martedì 7 febbraio 2012

l'ombra della poesia


"La Szymborska lesse alcune di quelle che sarebbero diventate le mie poesie preferite, tra cui La prima fotografia di Hitler, straordinaria. Le lesse in polacco, con vocina minuta, ironica, da topolino. Dopo ogni lettura del testo originale, un attore italiano recitava la traduzione, con un tono impostato e retorico, gonfiandosi il petto sotto la camicia. Ogni parola era perfettamente scandita, la comprensione di ogni poesia era completa. E tuttavia, la differenza risultava impressionante, perchè il contrasto non avveniva soltanto tra due voci e due lingue, ma tra due mondi e due culture.
Da una parte c’era la freschezza di una ragazza ultraottantenne, arrivata da un paese che ha avuto i suoi grandi autori, ma non li ha mai resi un’eredità da scontare. Dall’altra, si sentiva tutto il peso di una tradizione letteraria sempre incombente come quella italiana, qualcosa di opprimente e da riverire, in ogni caso. L’ombra della Poesia sulla poesia".

Andrea Accardi ha scritto quello che per me è il più bel ricordo della Szymborska letto in rete in questi giorni. Se vuoi leggerlo tutto, clicca qui.

lunedì 6 febbraio 2012

la poésie est morte, vive la poésie


"Considerare le poesie solo in base alla loro liricità emotiva è riduttivo e sminuente; molto spesso – soprattutto su internet, ma non solo – si affianca ad una totale noncuranza per qualsiasi aspetto formale e stilistico. Non importa che una poesia sia linguisticamente o metricamente regressiva o insignificante: l’importante è che suoni bene (dove spesso il ritmo è valutato in funzione della sua vicinanza a quello delle canzoni pop) e che trasmetta emozioni. L’unico aspetto stilistico che caratterizza questi testi è un altissimo tasso di metaforicità, che però non sfugge mai alla banalità più ritrita e non è mai considerabile un tentativo sperimentale".


Dov'è la poesia? Dove va? E soprattutto, interessa davvero a qualcuno?
Una riflessione di Claudia Crocco, in risposta a Franco Arminio (continua a leggere qui).

domenica 5 febbraio 2012

ossigeno


Ossigeno nelle mie tende, sei tu, a
graffiare la mia porta d'entrata, a
guarire il mio misterioso non andare
non potere andare in alcun modo con
gli altri. Come fai? Mi sorvegli e
nel passo che ci congiunge v'è soprattutto
quintessenza di Dio; il suo farneticare
se non proprio amore qualcosa di più
grande; il tuo corpo la tua mente e
i tuoi muscoli tutti affaticati; da
un messaggio che restò lì nel vuoto
come se ad ombra non portasse messaggio
augurale l'inquilino che sono io: tua
figlia, in una foresta pietrificata.

Amelia Rosselli (da "Documento", 1966-1973)

sabato 4 febbraio 2012

lampi - 173


Basta: con me non parlo più.

venerdì 3 febbraio 2012

le tranquille avventure della conversazione

Mi resta il ricordo di una persona generosa e mite, che coltivava le tranquille avventure della conversazione, e che spesso mi attribuiva delle idee geniali che non mi avevano neppure attraversato l’anticamera del cervello ma che erano totalmente sue. Con lui si aveva l’impressione di essere più intelligenti, si usciva dalla stanza credendo di aver capito qualcosa in più della vita.

(Sergio Garufi su J. L. Borges - da qui)

giovedì 2 febbraio 2012

tre poesie di Wisława Szymborska


Non occorre titolo

Si è arrivati a questo: siedo sotto un albero,
sulla sponda d’un fiume
in una mattina assolata.
E’ un evento futile
e non passerà alla storia.
Non si tratta di battaglie e patti,
di cui si studiano le cause,
né di tirannicidi degni di memoria.

