanti al televisore?”
“Dove caca un orso, nei boschi?”, chiese l'Orso. “Esclusi i presenti”.

giovedì 24 aprile 2014

il ritorno dell'orso (esercizio di traduzione) - parte prima



Sto leggendo "The Bear Comes Home" di Rafi Zabor, che passa (e in effetti è) come uno dei più bei romanzi sul jazz mai scritti.
L'autore è un batterista e critico musicale. Cominciò a lavorare al romanzo negli anni Settanta, ne diffuse alcuni capitoli isolati nel 1979, poi lo abbandonò per anni e infine lo completò e pubblicò nel 1997. Da allora, ha scritto un solo altro libro, che a quanto ne so è stato un totale insuccesso.
"The Bear Comes Home" ha per protagonista un orso. Un normale orso, un plantigrado della famiglia degli Ursidi, che vive nella New York degli anni Settanta. L'Orso (così viene chiamato, senza altra specificazione) in realtà non è poi tanto comune, perché ha due particolarità: parla e ragiona come un uomo, e ama il jazz. Anzi, lo suona: per la precisione, è un sassofonista con il culto di Charlie Parker e di Ornette Coleman. Un vero hip-bear, insomma.
Queste le premesse, che danno il pretesto per un acuto (e spesso esilarante) ritratto della subcultura jazzistica newyorkese.
"The Bear Comes Home", che io sappia, non è mai stato tradotto in italiano. Quella che trovate qui sotto è una mia prova di traduzione, tratta dalle prime pagine del libro.
Un altro estratto domani, su queste stesse pagine.


* * *


“Sai”, disse [l'Orso], “non devo nemmeno suonare un mucchio di strana roba fuori tonalità per essere felice. C'è così tanta saggezza nel bebop che basta per una vita intera. Tutte le cose che devi sapere per far funzionare un singolo chorus nel modo giusto. Devi conoscere la vita proprio bene. Per non parlare dello strumento.”
“Tu suoni bene.”
“Lo so che suono bene. Forse non di prim'ordine, non di livello mondiale, ma bravo abbastanza per guadagnarmi da vivere a New York.”
“Hai un bel fraseggio.”
“Certo che ho un bel fraseggio. Gli orsi sono gente piena d'anima e di fantasia. Siamo amichevoli, siamo creativi, e siamo fighi. Ma il mondo,” disse a Jones, “non ci conosce.”
“Io ti conosco.”
“Tu. Certo. Tu mi conosci”. L'Orso si mise il sassofono in bocca ed eseguì degli arpeggi su un tipico cambio d'accordi assassino alla Coltrane fine anni Cinquanta: do maggiore settima, mi bemolle settima, la bemolle maggiore verso si settima, mi maggiore verso sol settima, e concluse su un do risonante, che bemollizzò leggermente per metterlo in risalto. “Prova tu a farlo con le zampe, stronzo. Prova tu a sviluppare un'imboccatura adatta a un grugno. Sì, tu mi conosci. Certo. Saresti capace, tu?”
“Bistecca alla tartara”, disse Jones, ponendogli davanti un piatto di carne trita cruda, ricoperta da una spolverata di paprika e mescolata a spezie verdi fresche. “Sei di un umore schifoso”.
“Scusami”, disse l'Orso. “È che mi sento così frustrato. Vuoi una mano con gli spaghetti?”
“Nah. Grazie”.
“Posso darti una mano con gli spaghetti”.
“Va bene così”. Jones si schiarì la voce e si mise una mano sulla clavicola. “Mi piace cucinare.”
L'Orso suonò delle scale a toni interi mentre Jones sminuzzava cipolle, aglio, peperoncini secchi e prezzemolo. Jones scaldò l'olio d'oliva e ci versò le spezie a soffriggere, tenendo da parte l'aglio. L'Orso passò a dei fraseggi in legato su un re minore dorico e Jones mise dieci pomodori freschi in una pentola d'acqua bollente. “Vuoi andare giù a Woodstock questo fine settimana per suonare un po' con Julius? Julius è forte. Posso chiamare Julius”.
“Sì, Julius è forte”, disse l'Orso, mettendo giù il sax, “ma quando arriva un ospite devo andare in cortile e comportarmi come una bestia”.
“Possiamo andarci”.
“E mi sa che Julius è in Europa questo mese”.
“Buon per Julius”, disse Jones, mettendo l'aglio nella padella e cominciando a pelare i pomodori che aveva estratto dall'acqua con un cucchiaio.
“Già. Buon per Julius. Abbiamo del vino decente in casa?”
“Credo un rosso italiano niente male”.
“Proviamo questo rosso italiano niente male”, disse l'Orso stancamente.

mercoledì 23 aprile 2014

questo è l'esilio


 
«Oh se tu capissi:
chi soffre
chi soffre non è profondo».
(Milo De Angelis)



È come quando afferravi la falda
perché l'areola era impigliata all'occhio
quando la palpebra cadeva a picco
su ciò che il corpo aveva già negato.
Come ogni volta che qualcuno arriva
a riconoscere la forma vera
e poi torna a perderla nella stasi.
Come tutte le volte che lo specchio
piomba a interromperti a metà del passo.
Non chiamarlo destino: è solo carne
inchiodata per sempre al proprio corso.

Dovrei aver imparato ormai – da un pezzo
ad accettare ciò che è inevitabile
non credi? Dovrebbe essere superfluo
persino dirlo – e ancora di più scriverlo.
(Se non sono bastati quarant'anni
quand'è mai che arriverà la saggezza?)
Solo una cosa è certa: la poesia
non chiede svolgimento o evoluzione
è un attimo immobile la poesia
e i labbri della ferita rifiutano
di accostarsi. (Quanto sbaglia chi ha detto
che la Bellezza redimerà il mondo:
la Bellezza è il dolore più crudele
quello che agisce alla radice stessa
del nervo). Tutto potrei accettare
ma non questo lanciarsi sulla soglia
soltanto per saperla invalicabile
questa distanza che separa i petti
e rende così inutile l'abbraccio.

Ciò che possiedo è ciò che più mi manca
ciò che ho intravisto premere la stoffa
senza poter mai completare il gesto.