Dopo anni di orgoglioso ateismo, è andato a Messa ed è scoppiato a piangere come un bambino.
domenica 30 agosto 2009
sabato 22 agosto 2009
prima e dopo dio
Mi è capitato, ultimamente, di chiedermi quando e perché ho smesso credere in Dio (ad esempio me lo sono chiesto dopo aver letto questo bel post su La poesia e lo spirito).
Non saprei, onestamente. Mi pare di ricordare che almeno fin verso i 15-16 anni ci credevo; ma non sono sicuro, dovrei recuperare i miei diari di allora, che saranno ancora a casa dei miei, in fondo a qualche cassetto.
Però ho l'impressione che il processo sia stato lungo e che sia difficile individuare un preciso punto di svolta. E che le cause siano tante, ognuna impossibile da districare e distinguere rispetto alle altre.
Certo, la mia esperienza infantile ha contato molto. Ho conosciuto un cristianesimo vacuo, esteriore, teatralizzato; si adoravano statue di santi, Madonne in lacrime con il cuore trafitto, si portavano in processione Cristi alla colonna. Un trionfo di patetismo cimiteriale, paganeggiante.
Un cristianesimo anche cupo, arido, formalistico, intimidatorio, prescrittivo, oppressivo. Leggevamo la lista dei peccati, mentre il vecchio parroco dalle mani nodose ci aspettava per la confessione, in fondo alla chiesa buia, e infuriato faceva echeggiare le volte altissime. E la catechista che, senza preavviso, mentre sedevo in attesa della Messa, mi arrivò alle spalle e mi mollò un ceffone sulla nuca. Perché non andavo all'Azione Cattolica. Ricordo la mia umiliazione, le risate dei compagni.
Solo questo? No, ricordo il fervore delle novene, un missionario passionista che ci faceva cantare tutti in coro, le preghierine che scrivevo. Ma quelle urla, quegli schiaffi, hanno lasciato cicatrici molto più profonde.
Ricordo gli anni dell'adolescenza. Chi mi aveva fatto quel corpo, chi aveva fatto sì che, quando la compagna di banco si abbassava per prendere lo zaino e dimenticandosi di non avere il reggipetto lasciava intravedere un magnifico tenerissimo capezzolo, il sangue affluisse in una zona che, secondo quanto insegnavano a dottrina, era sede degli impulsi più diabolici?
E ricordo la sensazione di vivere sospeso, senza appigli, la paralisi della volontà, l'oppressione della vita di provincia, il disprezzo per chi viveva imbestiandosi in quel brago morale. L'assurdo. Dov'era Dio? Nessuno rispondeva.
E ricordo poi il primo interesse per la politica, la sensazione di essere finalmente io ad affrontare il mondo, senza gli schermi pietistici della religione e del catechismo. Offrire il petto nudo a un universo vuoto, non ripararlo dietro un santino o uno scapolare, costruirsi il senso, non acquistarlo già precotto (“quando hai smesso di credere?”, mi chiese una volta mia suocera, e io: “quando ho cominciato a pensare con la mia testa”; lo so, sono stato stronzo, e credo che lei ci sia rimasta male, povera donna).
E ricordo, infine, V. che mi diceva di credere in Dio perché “lo sentiva nel cuore”, e io che sardonico le rispondevo che quella casomai era tachicardia.
Ecco, avessi conosciuto preti diversi; avessi vissuto l'adolescenza altrove, diversamente; avessi disprezzato meno le sensazioni e creduto un po' meno nella logica; forse oggi andrei ancora a Messa.
Di certo mi sono reso conto che chi ci va non è, come ho pensato a lungo, un patetico idiota che si nasconde sotto le gonnelle di un idolo. Che non ci si guadagna il rispetto con il disprezzo. E che in fondo le mie risposte esistenziali (agnostiche, razionaliste, nichiliste) sono solo mie, e non è detto che siano le migliori.
E poi amo mia moglie, e mia figlia. E questo è quanto di più simile a Dio ci sia nella mia vita.
sabato 7 marzo 2009
sparare ai feticci
C'è chi li chiama paradigmi, chi idola, chi frames cognitivi, chi discorsi dominanti, chi più semplicemente pregiudizi. Ma l'idea è sempre quella: molto spesso, quando crediamo di pensare, non facciamo altro che mettere in moto meccanismi pre-innescati.
Non che questo sia del tutto sbagliato: i pregiudizi sono, in una certa misura, indispensabili, se non vogliamo riscoprire ogni volta il mondo da zero. Sappiamo che la parola "tavolo" designa quell'oggetto e non quell'altro, che in genere sul tavolo si appoggiano i piatti e non i piedi, che se andiamo in un paese straniero si parlerà probabilmente una lingua diversa e che se diciamo a qualcuno "buongiorno" quello ci risponderà alla stessa maniera, e se non lo fa è un villano.
