martedì 31 maggio 2016

gli amanti sottomarini

Questa notte ti incontro nelle solitudini di corallo
dove la forza della vita ci ha condotto per mano.
In cima ai rotondi candelieri di conchiglia
una ballerina si sfoglia.
I suoni della tua infanzia
si srotolano dalla bocca delle sirene.
La grande farfalla verde del fondo del mare
che nasce solo di mille in mille anni
ti vola attorno per servirti,
presentandoti lo specchio in cui l'acqua si guarda,
e i sottili pesci gialli e azzurri
circolandoti nei capelli
trovano pronto il liquido per addormentare il palombaro.
Tuffiamoci senza paura
in queste profonde regioni dove dorme il veliero,
in attesa che l'irreale non si innalzi in aurora
sui nostri corpi che tornano alle acque del paradiso.

Murilo Mendes - traduzione mia

lunedì 30 maggio 2016

tre poesie di Albrecht Haushofer

Albrecht Haushofer (1903-1945) fu professore di Geografia Politica all'Università di Berlino, ma si dedicò – perlopiù in privato – anche all'attività letteraria.
Suo padre, Karl, fu anch'egli un docente universitario, liberale conservatore di idee nazionaliste e perciò vicino al nascente nazismo (era amico personale di Rudolf Hess). Pare si debba proprio a lui l'invenzione dell'espressione Lebensraum (“spazio vitale”), poi diventata parte degli slogan nazisti. Egli, comunque, si allontanò dal nazismo quando ne comprese il carattere dittatoriale.
Albrecht, da parte sua, disprezzò sempre i nazisti, ma accettò di collaborare con il regime nella speranza di poterne influenzare le posizioni, non risparmiando comunque le critiche verso la politica hitleriana. L'amicizia del padre con Hess lo salvò dalle persecuzioni razziali – sua madre era ebrea – ma infine, nel dicembre 1944, fu arrestato perché sospettato di collusione con un fallito attentato a Hitler. Venne rinchiuso nel carcere di Moabit, vicino Berlino, dove restò per circa quattro mesi.
Fu giustiziato dalla Gestapo, insieme ad altri prigionieri, nella notte tra il 22 e il 23 aprile 1945, qualche giorno prima che Hitler si suicidasse e le truppe russe entrassero a Berlino. Suo padre e sua madre si uccisero nel marzo dell'anno seguente.
Fra le carte di Albrect, furono ritrovati 80 sonetti, scritti durante la prigionia. Sono stati pubblicati nel 2012 dall'editore Beck, con il titolo di Moabiter Sonette (“Sonetti di Moabit”). Ne traduco qui tre.
Altri testi – non nella mia traduzione, ovviamente – sono sul numero 309 della rivista “Poesia” (novembre 2015).

* * *

Madre

Ti vedo ferma a un lume di candela
nella cornice di una porta scura.
Senti arrivare il fresco giù dai monti.
Hai freddo, madre. Eppure non ti muovi.

Mi guardi mentre fuggo nella notte
nei giorni incerti di un destino oscuro
con un sorriso che è soltanto lacrime
con un dolore senza guarigione.

Ti vedo nella luce del tuo amore
nel tremolio dei tuoi capelli bianchi.
Senti soffiare il grande, buio freddo...

E lenta lenta affonda la tua faccia.
Lontana, ancora brilla la candela.
Hai freddo, madre. Madre, torna dentro.

* * *

Acheronte

Bisogna smuovere anche l'Acheronte
(osò dire un grandissimo poeta)
quando gli dei non corrono in aiuto:
ostinato, mio padre lo citava.

Mio padre, cieco al sogno di potenza.
Io invece avevo tutto presentito:
rovina, fuoco, fame, morte e sangue,
l'orrore intero dell'infera notte...

Cosciente, spesso ho già preso congedo
da tutto il bello che la vita offriva,
patria, lavoro, amore, pane e vino.

Adesso il buio è sceso su di me.
Qui è l'Acheronte. Lontana è la vita.
Gli occhi tranquilli cercano una stella.

