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mercoledì 19 settembre 2012

exactly like me


"I libri sono per me una doppia avventura: la prima è la scoperta, quando li trovo da qualche parte, fiuto l'importanza che potranno avere per me e per così dire me ne approprio fisicamente. Dopodiché passano spesso molti anni fino alla seconda avventura, quando per un incomprensibile impulso li riprendo in mano e, escludendo qualsiasi altro interesse, mi ci getto sopra come in un delirio".

(Elias Canetti, da una lettera a Roberto Calasso, 
citata in "La follia che viene dalla Ninfe", Adelphi 2005, p. 110)

mercoledì 18 aprile 2012

leggere e (è?) vivere


Non esistono forse giorni della nostra infanzia che abbiam vissuti tanto pienamente come quelli che abbiam creduto di aver trascorsi senza vivere, in compagnia d’un libro prediletto. Tutto quel che (a quanto ci sembrava) li riempiva per gli altri, e che noi scartavamo come ostacoli volgari a un piacere divino, – il gioco per il quale un amico veniva a cercarci nel punto più interessante; l’ape o il raggio di sole che ci davan fastidio, costringendoci ad alzar gli occhi dalla pagina o a cambiar di posto; le provviste che ci erano state date per l’ora di merenda e che lasciavamo accanto a noi sul sedile, senza toccarle, mentre, sopra il nostro capo, il sole diminuiva di forza nel cielo azzurro; il pranzo che ci aveva obbligati a rientrare e durante il quale pensavamo solo a salire, subito dopo, in camera, a terminare il capitolo interrotto, – tutto questo, di cui la lettura avrebbe dovuto farci sentire soltanto l’importunità, ne imprimeva invece in noi un ricordo talmente dolce (e, pel nostro giudizio attuale, più prezioso di quel che leggevamo allora con amore) che, ancor oggi, se ci càpita di sfogliare quei libri di un tempo, li guardiamo come se fossero i soli calendari da noi conservati dei giorni che furono, e con la speranza di veder riflesse nelle loro pagine le dimore e gli stagni che più non esistono.

Marcel Proust, Giornate di lettura

giovedì 23 settembre 2010

gogna


Gogna, vergogna e pubblico ludibrio per gli autori delle antologie* del liceo.
Con che faccia si riciclano i cascami più stantii dello strutturalismo, esausti da almeno trent'anni, e li si propina per "didattica della letteratura"?
E poi ci si lamenta che "i giovani non leggono".
Gogna, gogna e ancora gogna...




P.S.: Le metafore sono importanti, ci insegna Lakoff. "Antologia", da άνθος, "fiore", e λέγειν, "raccogliere". La metafora è che la letteratura sia un arbusto dal quale si colgono i fiori più belli. Il risultato è che ci si trova con, da una parte, un arbusto spogliato, dall'altra una collezione di cadaverini.

venerdì 9 ottobre 2009

per una carta dei diritti del lettore

Promemoria

Non prendere mai troppo sul serio le dichiarazioni degli artisti circa le proprie creazioni. Spesso il rapporto tra creatore e creatura è tormentato quanto quello tra padre e figlio; amore e odio si intrecciano in trame indecifrabili.
Ma le opere non appartengono a chi le ha scritte, bensì al lettore/ascoltatore/spettatore ecc. ecc., il quale ha il diritto di farne quel che meglio crede.
O, come diceva Troisi nel "Postino", "le poesie non sono di chi le scrive, sono di chi gli servono"

domenica 9 agosto 2009

polvere


Mi chiedo perché mai continuo ad evitare l'attualità editoriale e a leggere vecchi libri, recuperandoli sulle bancarelle dell'usato e riempiendo la casa di volumi polverosi, con le copertine lacere e macchiate, le coste giallognole che sanno di fradicio.
E dire che il materiale contemporaneo non mi mancherebbe: solo negli ultimi mesi avevo pensato di leggere, o perlomeno di comprare, Davide di Carlo Coccioli, Il tempo materiale di Giorgio Vasta, L'ubicazione del bene di Giorgio Falco, Stabat Mater di Tiziano Scarpa, Il dolore secondo Matteo di Veronica Raimo, e un bel po' di altre cosette. E invece niente.
Continuo a pescare fra le centinaia di libri che mi aspettano sugli scaffali da anni, a volte da decenni, e magari andrà a finire che i "contemporanei" li comprerò nel 2015 o nel 2018, usati, lisi, sdruciti e scarabocchiati.
Forse c'entra lo smarrimento di fronte al caos dell'editoria, l'attesa del tranquillizzante setaccio del tempo, che separerà il grano dalla crusca.
Oppure il sottile piacere di sentirsi inattuale, che ormai ho imparato ad accettare come uno dei tratti dominanti del mio carattere. (Tanto per dire, sono uno dei pochi abitanti del mondo civilizzato a non avere un account attivo su FaceBook; probabilmente mi deciderò ad averlo quando FB sarà ormai fuori moda).
O forse l'imprinting olfattivo delle ore e ore passate, da ragazzo, a sfogliare i libri impilati negli armadi di mia nonna, edizioni degli anni '40 e '50 che mi lasciavano le dita nere di polvere. Quell'odore stantìo, muffito, mi dava un piacevole stordimento. Era un piacere aggiunto al piacere della lettura.
Li sfogliavo per trovarci una firma, una dedica, un petalo secco, un pezzo di scotch applicato chissà quando da chissà chi. Mi facevano sentire meno solo, durante quell'attività da solitari che è la lettura.