mercoledì 5 agosto 2015

recensioni in pillole - the great comeback

I. A. Goncharov, “Oblomov” (1859)

Fra le cose che mi ero ripromesso per quest'estate c'era anche il leggermi qualche bel tomone ottocentesco, spesso, fitto fitto. Ed ecco qua questo “Oblomov”, di Ivan Aleksandrovič Goncharov (1812-1891): edizione Utet 1964, piuttosto malconcia, comprata chissà quanti anni fa su chissà quale bancarella dell'usato. Settecento e rotte pagine, spolpate in meno di una settimana, come non mi succedeva da... boh, da quando? Forse dall'adolescenza.
La prima parte del libro è la più celebre. Ilja Iljič Oblomov, rampollo di una famiglia aristocratica un tempo fiorente, giace sul suo letto, in un polveroso e affastellato appartamento pietroburghese. Per duecento pagine, non farà assolutamente nulla: resterà coricato, battibeccherà con il fedele e losco maggiordomo Zachar (con il quale intrattiene un complicato rapporto di odio-amore), riceverà – senza mai alzarsi né togliere la veste da camera né radersi – visitatori e amici, si angustierà il freddo, le (immaginarie) malattie e i debiti che, lo sa lui stesso, non saranno mai saldati. Fra una visita e l'altra, si addormenta e sogna il suo villaggio natìo, la casa paterna, la sua infanzia di bimbo iperprotetto. Nei rari momenti di lucidità, cerca invano di portare a termine il grande progetto che porterà il benessere e la prosperità ai contadini; oppure si lamenta della bella vita, quieta e senza affanni, che non arriva mai. Ma, da solo, non saprebbe nemmeno infilarsi le calze.
Oblomov non è cattivo: non ne ha la fibra morale. Anzi, è un buono (“il buono che derideva Nietsche”, direbbe Gozzano), sogna un mondo dove tutti si amino, disprezza l'ipocrisita dell'alta società, è talmente incapace di concepire il male da cacciarsi, per pura bonomia e dabbenaggine, nelle mani dei peggiori truffatori. Nella seconda parte del romanzo, si conquista l'amore di Olga, donna giovane, bella, intelligente, volitiva, che sogna di redimerlo dall'apatia, ma poi lo abbandona quando capisce che la sua malattia, l'oblomovismo, è incurabile. Nemmeno i tentativi dell'iperattivo amico Andrej valgono a scuotere Oblomov dal torpore. Egli morirà in pace, dopo essersi ricostruito il suo pezzettino di Eden nella persona di Agafja, stolida e materna vedova che lo ama e lo accudisce come un neonato.
Goncharov concepì il personaggio di Oblomov soprattutto come satira di una precisa classe sociale, quella dei barin, i proprietari russi imbelli e parassitici. Eppure noi, oggi, possiamo attribuire a Ilja Iljič una sua tragicomica grandezza: questo sognatore, inadatto a vivere, perso nelle sue fantasie di regressione uterina, è forse l'involontario precursore dei tanti inetti che popoleranno la letteratura del Novecento.
Finiamo con una confessione personale: c'è un Oblomov, nascosto in fondo al mio stakhanovismo. A cercare bene, ce n'è uno in fondo all'animo di ciascuno di noi. E in fondo, non è il segno ultimo della grandezza di un lavoro letterario, quello di saper creare un personaggio universale, che sopravviva persino alle intenzioni del suo autore?

martedì 4 agosto 2015

tre poesie di Angela Caccia

Sul dolore

Vicino e altrove
sospeso e senza forma
cadi su di me col suono
della neve

dovrò sostare nel tuo vuoto
per sgamarti

poi ti sfebbrerò sulle ginocchia
saremo amici
e ti darò un nome.

