È strano certe volte pensare
a te. Io ci provo
a fissare le linee precise
del tuo volto – a evocare
l'esatta frequenza
della tua voce. So bene
che dovrei concentrarmi
raggiungere quel punto
in cui il nero dei tuoi occhi
vibra all'unisono con il mio cuore.
Eppure no – tutto quello
che vedo se sigillo forte
le palpebre è la tua fiamma leggera
della tua anima – il calore
non so come attraversa la distanza
illumina l'interno
dei miei pensieri.
martedì 6 gennaio 2015
lunedì 5 gennaio 2015
tre poesie di Michael Krüger
Discorso del viaggiatore
Ho percorso l'Italia
da sud a nord
come voleva la strada.
Non ho fatto esperienze.
A Napoli un cane come
non ne vidi mai stava
a guardia del sole nascente;
dietro Ravenna tesi l'orecchio
al sommesso oracolo della pioggia;
in Maremma vidi mosche
negli occhi dei bovini, e me stesso.
Quasi troppo per una vita.
Col tempo appresi
a condurmi fra le vie traverse
che non portano a nord.
A Roma, ne devo far menzione,
osservai formiche rosse
che volevano trascinar via il Pantheon.
Per il resto, camminando lessi
le brevi poesie di Ungaretti
fino a che non si furono dissolte
nella mia radiosa felicità.
* * *
Chiaro che
il creatore dell'universo
si può vederlo come un giocoliere.
Tutto un maledetto gioco,
espressione d'incipiente stanchezza.
Ma talvolta, se a sera,
secondo un'abitudine,
ci raduniamo sul prato
a salutare in silenzio la notte,
per lo stupore restiamo senza parola:
lui per fregarci ci dà prove
del suo grande talento.
* * *
Leopardi e la lumaca
Una lumaca striscia per la terrazza,
un viscidume che va sul ventre, felicemente
sfuggita all’agitazione del giardino. Tenera,
duttile, cornea, aspira il suolo, diretta da un magnete
sotto i marmetti. A testa alta
questo sacro animale con dignità offensiva
taglia la strada alle formiche ove fervono i traffici
e si scambiano carichi da confonder
la vista. Sorella di Sisifo,
lei lavora in pianura, naturale nemica
della ripetizione.
Il centro è raggiunto, in gran silenzio quasi
non si dovesse dar scosse alla casa del mondo
che è piena di crepe invisibili.
Ora penso al tempo, non alla felicità,
perché soltanto come infelici siamo immortali.
Ma lo capiamo che l’ordine funziona
solo con questa lumaca che ora ha fatto il giro
del quadrante bianco del suo orologio?
A che pro saremmo nati, dice Leopardi,
se non per riconoscere come saremmo felici
a non esser nati?
Ho percorso l'Italia
da sud a nord
come voleva la strada.
Non ho fatto esperienze.
A Napoli un cane come
non ne vidi mai stava
a guardia del sole nascente;
dietro Ravenna tesi l'orecchio
al sommesso oracolo della pioggia;
in Maremma vidi mosche
negli occhi dei bovini, e me stesso.
Quasi troppo per una vita.
Col tempo appresi
a condurmi fra le vie traverse
che non portano a nord.
A Roma, ne devo far menzione,
osservai formiche rosse
che volevano trascinar via il Pantheon.
Per il resto, camminando lessi
le brevi poesie di Ungaretti
fino a che non si furono dissolte
nella mia radiosa felicità.
* * *
Chiaro che
il creatore dell'universo
si può vederlo come un giocoliere.
Tutto un maledetto gioco,
espressione d'incipiente stanchezza.
Ma talvolta, se a sera,
secondo un'abitudine,
ci raduniamo sul prato
a salutare in silenzio la notte,
per lo stupore restiamo senza parola:
lui per fregarci ci dà prove
del suo grande talento.
* * *
Leopardi e la lumaca
Una lumaca striscia per la terrazza,
un viscidume che va sul ventre, felicemente
sfuggita all’agitazione del giardino. Tenera,
duttile, cornea, aspira il suolo, diretta da un magnete
sotto i marmetti. A testa alta
questo sacro animale con dignità offensiva
taglia la strada alle formiche ove fervono i traffici
e si scambiano carichi da confonder
la vista. Sorella di Sisifo,
lei lavora in pianura, naturale nemica
della ripetizione.
Il centro è raggiunto, in gran silenzio quasi
non si dovesse dar scosse alla casa del mondo
che è piena di crepe invisibili.
Ora penso al tempo, non alla felicità,
perché soltanto come infelici siamo immortali.
Ma lo capiamo che l’ordine funziona
solo con questa lumaca che ora ha fatto il giro
del quadrante bianco del suo orologio?