* * *

Cassandro

Cassandro, mi chiamavano al potere,
perché, come l'antica visionaria,
avevo già previsto gli anni amari
e l'agonia del popolo e del Reich.

Giudicavano alto il mio sapere,
ma nessuno prestava mai orecchio,
si adiravano che li disturbassi
quando, implorante, indicavo il futuro.

Nel fortunale spinsero la barca
a gonfie vele tra gli scogli angusti
giubilando vittorie premature.

Adesso naufraghiamo: noi e loro.
Nell'ora estrema è sfuggito il timone.
Ora aspettiamo che ci inghiotta il mare.

(traduzioni mie)

domenica 29 maggio 2016

rose astratte

Mie idee astratte,
dal tanto toccarle, diventeranno concrete:
sono rose familiari
che il tempo mette a portata di mano,
rose che assistono all'inaugurazione di nuove ere
nel mio pensiero,
nel pensiero del mondo in me e in noi:
di nuove ere, ma tuttavia
che il tempo ha conosciuto, conosce e conoscerà.


Rose! Rose!
Come vorrei ci fossero
rose astratte per me.

(Murilo Mendes – traduzione mia)

sabato 28 maggio 2016

poesie per un'amica lontana - 3

A volte penso a te come a un'immagine
intravista un attimo per la strada
uno sguardo incrociato una parola
che avrebbe potuto essere detta

a volte mi sembra che tutto il tempo
passato si concentri in pochi istanti
e ho bisogno di stringerli il più forte
possibile per salvarli dal nulla.

venerdì 27 maggio 2016

da Facebook


poesie per un'amica lontana - 2

È che mi torni in mente a soprassalti
mi interrompi nei gesti quotidiani
e se mi guardo intorno
è per fermarti prima di svanire
sulla soglia.
                       This campus is a maze
mi guidavi nel grigio
verso il dono e l'abbraccio. – È colpa mia
lo so: però dovremmo
trovare una giornata anche soltanto
un pomeriggio – solo per noi due.

Ora puoi immaginarmi – ed io ti immagino
e poi è grigio anche qui stamattina
e se non fosse per certi dettagli
(il distacco improvviso delle ali
dall'acqua il vorticare
del Wey sotto le chiuse) mi verrebbe
da chiamarti farti leggere questi
versi di Murilo Mendes che stavo
traducendo
                      “Mie idee astratte
dal tanto toccarle, diventerebbero
concrete: sono rose familiari
che il tempo mette a portata di mano”

(e pazienza se in mano
trovo il vuoto – l'idea della tua guancia.)

giovedì 26 maggio 2016

poesie per un'amica lontana - 1

Stavo per scriverti una poesia
ma mi sono fermato
perché avrei ripetuto parole
già scritte tante volte.
Poi però ho pensato alle cose
che mi danno gioia: cose come
un cambio di luce nel cielo
un respiro accanto al mio
camminare sicuri sulla terra
insomma cose piccole persino
minuscole ma ipersensibili
ai cambi di fase della memoria
e allora ho deciso di scriverla
questa poesia anche solo per dirti
cose banali: ad esempio
che mi manca il tuo viso
e anche la tua voce e i tuoi gesti
e il calore quieto della tua presenza
e che vorrei essere con te baciarti
una guancia dire che è bello rivederti.

mercoledì 25 maggio 2016

crepuscolo

La poesia dovrebbe parlare anche di questo
del momento in cui resti immerso nel grigio
e non succede assolutamente nulla
nessuno scende dalle scale
nessuno ti interrompe il respiro
con parole fuori sincrono e non pensi
assolutamente a nulla non provi
nemmeno a spostare il braccio intorpidito fosse
per te lasceresti fare alla muscolatura involontaria
i polmoni si regolano da sé il cuore
pompa il minimo indispensabile
qualunque pensiero declina appena lanciato
la poesia dovrebbe scendere fino a questo punto
infimo del metabolismo animale
per mettersi alla prova esercitarsi all'apnea
sono bellissime le foglie lassù in alto
ma nessuno dovrà toccarle mai.

martedì 24 maggio 2016

due traduzioni da Goethe

Wandrers Nachtlied

Über allen Gipfeln ist Ruh.
In allen Wipfeln spürest du
Kaum einen Hauch;
Die Vöglein schweigen im Walde!
Warte nur, balde
Ruhest du auch.

