
Mi chiedo perché mai continuo ad evitare l'attualità editoriale e a leggere vecchi libri, recuperandoli sulle bancarelle dell'usato e riempiendo la casa di volumi polverosi, con le copertine lacere e macchiate, le coste giallognole che sanno di fradicio.
E dire che il materiale contemporaneo non mi mancherebbe: solo negli ultimi mesi avevo pensato di leggere, o perlomeno di comprare,
Davide di Carlo Coccioli,
Il tempo materiale di Giorgio Vasta,
L'ubicazione del bene di Giorgio Falco,
Stabat Mater di Tiziano Scarpa,
Il dolore secondo Matteo di Veronica Raimo, e un bel po' di altre cosette. E invece niente.
Continuo a pescare fra le centinaia di libri che mi aspettano sugli scaffali da anni, a volte da decenni, e magari andrà a finire che i "contemporanei" li comprerò nel 2015 o nel 2018, usati, lisi, sdruciti e scarabocchiati.
Forse c'entra lo smarrimento di fronte al caos dell'editoria, l'attesa del tranquillizzante setaccio del tempo, che separerà il grano dalla crusca.
Oppure il sottile piacere di sentirsi inattuale, che ormai ho imparato ad accettare come uno dei tratti dominanti del mio carattere. (Tanto per dire, sono uno dei pochi abitanti del mondo civilizzato a non avere un account attivo su FaceBook; probabilmente mi deciderò ad averlo quando FB sarà ormai fuori moda).
O forse l'imprinting olfattivo delle ore e ore passate, da ragazzo, a sfogliare i libri impilati negli armadi di mia nonna, edizioni degli anni '40 e '50 che mi lasciavano le dita nere di polvere. Quell'odore stantìo, muffito, mi dava un piacevole stordimento. Era un piacere aggiunto al piacere della lettura.
Li sfogliavo per trovarci una firma, una dedica, un petalo secco, un pezzo di scotch applicato chissà quando da chissà chi. Mi facevano sentire meno solo, durante quell'attività da solitari che è la lettura.