A che pro saremmo nati, dice Leopardi,
se non per riconoscere come saremmo felici
a non esser nati?
domenica 4 gennaio 2015
corrispondenze
I libri sono pazienti, non hanno fretta. Aspettano che noi si cresca abbastanza per poterli apprezzare.
Ad esempio il volumetto BUR con le poesie di Georg Trakl era lì da anni, su uno scaffale in casa dei miei. Dentro c'era questa poesia, che Trakl scrisse cent'anni fa, per descrivere con straordinaria precisione me, stasera, proprio in quest'ora crepuscolare del 3 gennaio 2015, in cui la sto leggendo e traducendo.
Ad esempio il volumetto BUR con le poesie di Georg Trakl era lì da anni, su uno scaffale in casa dei miei. Dentro c'era questa poesia, che Trakl scrisse cent'anni fa, per descrivere con straordinaria precisione me, stasera, proprio in quest'ora crepuscolare del 3 gennaio 2015, in cui la sto leggendo e traducendo.
* * *
Sulla via
A sera lo straniero fu portato alla camera mortuaria;
odore di catrame; quieto fruscio di platani rossi;
il volo scuro delle taccole; sulla piazza montavano la guardia.
In neri lenzuoli è calato il sole; sempre ritorna questa sera passata.
Nella stanza accanto la sorella esegue una sonata di Schubert.
Affonda quieto il suo sorriso nella fontana cadente,
con il suo azzurro fruscio nella penombra. Oh, com'è antica la nostra razza.
Qualcuno sussurra laggiù nel giardino; qualcuno ha lasciato questo cielo nero.
Nell'armadio profumano le mele. La nonna accende candele dorate.
Oh, com'è mite l'autunno. Quieti risuonano i nostri passi nel parco antico
sotto gli alberi alti. Oh, com'è severo il volto giacìnteo del crepuscolo.
La fonte azzurra ai tuoi piedi, misterioso il rosso silenzio della tua bocca,
incupita nel sonno delle fronde, nell'oro scuro dei girasoli cadenti.
Le tue palpebre pesanti di papavero sognano quiete sulla mia fronte.
Gentili campane mi agitano il petto. Una nuvola azzurra
è il tuo volto calato sul mio nella penombra.
Un canto con chitarre riecheggia da un'ignota taverna,
là cespugli di sambuco selvatico, un giorno di novembre da lungo passato,
passi familiari sulla scala in penombra, la vista delle travi imbrunite,
una finestra aperta, dove indugia una dolce speranza –
indicibile è tutto, mio Dio, da farmi cadere in ginocchio tremante.
Oh, com'è scura questa notte. Una fiamma purpurea
si è spenta sulla mia bocca. Nel silenzio
smuore il tintinnio di corde dell'anima in ansia.
Lascia che, ebbra di vino, la testa sprofondi nel fosso.
Sulla via
A sera lo straniero fu portato alla camera mortuaria;
odore di catrame; quieto fruscio di platani rossi;
il volo scuro delle taccole; sulla piazza montavano la guardia.
In neri lenzuoli è calato il sole; sempre ritorna questa sera passata.
Nella stanza accanto la sorella esegue una sonata di Schubert.
Affonda quieto il suo sorriso nella fontana cadente,
con il suo azzurro fruscio nella penombra. Oh, com'è antica la nostra razza.
Qualcuno sussurra laggiù nel giardino; qualcuno ha lasciato questo cielo nero.
Nell'armadio profumano le mele. La nonna accende candele dorate.
Oh, com'è mite l'autunno. Quieti risuonano i nostri passi nel parco antico
sotto gli alberi alti. Oh, com'è severo il volto giacìnteo del crepuscolo.
La fonte azzurra ai tuoi piedi, misterioso il rosso silenzio della tua bocca,
incupita nel sonno delle fronde, nell'oro scuro dei girasoli cadenti.
Le tue palpebre pesanti di papavero sognano quiete sulla mia fronte.
Gentili campane mi agitano il petto. Una nuvola azzurra
è il tuo volto calato sul mio nella penombra.
Un canto con chitarre riecheggia da un'ignota taverna,
là cespugli di sambuco selvatico, un giorno di novembre da lungo passato,
passi familiari sulla scala in penombra, la vista delle travi imbrunite,
una finestra aperta, dove indugia una dolce speranza –
indicibile è tutto, mio Dio, da farmi cadere in ginocchio tremante.
Oh, com'è scura questa notte. Una fiamma purpurea
si è spenta sulla mia bocca. Nel silenzio
smuore il tintinnio di corde dell'anima in ansia.
