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sabato 6 dicembre 2014

dive e donne

GENIO - Quale delle due cose stimi che sia più dolce: vedere la donna amata, o pensarne?
TASSO - Non so. Certo che quando mi era presente, ella mi pareva una donna; lontana, mi pareva e mi pare una dea.
GENIO - Coteste dee sono così benigne, che quando alcuno vi si accosta, in un tratto ripiegano la loro divinità, si spiccano i raggi d'attorno, e se li pongono in tasca, per non abbagliare il mortale che si fa innanzi.
TASSO - Tu dici il vero pur troppo. Ma non ti pare egli cotesto un gran peccato delle donne; che alla prova, elle ci riescano così diverse da quelle che noi le immaginavamo?
GENIO - Io non so vedere che colpa s'abbiano in questo, d'esser fatte di carne e sangue, piuttosto che di ambrosia e di nettare. Qual cosa al mondo ha pure un'ombra o una millesima parte della perfezione che voi pensate che abbia a essere delle donne? E anche mi pare strano, che non facendovi maraviglia che gli uomini sieno uomini, cioè creature poco lodevoli e poco amabili; non sappiate poi comprendere come accada, che le donne in fatti non sieno angeli.

(Giacomo Leopardi, "Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare")

giovedì 12 settembre 2013

l'officina di Giacomo


 
Caro luogo a me sempre fosti benché ermo e solitario, e questo verde lauro che gran parte cuopre dell’orizzonte allo sguardo mio. Lunge spingendosi l’occhio gli si apre dinanzi interminato spazio vasto orizzonte per cui si perde l’animo mio e nl silenzio infinito delle cose e nella amica quiete par che si riposi se pur spaura. E al rumor d’impetuoso vento e allo stormir delle foglie delle piante a questo tumultuoso fragore l’infinito silenzio paragono.

* * *

Ombra delle tettoie. Pioggia mattutina del disegno di mio padre. Iride alla levata del sole. Luna caduta secondo il mio sogno. Luna che secondo i villani fa nere le carni, onde io sentii una donna che consigliava per riso alla compagna sedente alla luna di porsi le braccia sotto il zendale. Bachi da seta de’ quali due donne discorrevano fra loro e l’una diceva, chi sa quanto ti frutteranno, e l’altra, in tuono flebiliss. oh taci che ci ho speso tanto e Dio voglia ec.

* * *

Galline che tornano spontaneamente la sera alla loro stanza al coperto. Passero solitario. Campagna in gran declivio veduta alquanti passi in lontano, e villani che scendendo per essa si perdono tosto di vista, altra immagine dell’infinito.

* * *

E moribondi a terra ivan gli augelli
con l’ali mezzo chiuse, e palpitando
si dibattean fra l’erba e fra la polve.

(E rotto il volo ec. e moribondi ec. e sulle vie)
Ahi! Povere fanciulle, in un momento (Ahi tristi donzellette).
Perdero il fior de gli anni. Giacciono sul campo ec. E poi di loro Con gran doglia i parenti ivan cercando. Qui non si trova capanna o tetto. Che faremo?
Le vacche spaventate fuggivano per li prati dalla grandine ec. E givano a gran corsa Anelanti le vacche per li campi Fuggendo (Ed a gran corsa Anelanti le vacche ivan fuggendo Pei campi). Ma né tetto né capanna Era da presso.
Mi par d’udire le campane (torri) della città dare il segno della tempesta.
Allora le donzelle si dicevano l’una all’altra. Fanciulla. Altra. ec.


Argomenti di "Idilli", 1819.
Da: Argomenti e abbozzi di poesie, in "Canti", Newton Compton 2004.
(leggi altro su Gammm)

mercoledì 27 luglio 2011

questo eterno transitare

AMICO: Voi parlate, a quanto pare, un poco ironico. Ma dovreste almeno all'ultimo ricordarvi che questo è un secolo di transizione.

TRISTANO: Oh che conchiudete voi da cotesto? Tutti i secoli, più o meno, sono stati e saranno di transizione, perché la società umana non istà mai ferma, né mai verrà secolo nel quale ella abbia stato che sia per durare. Sicché cotesta bellissima parola o non iscusa punto il secolo decimonono, o tale scusa gli è comune con tutti i secoli. Resta a cercare, andando la società per la via che oggi si tiene, a che si debba riuscire, cioè se la transizione che ora si fa, sia dal bene al meglio o dal male al peggio. Forse volete dirmi che la presente è transizione per eccellenza, cioè un passaggio rapido da uno stato della civiltà ad un altro diversissimo dal precedente. In tal caso chiedo licenza di ridere di cotesto passaggio rapido, e rispondo che tutte le transizioni conviene che sieno fatte adagio; perché se si fanno a un tratto, di là a brevissimo tempo si torna indietro, per poi rifarle a grado a grado. Così è accaduto sempre. La ragione è, che la natura non va a salti, e che forzando la natura, non si fanno effetti che durino, Ovvero, per dir meglio, quelle tali transizioni precipitose sono transizioni apparenti, ma non reali.

AMICO: Vi prego, non fate di cotesti discorsi con troppe persone, perché vi acquisterete molti nemici.

TRISTANO: Poco importa. Oramai né nimici né amici mi faranno gran male.

AMICO: O più probabilmente sarete disprezzato, come poco intendente della filosofia moderna, e poco curante del progresso della civiltà e dei lumi.

TRISTANO: Mi dispiace molto, ma che s'ha a fare? se mi disprezzeranno, cercherò di consolarmene.

Giacomo Leopardi, "Dialogo di Tristano e di un amico" (dalle Operette Morali)

sabato 17 aprile 2010

saranno famosi


Il mezzo più efficace di ottener fama è quello di far creder al mondo di esser già famoso.

(Giacomo Leopardi)

giovedì 4 giugno 2009

finestre


Nelle mie passeggiate solitarie per le città, suol destarmi piacevolissime sensazioni e bellissime immagini la vista dell'interno delle stanze che io guardo di sotto dalla strada per le loro finestre aperte. Le quali stanze nulla mi desterebbero se io le guardassi stando dentro. Non è questa un'immagine della vita umana, de' suoi stati, de' beni e diletti suoi?
Giacomo Leopardi, Zibaldone (1° dicembre 1828)