Fin qui tutto bene, si tratta di conoscenze necessarie a sopravvivere nella nostra società.
Il problema è quando queste nozioni si trasformano in schermi, dure incrostazioni catarattiche frapposte fra noi e la realtà. Mi capita spesso di accorgermi che la maggior parte di quelle che vengono chiamate "idee" (le mie, prima ancora di quelle degli altri) non sono altro che concrezioni di stereotipi, impressioni superficiali, notizie orecchiate al TG, chiacchiere da fruttivendolo ripetute senza verificarle.
E' difficile che qualcuno, richiesto di motivare le proprie opinioni, sappia citare un'argomentazione o un dato di fatto, sappia articolare un ragionamento convincente.
Qualche tempo fa, in TV, un giornalista intervistava un gruppo di attivisti della Lega che raccoglievano firme contro la costruzione di prefabbricati da assegnare a famiglie rom. Richiesti delle proprie argomentazioni, la maggior parte se ne uscivano con un "se ne tornino a casa loro" o con un "non ce li vogliamo perché mendicano per strada". Messi di fronte al fatto che gli assegnatari dei prefabbricati erano rom di nazionalità italiana, lì residenti da venti o trent'anni (e quindi erano a casa loro), regolarmente assunti da ditte del luogo (quindi non mendicanti ma onesti lavoratori), avevano in genere due reazioni: o tacevano, o iniziavano a sbraitare slogan razzisti.
Ora, lo so che mi sono scelto un bersaglio facile, che accusare un leghista di scarsa intelligenza è come sparare sulla Croce Rossa, ma quello che mi interessava era mettere in evidenza una serie di meccanismi cognitivi: la sostituzione dell'argomentazione con la frase fatta, l'adesione incondizionata al luogo comune, l'invocazione della propria esperienza come prova probante ("è vero che mendicano: li vedo ogni giorno"), la generalizzazione ("un rom mendica, tutti i rom mendicano"), il primato delle viscere sul cervello, l'incapacità di vedere le cose in modo diverso da quello che si è deciso di adottare.
Meccanismi che nel cervello limaccioso di un leghista trovano terreno quantomai fertile, ma dai quali in fondo nessuno di noi è esente.
Tanto per fare un esempio: fino a poco tempo fa (intendo, fino a un paio di anni fa) io ero nel pieno del mio furor anticlericale. Non parlavo della Chiesa cattolica se non in termini rabbiosi, o sarcastici, o freddamente cinici.
Ora, è fin troppo facile dire che la Chiesa è stata (è?) usata come strumento di potere e di repressione; che si è fatta complice di regimi impresentabili; che pretende di mettere becco in questioni politiche che non le competono; che ci sono sacerdoti pedofili; che il Catechismo è una sedimentazione di assurdità anacronistiche; che molto magistero della Chiesa non ha più nulla a che vedere con il mondo contemporaneo; che molti cattolici non sanno nulla del cattolicesimo, della sua dottrina e della sua storia; che tante persone, appena uscite dalla Messa domenicale, sono già di nuovo pronte a pugnalare alle spalle il prossimo per guadagnare due lire in più.
Più difficile, per me, è stato ammettere che ci sono parti della Chiesa che lavorano, in maniera del tutto disinteressata, per aiutare i più deboli; che ci sono cattolici morti per difendere la libertà e la democrazia; che i politici italiani potrebbero benissimo evitare di dar spazio a certe dichiarazioni (oltretutto, accolte solo se, come e quando fa loro comodo: ma questo è un altro discorso) e fare piuttosto il loro lavoro, ossia gestire uno Stato laico; che molti sacerdoti sono bravissime persone, oppure sono uomini come tutti gli altri, con i loro pregi e i loro difetti; che il Catechismo non esaurisce il cattolicesimo; che non sempre è un difetto non essere contemporanei; che si può essere sinceramente credenti anche senza una laurea in teologia; che fra i cattolici ci sono persone oneste, serie, che vivono in profondità il loro cristianesimo.
Insomma, ammettere che anche chi la pensa diversamente da me può essere in buona fede, e persino avere una parte di ragione. Ammettere persino che molta di quella mia rabbia non derivava da ragionamenti fondati, ma da un caglio di astio e risentimento che aveva tutt'altra origine.
Non posso nemmeno dire di esserci riuscito del tutto, ma ci sto provando. Certo, è difficile.
Facile, molto più facile, è costruirsi un feticcio, travestirlo da Papa e divertirsi a sparagli addosso.
domenica 19 ottobre 2008
che cosa (da non-credente) mi dà fastidio nell'ateismo militante.
Soprattutto, la grossolanità dei bersagli.La negazione aprioristica di un'intera categoria dell'esperienza umana, che in mancanza di un termine migliore definirei “spirituale”.