Lascia che, ebbra di vino, la testa sprofondi nel fosso.
(Georg Trakl - traduzione mia)
anamnesi
Avendo infaustamente – e nonostante
me lo fossi promesso e ripromesso –
dimenticato di fissarli in fotografia
dovrò adesso compiere un particolare
sforzo di concentrazione perché nulla
vada perso dei sessanta (scarsi) minuti
che ci hanno visti del tutto
eccezionalmente
l'uno di fronte all'altra – in una
bolla
fragile e iridescente di felicità –
le singole parole la curvatura
della tua voce nel dirmi che non deve
per forza essere così – non sempre
almeno – lo zampillare opalino
della tua risata – l'angolo di
incidenza
del sole sui tuoi zigomi l'incredibile
concentrarsi nella tua cornea
di tutto ciò che intuivo
senza vederlo – come se fosse
tutta lì in un solo punto la luce
di Roma la gloria impudica del
pomeriggio
(e ti vedevo lo sai in un'altra luce
già più vicina a spegnersi – uscire
dall'ombra nello spazio aperto
fermare la pupilla
sulla vertigine dei Tre Mondi)
– e infine
la scia imprevista del tuo profumo
l'estremo il sempre più sottile
filamento che si tendeva a te –
svanita.
E le parole che non ti ho detto
anzi quelle sopratttutto e quelle
che non mi dirai – devi credermi
era questo l'unico modo
farne parole la prima poesia
del duemilaquindici che non penso
potesse nascere sotto migliori auspici.
sabato 3 gennaio 2015
cronache familiari: siamo uomini o...
"Guarda, Lorenzo, questo zainetto entra perfettamente al mio bambolotto..."
"Sì, ma a me invece non mi entla, perché io ho le spalle più lagghe pecché sono un uomo!".
"Sì, ma a me invece non mi entla, perché io ho le spalle più lagghe pecché sono un uomo!".
venerdì 2 gennaio 2015
appunti per un Capodanno apocalittico
Capodanno
Ancora una volta... è nato l'anno
per il ghiaccio e la morte, e non serve
acquattarsi presso la stufa dietro gli scuri
ascoltare la postina che suona il corno
mentre si assottiglia il ghiaccio delle maree.
Qui l'intesa è di non amarsi
l'un l'altro, il domani setaccerà
ogni proponimento. Se si vive, si vive
per annusare il fumo delle vittime. Il gattino
alzò le zampe posteriori, come impigliato
e morì. Lo ripiegammo in una scatola di Natale
e spargemmo erbacce in fiamme per spaventare i corvi
le spire del vento marino tossirono e urlarono
mendicando fuori dalla chiesa serrata
in attesa di San Pietro e della sua chiave storta.
Sotto la campana di San Pietro il mare della parrocchia
riversa i suoi sperlani nel capanno di iuta
dove Giuseppe pizzica le lenze come un'arpa
e ascolta lo spaventoso Puer natus est
della Circoncisione, e rivive la sciagura
le urla di Gesù che tiene in braccio. È tagliente
il fardello della Legge di fronte alla bestia
tempo e mola e il coltello di Dio.
Nel sangue è nato il Bimbo, o figlio del sangue.
Ancora una volta... è nato l'anno
per il ghiaccio e la morte, e non serve
acquattarsi presso la stufa dietro gli scuri
ascoltare la postina che suona il corno
mentre si assottiglia il ghiaccio delle maree.
Qui l'intesa è di non amarsi
l'un l'altro, il domani setaccerà
ogni proponimento. Se si vive, si vive
per annusare il fumo delle vittime. Il gattino
alzò le zampe posteriori, come impigliato
e morì. Lo ripiegammo in una scatola di Natale
e spargemmo erbacce in fiamme per spaventare i corvi
le spire del vento marino tossirono e urlarono
mendicando fuori dalla chiesa serrata
in attesa di San Pietro e della sua chiave storta.
Sotto la campana di San Pietro il mare della parrocchia
riversa i suoi sperlani nel capanno di iuta
dove Giuseppe pizzica le lenze come un'arpa
e ascolta lo spaventoso Puer natus est
della Circoncisione, e rivive la sciagura
le urla di Gesù che tiene in braccio. È tagliente
il fardello della Legge di fronte alla bestia
tempo e mola e il coltello di Dio.
Nel sangue è nato il Bimbo, o figlio del sangue.
Robert Lowell (1917-1977)
(traduzione mia)
giovedì 1 gennaio 2015
intenzioni per il nuovo anno
Ritratto dell'artista come un vecchio prematuro
È risaputo da ogni scolaro e persino da ogni laureato,
Che si può dividere in due generi ogni tipo di peccato.