Comunque siedo su questa sponda, è un fatto.
E se sono qui,
da qualche parte devo pur essere venuta,
e in precedenza
devo essere stata in molti altri posti,
esattamente come i conquistatori di terre lontane
prima di salire a bordo.

Anche l’attimo fuggente ha un ricco passato,
il suo venerdì prima del sabato,
il suo maggio prima di giugno.
Ha i suoi orizzonti non meno reali
di quelli nel cannocchiale dei capitani.

Quest’albero è un pioppo radicato da anni.
Il fiume è la Raba, che scorre non da ieri.
Il sentiero è tracciato fra i cespugli
non dall’altro ieri.
Il vento per soffiare via le nuvole
prima ha dovuto spingerle fin qui.

E anche se nulla di rilevante accade intorno,
non per quello il mondo è più povero di particolari,
peggio fondato, meno definito
di quando lo invadevano i popoli migranti.

Il silenzio non accompagna solo i complotti,
né il corteo delle cause solo le incoronazioni.
Possono essere tondi non solo gli anniversari delle insurrezioni,
ma anche i sassolini in parata sulla sponda.

Fitto e intricato è il reame delle circostanze.
Il punto della formica nell’erba.
L’erba cucita alla terra.
Il disegno nell’onda in cui si infila un fuscello.

Si dà il caso che io sia qui e guardi.
Sopra di me una farfalla bianca sbatte nell’aria
ali che sono solamente sue,
e sulle mani mi vola un’ombra,
non un’altra, non d’un altro, ma solo sua.

A tale vista mi abbandona sempre la certezza
che ciò che è importante
sia più importante di ciò che non lo è.

*

Sulla torre di Babele

- Che ora è? – Sì, sono felice,
e mi manca solo una campanella al collo
che su di te tintinni mentre dormi.
- Non hai sentito il temporale? Il vento ha scosso il muro,
la torre ha sbadigliato come un leone, il portale
cigolante sui cardini. – Come, ti sei scordato?
Avevo un semplice vestito grigio
fermato sulla spalla. – E un attimo dopo
il cielo si è rotto in cento lampi. – Entrare, io?
Ma non eri da solo. - D’un tratto ho visto
colori preesistenti alla vista. – Peccato
che tu non possa promettermi. – Hai ragione,
doveva essere un sogno. – Perché menti,
perché mi chiami con il suo nome,
la ami ancora? - Oh sì, vorrei
che restassi con me. – Non provo rancore,
avrei dovuto immaginarlo.
- Pensi ancora a lui? – Non sto piagnendo.
- E questo è tutto? – Nessuno come te.
- Almeno sei sincera. – Sta’ tranquillo,
lascerò la città. - Sta’ tranquilla,
me ne andrò via. – Hai mani così belle.
- È una vecchia storia, la lama è penetrata
senza toccare l’osso. – Non c’è di che,
mio caro, non c’è di che. – Non so
che ora sia e non lo voglio sapere.

*

La cipolla

La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.

La cipolla, d’accordo:
il più ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l’idiozia della perfezione.

mercoledì 1 febbraio 2012

le cose della vita


- Mamma, da grande voglio avere tanti bambini miei.
- Brava, cicci.
- Sì, ma come nascono i bambini?
- Eh, tesoro, ti devi trovare un bravo marito, vi sposate e poi arrivano i bambini.
- Lorenzo! Lui è bravo.
- No, amore, Lorenzo è il tuo fratellino, non può essere tuo marito.
- E come si trovano i mariti? Me lo devo trovare adesso?
- No, non adesso: un giorno incontrerai un bel ragazzo e vi innamorerete.
- Ah... E poi se mi sposo me ne devo andare in un'altra casa?
- Beh, vi trovate una bella casa e ci andate ad abitare.
- E come si comprano le case? Ci sono i negozi che vendono le case?
- Una specie. Ci sono delle persone che le vendono, tu vai lì e le compri.
- Ma una casa è pesante! Come faccio a portarla via?

(...continua ad libitum, fino allo sfinimento del genitore)