(Johann Wolfgang Goethe)

* * *

Canto notturno del viandante
(traduzione letterale)

Su tutte le cime c'è pace.
In tutte le fronde ascolti
a malapena un brusio;
gli uccellini tacciono nel bosco!
Aspetta ora, presto
riposerai anche tu.

* * *

Canto notturno del viandante
(traduzione metrico-ritmica)

Su tutte le cime, c'è pace.
In tutte le fronde, si tace
ogni rumore.
Nel bosco ogni uccello ora è fioco.
Avrà pace tra poco
anche il tuo cuore.

(traduzioni mie)

lunedì 23 maggio 2016

doppio omaggio

...a Paz, che oggi avrebbe 60 anni, e a David Bowie
(o Boiv, se preferite)


humour latino - 2


Salve, ragazza dal naso non piccolo,
dal piede non bello e dagli occhi non neri,
le dita non lunghe e la bocca non netta,
la lingua davvero non proprio elegante,
amica del bancarottiere di Formia.
Ti dicono forse in provincia: “Sei bella”?
Ti si paragona forse alla mia Lesbia?
Che gente ignorante e priva di spirito!


Catullo, Carmina, XLIII
(traduzione mia)

domenica 22 maggio 2016

che cosa è poesia?

Una ragazza ti ha chiesto: Che cosa è poesia?
Volevi dirle: Già il fatto che esisti, ah sì, che tu esisti,
e che nel tremore e stupore,
che sono testimonianza del miracolo,
soffrendo mi ingelosisco della tua piena bellezza,
e che non posso baciarti e con te non mi posso giacere,
e che non ho nulla, e colui che è sprovvisto di doni
è costretto a cantare...
Ma non glielo hai detto, hai taciuto
e lei non ha udito quel canto...

Vladimir Holan (da "Una notte con Amleto")
traduzione di Angelo Maria Ripellino

sabato 21 maggio 2016

confabulazioni

“El recuerdo imposible de haber muerto...”
(J.L. Borges)

Quando arriva quest'ora
immagino sempre il peggio
chiudo gli occhi ascolto l'aria
a picco nella gola.

Una volta era proprio come adesso
però accanto c'eri tu gettavi
la brace nel buio
Roma era la solita bolla di bassa pressione
se solo ti avessi sfiorato le palpebre
appena le hai chiuse.

Ci diremo ancora parole così
già faccio fatica a recuperare la voce
il freddo mi ha raggiunto le gambe
ricordo cose che non ho mai vissuto.

venerdì 20 maggio 2016

gioia

Grazie all'incuria della pubblica amministrazione
i papaveri sono cresciuti rigogliosi
sul bordo del marciapiede
e Gioia nel suo quattordicesimo
mese può attraversarli
a gambe ben divaricate nel suo body
rosa confetto bionda
in mezzo a tutto quel rosso.

giovedì 19 maggio 2016

chiamalo per quel che è


they shot him in the back
now it's a crime to be black
so don't act surprised
when it gets vandalized

there's good cops
bad cops
white cops
black cops

Trayvon Martin
Ezell Ford
Michael Brown
and so many more

government, policing, hard times,
oppression, racism, fear, suffering
ain't easy

gun control
mind control
self-control
we've dug ourselves a hole

call it what it is
murder

mercoledì 18 maggio 2016

luoghi

Com'è possibile che io ti riveda
in posti dove non siamo mai stati?
Forse ci sono luoghi in cui qualcosa
di te risuona – un variare dell'ombra
l'angolo d'incidenza della luce
una parola ascoltata per caso.
O forse siamo stati
in quei posti – magari non insieme
magari ancora prima di incontrarci
quando non eri altro che una scheggia
mancante del mio cuore
uno spazio vacante nei miei occhi.

