PRIMO TEMPO DI UN'AVVENTURA - 9
Tastando nell'armadio sotto il soprabito, sul gancio dell'omino
caldo, appeso in su, qualcosa... qualcuno, per i piedi,
penzoloni, scoperto identico, d'aspetto ancora umano,
tirato già dal fondo (la testa), precipite,
addosso, travolgente, in un groviglio indecifrabile,
di abiti, di corpi (due), vivi o morti (un rebus), col -
finalmente - suicida, senza traccia
alcuna di subita violenza. Apertegli le palbebre a fatica,
goffa, grottesca pantomima; nell'ansia (se suonano alla porta?), trascinato
a viva forza l'esanime corpo, resistente,
per il confronto. Sorrettolo, davanti allo specchio,
ancor peggio tremebondo, gocciante,
di fatica, sudore, per la gioia prorompente del confronto, infine,
risultato positivo!
* * *
LETTO
Qua sotto fiatiamo caldi
buone bestie tenere
buone bestie tenere
Oh come siamo dolci e inermi,
buoni e sospesi nell'oblìo del giorno,
nelle piume e nel poco
che ci protegge scarmigliati,
gli occhi socchiusi, e gli sguardi si sfiorano
in un tocco per sempre che ci fa comuni,
quaggiù depositati, stirandoci a grattarci
nel caldo inverno dei colori.
* * *
(da "Glenn")
"Caro", gli dicevo, mentre sedeva morbido sopra le mie ginocchia in poltrona. Lo guardavo con totale, legittima fierezza. Temevo per quegli ossicini dalle mie manone; gli occhi a mandorla, la pelle candida, le rare efelidi. Lo carezzavo... "caro"... sui capelli lisci. A tavola era immobile sui gomiti. Odiava i fondi rossi di bicchiere, il succo appiccicoso delle arance nelle mani. Gina fingeva di ignorarlo. Odiava le scintille che sprizzavano. Guardava con mansueta reverenza gli operai.
(nell'immagine: un disegno di Simonetta Martini)