* * *

Stupori

Svegliarti
e accorgerti che
i passeri
già prima di te
la aspettavano

spazzati le cispe
della notte
tornano danzanti
i rami
ora quasi beffardi

eppure tremarono le ginestre
e qualcuno lanciò sassi
alle finestre ancora chiuse
dell'alba.

Si addensino pure le nuvole
carri di guerra alle frontiere

striscino dalle tane le bisce
che avvelenarono ieri

 il bosco è tornato prato
e non c'è raggio
che non battezzi il giorno.

* * *

Le labbra al bello

Lasciami i tuoi occhi

vedrò il fiore minuto
e bianco tra le agavi
aprirò con le tue
le mie labbra al belo.

Dentro, la tua voce
ha fatto il nido sui rami
fogliosi di un noi

resto nel tuo sguardo
una pianura placida
un sogno senza scadenza

è in questa luce spersa
la tua assenza

l'ombra colma della stanza

sul pavimento cubi
castelli torri merli
e la mia cella.

(da "Il tocco abarico del dubbio", Fara Editore, 2015)




(qui una mia recensione al libro)

lunedì 3 agosto 2015

zoomata






recensione

Il sempre troppo buono Alessandro Canzian recensisce il mio "Oltre il margine".

domenica 2 agosto 2015

tre giorni in Carnia_diario fotografico

 stazioni poetiche


 orizzonti


 si parla di poesia e traduzione
(con Alessandro Canzian e Andrea Sirotti)


 leggendo alla premiazione
(scappa da ridere...)


 dicendo qualcosa di assolutamente imprescindibile
(mentre tutti guardano altrove, imbarazzati)


 con l'amica Elena Zuccaccia


 "cioè, ma siete proprio sicuri?"


 il mio profilo peggiore
(ammesso che ce ne sia uno migliore)


 ascoltando Arnold de Voos


tramonto
(o era l'alba?)


 di passaggio per Udine


sempre Udine, piazza... vabbè, quella lì

finalista

Mio testo, finalista al Premio Carducci in Carnia.
(Che consiglio, per la qualità dei giurati, dei partecipanti e –
last but not least – dell’ospitalità. Giuro, in tre giorni sarò ingrassato di 5 o 6 chili…)


MBENZIRE

Certi vóte me n’addóne
ccusì de botte
ca tu nge sta.
Iè ccume quann’ive criature
ca te sunnève u papònne
e ce rapèvene l’occhie
e a vocca avvunite
pe caccià nu lùcchele. 


(E mo cum’iè ca sta vacande a segge
mommò stèveme parlanne
ched’è sta scurie
stu priatòrie. )

Qua ndo vatte mmacande
a lenga ce sende
ca quache ccosa ce scocchie
si tu sta scruiète
stu ducióre.

CON IL PENSIERO // Certe volte me ne accorgo / così di colpo / che tu non ci sei. / È come quando eri bambina / che ti sognavi l’ uomo nero / e si aprivano gli occhi / e la bocca insieme / per gridare. // (E adesso come mai è vuota la sedia / proprio adesso stavamo parlando / che cos’è questo buio / questa tristezza? ) // Qui dove batte a vuoto / la lingua si sente / che qualcosa si disgiunge / sei tu questa staffilata / questa dolcezza.


(Se a qualcuno interessa, qui ci sono i testi vincitori e qui i giudizi della giuria su tutti i testi finalisti, compreso il mio.)


"Mbenzire/Col pensiero"
di Sergio Pasquandrea

Nel dialetto di San Severo di Foggia la descrizione di una scoperta che nell'evolversi del testo sa maturare da vuoto a dolcezza. Con grande efficacia.

ti guardo (ti scrivo)

Della tua luce nelle foto
filtra appena un alone
qualcosa di più (forse)
nei disegni. E poi nei versi
ci sono segni nascosti
che solo tu puoi decifrare.
Ti guardo (ti scrivo)
come da una finestra socchiusa
si indovinano i brusii
l’acciottolio lo scrocchio del pane
il dolce rumore della vita.