martedì 17 maggio 2016

epitaffio

Diem non carpit è ciò che farò scrivere
sulla mia lapide. Arrivò in anticipo
sulle cose più futili – in ritardo
sulle essenziali. Fu assolutamente
straniero al suo tempo: non nemico
né amico. Gli fu più che sufficiente
il fastidio di vivere.

lunedì 16 maggio 2016

lunedì

Il mondo si è tutto disarticolato
in questo lunedì mattina
mi chiedi di lasciarti andare
di sollevare le mani
così tornano a separarsi
il tavolo dalla foglia
e il granello di polvere dal piede
non era così quando ti tenevo fermi
i fianchi ti respiravo sotto le braccia.

domenica 15 maggio 2016

superfici

In fondo ogni superficie è un alternarsi di piani e di pliche.
Partendo dal piano delle costole, si incontrano – salendo – i dislivelli dei seni, con al culmine le rugosità dei capezzoli; e poi, discendendo dal lato opposto, i cavi gemelli delle ascelle, dov'è custodito l'acidulo che ogni mattina ricerco e ritrovo.
Sempre partendo dalle costole, si possono seguire invece i crinali dei fianchi, le dorsali iliache, e di lì scendere verso la dolina dell'ombelico, e poi ancora lungo le due pliche convergenti dell'inguine, in fondo a cui si cela, oscura e molle e odorosa, la plica delle pliche.
A questo punto si tratta di scegliere: proseguire verso le periferie, esplorando la cavità poplitea, e poi l'inarcatura delle caviglie fino alle molteplici forre delle dita? Oppure virare verso l'alto, dove aspetta la curvatura il collo, il labirinto dell'orecchio, e infine la bocca in cui calarsi al buio, senza altra guida che il cieco tatto?
L'importante è che, alla fine, le pliche siano annullate, che ogni cavità trovi la sua sporgenza, ogni vuoto il suo pieno, che l'aderenza sia perfetta.

sabato 14 maggio 2016

attesa

Giulia che ieri era così bambina
ora siede tra le amiche in cerchio
non è più quello di ieri
il confine tra la guancia e il mondo
Giulia è al centro del cerchio
le parole si fanno sempre più antiche
lei sorride e si aggiusta sulla sedia
bilancia meglio il peso.

venerdì 13 maggio 2016

notturno

C'è modo e modo di essere malinconici
io per esempio ti scrivo di domenica
è sera ha piovuto tutto il giorno
sono solo in casa e fa freddo
ma Rubinstein esegue Chopin
(Notturno op. 37 n. 1 in Sol minore)
e nel frattempo ti sto pensando:
ecco questo è un bel modo di essere malinconici
certo sarebbe più bello averti accanto
gli occhi mi si riempirebbero lo stesso
di lacrime ma sarebbe solo per Chopin.
Fa lo stesso comunque
c'è già abbastanza Sensucht per due
e il jeu perlé lo prendo
come l'equivalente di una carezza.

giovedì 12 maggio 2016

wit

Professore” mi chiede Valentina,
ma è esistito un poeta (almeno uno)
che non sia triste – che sia un poco allegro?”
Io rispondo (è una battuta) “Chi è allegro
non scrive poesie”. Non è vero:
potrei citarle Rodari il Burchiello
Pulci Ariosto Scialoja Palazzeschi
Cecco Angiolieri Belli Porta Dante
e poi il Ruzante e Rustico Filippi
Cielo d'Alcamo e Valentino Zeichen.
Ma rifletto: perché quella risposta
mi è venuta spontanea sulla linga?
Forse una confessione... Per fortuna
nessuno l'ha capita. Sono salvi
la mia autorevolezza di docente
e il manuale di letteratura.

mercoledì 11 maggio 2016

capiterà

Capiterà anche a te, in uno di quei momenti dopo l'amore, quando la luce ancora non distingue i corpi e si cerca l'ultimo sonno tra il gomito e l'ascella, lasciando le mani a inseguirsi lungso le linee di minor tensione, lungo le tracce quasi evaporate degli odori, e la carne non ha deciso ancora se tentare o no l'estremo allineamento, ti capiterà in quella pausa del tempo di proiettarti a cogliere il tuo corpo minerale, la carne fatta farina e grafite, linfa e macigno, e in quell'intervallo rifiutarti di interrompere il silenzio, quasi che la rivelazione sia troppo labile, che il fruscio dell'inguine contro la coscia basti a frantumarla, e restare perciò fisso, a pochi millimetri dal capezzolo, a metà della sistole, il petto aperto alle correnti.