Un tipo di peccato è chiamato peccato di commissione, ed è causa di molti guai,
Quando fai qualcosa che non dovevi, è quello che fai.
E l'altro tipo di peccato è proprio l'opposto ed è chiamato peccato di omissione ed è altrettanto cattivo agli occhi di tutta la gente ben pensante, da Buddha a quelli della CEI,
E si commette quando non ho fatto quello che dovrei.
Potrei benissimo darvi la mia opinione su questi due tipi di peccato in quanto, in un certo senso, li stiamo mettendo in contrapposizione l'uno con l'altro,
E l'opinione è: non fatevi venire il mal di testa per i peccati di commissione perché per quanto peccaminosi, devono essere perlomeno divertenti, altrimenti avreste fatto altro.
È il peccato di omissione, ossia quello del secondo genere,
Che veramente può ridurti in cenere.
Ciò che veramente ti fa sentire contrito
È l'assicurazione che non hai stipulato e gli assegni i cui talloncini non hai addizionato e gli appuntamenti che non hai rispettato e le multe che non hai pagato e le lettere che non hai spedito.
Inoltre, nei peccati di omissione c'è una mancanza di bellezza piuttosto detestabile,
Cioè, non è che ogni volta che hai trascurato il tuo dovere ci sia stato un giorno o una notte particolarmente memorabile;
Non ti dà nemmeno il maligno brivido della perversione
Ogni volta che lasci passare una scadenza o dimentichi di pagare una contravvenzione;
Neanche hai dato una sonora pacca sulle spalle agli amici del bar e gridato a voce bella alta,
Allora, dimentichiamoci tutti di scrivere ancora un'altra lettera prima di tornarcene a casa, e questo giro di lettere non scritte lo offro io, facce di palta.
No, nemmeno un po' di divertimento ci hai ricavato
Dalle cose che hai trascurato,
Ma quelle sono le cose con cui non mi voglio immischiare
Perché ti darà più grattacapi ciò non hai fatto e avresti dovuto, piuttosto che ciò hai fatto e non avresti dovuto fare.
La morale è che probabilmente di peccati sarebbe meglio non commetterne affatto, ma se proprio devi scegliere di commetterne qualcuno,
Beh, ricordati di farne, piuttosto che di non farne uno.
È risaputo da ogni scolaro e persino da ogni laureato,
Che si può dividere in due generi ogni tipo di peccato.
Un tipo di peccato è chiamato peccato di commissione, ed è causa di molti guai,
Quando fai qualcosa che non dovevi, è quello che fai.
E l'altro tipo di peccato è proprio l'opposto ed è chiamato peccato di omissione ed è altrettanto cattivo agli occhi di tutta la gente ben pensante, da Buddha a quelli della CEI,
E si commette quando non ho fatto quello che dovrei.
Potrei benissimo darvi la mia opinione su questi due tipi di peccato in quanto, in un certo senso, li stiamo mettendo in contrapposizione l'uno con l'altro,
E l'opinione è: non fatevi venire il mal di testa per i peccati di commissione perché per quanto peccaminosi, devono essere perlomeno divertenti, altrimenti avreste fatto altro.
È il peccato di omissione, ossia quello del secondo genere,
Che veramente può ridurti in cenere.
Ciò che veramente ti fa sentire contrito
È l'assicurazione che non hai stipulato e gli assegni i cui talloncini non hai addizionato e gli appuntamenti che non hai rispettato e le multe che non hai pagato e le lettere che non hai spedito.
Inoltre, nei peccati di omissione c'è una mancanza di bellezza piuttosto detestabile,
Cioè, non è che ogni volta che hai trascurato il tuo dovere ci sia stato un giorno o una notte particolarmente memorabile;
Non ti dà nemmeno il maligno brivido della perversione
Ogni volta che lasci passare una scadenza o dimentichi di pagare una contravvenzione;
Neanche hai dato una sonora pacca sulle spalle agli amici del bar e gridato a voce bella alta,
Allora, dimentichiamoci tutti di scrivere ancora un'altra lettera prima di tornarcene a casa, e questo giro di lettere non scritte lo offro io, facce di palta.
No, nemmeno un po' di divertimento ci hai ricavato
Dalle cose che hai trascurato,
Ma quelle sono le cose con cui non mi voglio immischiare
Perché ti darà più grattacapi ciò non hai fatto e avresti dovuto, piuttosto che ciò hai fatto e non avresti dovuto fare.
La morale è che probabilmente di peccati sarebbe meglio non commetterne affatto, ma se proprio devi scegliere di commetterne qualcuno,
Beh, ricordati di farne, piuttosto che di non farne uno.
Ogden Nash
(traduzione mia)
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