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giovedì 11 dicembre 2008

saper piangere (2)


Ma nella grotta il generoso Ulisse
Non era: mesto sul deserto lido,
Cui spesso si rendea, sedeasi; ed ivi
Con dolori, con gemiti, con pianti
Struggeasi l'alma, e l'infecondo mare
Sempre agguardava, lagrime stillando.
(Odissea, Libro V)


Come la fame rintuzzata, e spenta
Fu la sete in ciascun, l'egregio vate,
Che già tutta sentìasi in cor la Musa,
De' forti il pregio a risonar si volse,
Sciogliendo un canto, di cui sino al cielo
Salse in que' dì la fama. Era l'antica
Tenzon d'Ulisse e del Pelìade Achille,
Quando di acerbi detti ad un solenne
Convito sacro si ferîro entrambi.
Il re de' prodi Agamennòn gioìa
Tacitamente in sé, visti a contesa
Venire i primi degli Achei: ché questo
Della caduta d'Ilio era il segnale.
Tanto da Febo nella sacra Pito,
Varcato appena della soglia il marmo,
Predirsi allora udì, che di que' mali,
Che sovra i Teucri, per voler di Giove,
Rovesciarsi doveano, e su gli Achivi,
Si cominciava a dispiegar la tela.

A tai memorie il Laerziade, preso
L'ampio ad ambe le man purpureo manto,
Sel trasse in testa, e il nobil volto ascose,
Vergognando che lagrime i Feaci
Vedesserlo stillar sotto le ciglia.
Tacque il cantor divino; ed ei, rasciutte
Le guancie in fretta, dalla testa il manto
Si tolse, e, dato a una ritonda coppa
Di piglio, libò ai numi. I Feacesi
Cui gioia erano i carmi, a ripigliarli
Il poeta eccitavano, che aprìa
Novamente le labbra; e novamente
Coprirsi il volto e lagrimare Ulisse.
Così, gocciando lagrime, da tutti
Celossi. Alcinoo sol di lui s'avvide,
E l'adocchiò, sedendogli da presso,
Oltre che forte sospirare udillo;
E più non aspettando: "Udite", disse,
"Della Feacia condottieri e prenci.
Già del comun convito, e dell'amica
De' conviti solenni arguta cetra
Godemmo. Usciamo, e ne' diversi giuochi
Proviamci, perché l'ospite, com'aggia
Rimesso il piè nelle paterne case,
Narri agli amici, che l'udranno attenti,
Quanto al cesto e alla lotta, e al salto e al corso,
Cede a noi, vaglia il vero, ogni altra gente".
(Odissea, Libro VIII)

mercoledì 10 dicembre 2008

saper piangere


Quando ho fatto "Giona che visse nella balena" ne promossi la visione nelle scuole ai ragazzi compresi tra i dieci e i sedici anni; questi ultimi erano seduti sempre in fondo e non facevano altro che ridere, i più piccoli, invece, erano seduti ai primi posti e spesso piangevano; un giorno un bambino che era in prima fila, durante la proiezione, si è alzato e ha esclamato: “Zitti voi che non sapete neanche piangere!”.
(Roberto Faenza, regista)

"In questo rio pensier l'aggiunse il figlio 20
di Nestore piangendo, e, Ohimè! gli disse,
magnanimo Pelìde; una novella
tristissima ti reco, e che nol fosse
oh piacesse agli Dei! Giace Patròclo;
sul cadavere nudo si combatte; 25
nudo; ché l'armi n'ha rapito Ettorre.
Una negra a que' detti il ricoperse
nube di duol; con ambedue le pugna
la cenere afferrò, giù per la testa
la sparse, e tutto ne bruttò il bel volto 30
e la veste odorosa. Ei col gran corpo
in grande spazio nella polve steso
giacea turbando colle man le chiome
e stracciandole a ciocche. Al suo lamento
accorsero d'Achille e di Patròclo 35
l'addolorate ancelle, e con alti urli
si fêr dintorno al bellicoso eroe
percotendosi il seno, e ciascheduna
sentìa mancarsi le ginocchia e il core.
Dall'altra parte Antìloco pietoso 40
lagrimando dirotto, e di cordoglio
spezzato il petto rattenea d'Achille
le terribili mani, onde col ferro
non si squarciasse per furor la gola.
Udì del figlio l'ululato orrendo 45
la veneranda Teti che del mare
sedea ne' gorghi al vecchio padre accanto.
Mise un gemito, e tutte a lei dintorno
si raccolser le Dee, quante ne serra
il mar profondo, di Nerèo figliuole 50
Glauce, Talìa, Cimòdoce, Nesea
e Spio vezzosa e Toe ed Alie bella
per bovine pupille, e la gentile
Cimòtoe ed Attea: quindi Melìte
e Limnòria e Anfitòe, Jera ed Agave, 55
Doto, Proto, Ferusa e Dinamena
e Desamena ed Amfinòma e seco
Callïanìra e Dori e Panopea,
e sovra tutte Galatea famosa;
v'era Apseude e Nemerte e con Janira 60
Callïanassa ed Ïanassa; alfine
l'alma Climene, e Mera ed Oritìa
ed Amatea dall'auree trecce, ed altre
Nerëidi dell'onda abitatrici.
Tutto di lor fu pieno in un momento 65
il cristallino speco, e tutte insieme
batteansi il petto, allorché Teti in mezzo
tal diè principio al lamentar..."
(Iliade, libro XVIII)

"Disse cosí, e gli fece nascere brama di piangere il padre:

allora gli prese la mano e scostò piano il vecchio;

entrambi pensavano e uno piangeva Ettore massacratore

a lungo, rannicchiandosi ai piedi d’Achille,

ma Achille piangeva il padre, e ogni tanto

anche Patroclo; s’alzava per la dimora quel pianto.

Ma quando Achille glorioso si fu goduto i singhiozzi,

passò dal cuore e dalle membra la brama,

s’alzò dal seggio a un tratto e rialzò il vecchio per mano,

commiserando la testa canuta, il mento canuto,

e volgendosi a lui parlò parole fugaci..."

(Iliade, libro XXIV)