martedì 10 maggio 2016

altre quattro poesie di Kate Clanchy


Lamponi

E non riusciamo a ricordarci l'afa, dimentichiamo
il sudore e come indossassimo una leggerissima
maglietta sulla pelle irritata, e perdiamo
il gusto dei lamponi, ogni inverno; ma

d'un tratto conosciamo, appena scoppia luglio, la vena
che brucia nella tenda, e da quella luce
– blocco di sole su lenzuola calde e peste –
il mondo ardente in cui cammineremo,

era com'era, il tuo tocco. Non il riposo,
non come partimmo, l'ubriachezza, solo
tu che ti fai avanti rigido, goffo, spaventato,
i miei capelli spiegati, le nostre dita intrecciate,

come i primi stupefatti sobbalzi d'afa
o fra i denti, semi, un sapore di metallo.

* * *

Poesia per un uomo senza olfatto


Ti scrivo solo per informarti:

che la linea più spessa nelle pieghe della mia mano
ha quell'odore che hanno i vecchi banchi di scuola,
coi nomi incisi in profondità, logori e lucidi di sudore;

che sotto lo spruzzo del mio costoso profumo
le mie ascelle danno una nota bassa forte
come un colpo di palmo sul tamburo di una pentola;

che lo sciacquone umido della mia paura è acuto
come il gusto di un tubo in ferro, a mezzo inverno,
sulla lingua di un bambino; e che talvolta,

per la brezza, i capelli delicati sulla mia nuca
dietro il collo, proprio dove tu dovresti chinare
la testa, esitare e strofinare le labbra,

trattengono un profumo fragile e preciso come
una flotta di navicelle di carta, che salpa verso il mare.

* * *

Patagonia

Dissi forse Patagonia, e immaginai
una penisola, larga abbastanza
per una coppia di vecchie seggiole
su cui oscillare all'alta marea. Pensai

a noi col fiato mozzo dal freddo, di fronte
a un orizzonte tondo come un soldo, avvolto
in un ordito teso dai gabbiani
dal mare al sole. Volevo aspettare

finché le onde si fossero addormentate
per la noia, finché gli ultimi cirripedi,
preoccupati per il silenzio, avessero
pagaiato via come piccole zattere, finché

quegli uccelli inquieti, le tue mani da attore,
ti fossero caduti fiacchi in grembo,
finché ti fossi girato verso di me.
Quando parlavo di Patagonia, intendevo

cieli vuoti un blu doloroso. Intendevo
anni. Intendevo tutti quanti insieme te.

* * *

Scoppio ritardato

Immaginavo che ti sarei mancata, pensavo
ti saresti aggirato sul parquet con delle strane
calze logore, guardato l'orologio starsene fermo,

fatto tardi al lavoro, scritto il mio nome tutto maiuscolo
tenuti premuti Maiusc/Interr, perso autobus e pasti
o seduto con la forchetta a mezza via, perso, per interi minuti,
ore, dormito male, tardi, sognato inseguimenti, tremato
mandato le dita a sprimacciare il cuscino, trovato
il vuoto, svegliato di colpo, girato, abbracciato un'assenza,

un dolore, passeggiato, alba umida naturalmente,
avvolto in un impermeabile con il collo su, sbirciato
una fetta di faccia, fermato un estraneo, avuto amnesie;

come me. Ogni volta, corro a schiacciare la tua faccia
sulla mia, la mia, che splende di pioggia immaginaria.