Dire che “lo spirito non si vede, quindi non esiste” non è un'obiezione probante, perché allora anche un cieco, nato in un paese di ciechi, potrebbe legittimamente sostenere che un oggetto ha forma, durezza, odore, suono, gusto ma sicuramente non colore.
A me non interessa l'esperienza religiosa, in quanto ipostatizzazione di un fenomeno che per me è solo psicologico. O neurologico che dir si voglia. Insomma, una differenza di potenziale elettrico tra conglomerati di neuroni.
Ma non pretendo che la mia spiegazione sia quella vera. Solo, chiedo il diritto di professarla senza essere oggetto del disprezzo altrui, e senza essere accusato di disprezzare chi crede. Ma su questo tornerò più avanti.
Pretendo invece che non vengano usate categorie spirituali per spiegare fenomeni che con la spiritualità non hanno nulla a che vedere. La fisica, ad esempio, o la biologia, o la teoria dell'evoluzione. Ma questo è un altro discorso.
L'attacco alla Chiesa nella sua interezza.
Sono d'accordissimo con l'attacco alla Chiesa come istituzione politica, economica, insomma temporale.
D'altronde, ritengo che l'attacco sarebbe facilmente condivisibile partendo da posizioni non atee, ma semplicemente evangeliche. In “Mission”, il sacerdote indio espone al cardinale la gestione economica della missione, basata sulla condivisione e sulla proprietà collettiva dei beni. Il cardinale ribatte che quella è una dottrina in odore di eresia, e il sacedote indio obietta: “Veramente, eccellenza, è la dottrina dei primi cristiani”.
Ecco, penso che qualunque (vero) cristiano sarebbe d'accordo nel sostenere che ogni discorso di potere è un discorso che contraddice il Vangelo.
Però poi si entra in un campo minato. La Chiesa ha diritto di interferire in politica? No, assolutamente, per le ragioni che ho esposto sopra, e anche perché la politica la fanno i partiti, e non mi risulta che la Chiesa lo sia. Però può dire a chi crede che una certa legge è contraria alla morale cattolica? Certo, rientra nella libertà di opinione.
E qui mi si obietterà: però la Chiesa dispone di una grancassa mediatica di insostenibile potere. È vero. Ma la colpa di chi è? Della Chiesa, o di chi nei media amplifica ogni parola di Ratzinger manco fosse quella del Presidente della Repubblica? Attaccare la Chiesa significa guardare il dito invece della luna.
Altra obiezione frequente: la Chiesa ha molta voce perché ha molti fedeli. Io direi piuttosto che la Chiesa ha molti fedeli perché ha molta voce, e storicamente l'ha sempre avuta perché ha goduto dell'appoggio dei poteri dominanti, o è stata essa stessa il potere dominante. Però qui si rientra nel problema di cui sopra: la Chiesa come soggetto politico, ossia come snaturamento del Vangelo.
Per il resto, la dottrina morale della Chiesa dovrebbe essere un affare interno dei cattolici. E devo dire che su certi punti a volte mi trovo persino d'accordo. Capita, almeno.
Il disprezzo.
Questo è un punto nevralgico, perché qui si giocano molte discussioni tra credenti e non credenti. Gli atei militanti accusano i cattolici di disprezzare chi non crede. E l'accusa è tutt'altro che falsa: ho sentito con le mie orecchie un frate affermare che “Dio è amore, quindi chi non crede rifiuta l'idea stessa dell'amore, non è capace di amare”. Cioè, io non credo, quindi non amo mia figlia, sono un cattivo padre. Cazzate, pure e semplici.
Però è vero anche che ho sentito un noto scienziato, che appare spesso in TV e che mi è persino simpatico, affermare che non tutti sono atei perché “non tutti sono condannati ad essere intelligenti”. Cioè, che chi crede è automaticamente un cretino. Cazzate, anche queste.
Non si può pretendere di essere rispettati come atei se non si rispetta chi crede. E fare il giochino del chi-ha-cominciato-a-disprezzare-chi mi sembra soltanto infantile. Se il disprezzo è sbagliato, comincia tu a non disprezzare gli altri.
Ho conosciuto cattolici (anzi, diciamolo, preti) che erano persone spregevoli, ma questo non mi dà il diritto di disprezzare i cattolici, più di quanto un carabiniere disonesto mi dia il diritto di disprezzare tutti carabinieri.
Insomma, trovo quello dell'ateismo militante un discorso (in senso foucaultiano) altrettanto totalizzante (e, potenzialmente, totalitario) di quello del fondamentalismo religioso.
Liberarsi dalle pastoie dei discorsi, abbattere gli idola. Insomma, essere uomini liberi. Cattolici o atei, non fa differenza.