Muti riflette sulla situazione (disastrosa) della didattica musicale in Italia, sui teatri chiusi, sull'insegnamento della musica nelle scuole ridotta al dar fiato a infami pifferi, su quel 99% di italiani che non hanno mai messo piede a un concerto di musica classica, e lo fa con lucidità e spregiudicatezza, indicando quelle che sono, anche a mio avviso, le vere cause di questo tsunami culturale: non solo la politica miope dei governi, di Destra come di Sinistra, ma anche - se non soprattutto - la sclerotizzazione della stessa musica classica, ormai ridotta a ripetere rituali vuoti, puri gusci senza sostanza, o peggio ancora ad inseguire il pop più deteriore e televisivo.
Mi limito a riportare un aneddoto personale: qualche anno fa, nel liceo dove insegnavo, un gruppo di ragazzi aveva messo su un bel laboratorio musicale pomeridiano. Si erano allestiti, da soli, una sala prove con tanto di strumenti, mixer, amplificatori (c'era uno di loro che era una specie di mago della tecnologia) e si ritrovavano a suonare rock e blues, cover di Eric Clapton e dei Police. Insomma, bella roba.
La disgrazia è che a sovrintendere era stata messa una collega di musica che un giorno mi disse, parole testuali: "Quello che fanno non ha nessun valore musicale. Al massimo può essere un'esperienza di socializzazione, ma nient'altro".
Ecco, mettere una persona del genere a insegnare musica è il modo più sicuro per ammazzare nei ragazzi qualunque passione per la musica classica. E quindi per privarli di un'occasione irripetibile di crescita umana, culturale e spirituale.
Qualche passo dall'intervista a Muti:
Guardi, la stupirò: per amare la musica non è necessario saperla suonare. Forse che riesce a godere Shakespeare solo chi scrive tragedie? Credo che la didattica di base della musica, negli ultimi decenni, sia stata volonterosa ma fondamentalmente sbagliata. Diciamo la verità: certi infami pifferi messi a forza tra i denti degli scolari, con quegli strazianti miagolii che si sentono a volte uscire dalle finestre delle scuole, finiscono per farla odiare, la musica, a un ragazzino. Non credo neppure che sia necessario insegnare a leggere lo spartito, un esercizio tecnico dispendioso e inutile per chi poi non farà il musicista di professione.
Allora, che fare?
Le racconto cosa faccio io. A Lugo c'è un bel teatro, il Rossini. Ci sono andato con la Cherubini per le prove della Jupiter di Mozart. Sinfonia difficilissima, inizia catturandoti con dolci lusinghe e termina nella metafisica più pura. Ho scelto di fare qualche ora di prove aperte, invitando tutto il paese. Parlavo, spiegavo, facevo esempi. Alla fine c'è stata un'ovazione di gratitudine sincera: di chi improvvisamente ha scavalcato un muro ed è arrivato a cogliere il piacere della musica.
[...]
I ragazzi che girano per strada con gli auricolari spesso ascoltano cose molto complesse. Non è la presunta "difficoltà" della musica colta a tenerli fuori dai teatri. Molte volte è una ritualità che non s'è mai rinnovata. Quanto vorrei che finissero certe liturgie, l'applauso, gli abiti scuri, l'ingresso sul palco dei "pinguini" col capo pinguino... Sogno concerti dove i musicisti, vestiti come i loro ascoltatori, spiegano e condividono ciò che stanno per fare, un concerto senza sacerdoti separati dai fedeli, un concerto dove tutti siano concelebranti...
Il Concilio Vaticano II della musica...
Ma con rigore, rispetto, e sforzo: perché ascoltare musica non è udire un sottofondo, è affrontare un viaggio intellettuale ed emotivo.
Che cosa pensa delle «contaminazioni» tra rock e classica? Avvicinano i ragazzi?
Allontanano. Ho sentito, mi pare al Festival di Sanremo, un'orchestra classica suonare Mozart assieme a un gruppo pop, ma di quel brano è rimasta solo una pallida superficie di note che può andar bene per uno spot televisivo. Una sinfonia non è una linea melodica, è un'architettura dove tutto dipende da tutto, togli un mattone e crolla.
La lirica negli stadi?
Non so se i Tre tenori e cose simili abbiano allargato il pubblico della musica, ma non credo l'abbiano comunicata. Quei recital sono condensati di arie celebri, una dopo l'altra, come cioccolatini; strappano applausi, ma un pranzo fatto solo di dessert finisce per disgustare. Un'opera è un apparato complesso, fatto di densità diverse, l'aria esplode al momento giusto, non la puoi strappare come un fiore dall'albero.