(traduzioni mie)

lunedì 9 maggio 2016

avercelo un fiore

Averne fatto qualcosa del grigio, con la polvere
che s'incastra nell'aria e sale fino alla parola
che chiude la porta e che grida, ad avercelo
un fiore da portarti lo lascerei sulla tavola
per immaginarmi la faccia che metti
se non puoi più tenere le mani serrate
e i muscoli tesi, assistere all'attimo,
vederlo scoppiare da sotto un riparo,
buttarmi correndo nel muro di pioggia
e arrivarti davanti, dura e forte
come una quercia.


Maddalena Bergamin 

 (da: "Scoppieranno anche queste stagioni", 
in Poesia contemporanea. Dodicesimo quaderno italiano
a cura di Franco Buffoni, Marcos y Marcos, 2015)

domenica 8 maggio 2016

vogliateci bene

Siamo poeti,
vogliateci bene, da vivi di più,
da morti di meno,
che tanto non lo sapremo.

(Vivian Lamarque)

sabato 7 maggio 2016

due sonetti di Shakespeare

98.
In primavera da te ero lontano,
quando Aprile con sfarzo variopinto
soffiava gioventù in tutte le cose
e Saturno con Lei danzava lieto.
Ma né canti di uccelli, né l'odore
dei fiori, vari in tinta ed in profumo,
mi ispirarono a cantare l'estate,
né li colsi dal grembo generoso.
Il giglio bianco non mi commuoveva,
né lodavo il vermiglio della rosa:
per quanto dolci, immagini di gioia,
altro non erano che tue figure.
Nella tua assenza, tutto era un inverno;
tue ombre, quelle che mettevo in scena.


100.
Dove sei, Musa, che hai taciuto a lungo
a chi ti dona tutta la sua forza?
Il tuo furore sprechi in canti vani,
ti spegni a illuminare vili oggetti?
Torna, Musa distratta, per redimere
con dolci ritmi il tempo speso in ozio;
canta per quest'orecchio che ti apprezza,
da' alla tua penna stile ed argomento.
Sorgi, Musa indolente, guarda il viso
del mio Amore, se il Tempo l'ha segnato:
se vedi rughe, ridi alla vecchiaia,
fa' che ovunque sia il Tempo disprezzato.
Abbia fama il mio Amore, più rapida
del Tempo: sia spezzata la sua falce.

(traduzione mia)

venerdì 6 maggio 2016

le Muse su una quercia

Sulla collina

Io certo vidi le Muse
Appollaiate tra le foglie.
Io vidi allora le Muse
Tra le foglie larghe delle querce
Mangiare ghiande e coccole.
Vidi le Muse su una quercia
Secolare che gracchiavano.
Meravigliato il mio cuore
Chiesi al mio cuore meravigliato
Io dissi al mio cuore la meraviglia.


(Leonardo Sinisgalli)

giovedì 5 maggio 2016

i deserti del sonno

I went into the deserts of dim sleep –
That world which, like an unknown wilderness,
Bounds this with its recesses wide and deep – 


* * *

Entrai nei fiochi deserti del sonno:
quel mondo che, selvaggio inesplorato,
cinge il nostro con vasti antri profondi...

(Percy Bysshe Shelley - frammento; traduzione mia)

mercoledì 4 maggio 2016

sono uscito (quasi) vivo dagli anni Ottanta



Io me li ricordo gli anni Ottanta.
Quando tutti eravamo fighissimi, ci bevevamo Milano con il sottofondo dei Weather Report (anch'io che sono astemio), fumavamo le pestifere Muratti (anch'io che non ho mai fatto un tiro di sigaretta in vita mia, giuro), e vestivamo camicie coloratissime con enormi spalline e jeans strizzapalle (anch'io che ho sempre girato con i maglioni fatti a mano dalla nonna e dei vecchissimi Levi's a bracarella).
Quando le donne si facevano la doccia ignude nei box ermeticamente sigillati con Saratoga, i capelli delle rockstar assumevano fogge e colori impensabili e noi, nella più profonda delle province, per cogliere un capezzolo o un'impressione di pelo dovevamo sfogliare le pagine dell'intimo femminile sul catalogo Postalmarket. Oppure aspettare, di nascosto dai genitori, che in TV passassero Colpo Grosso o le commediacce con Lino Banfi.
Lo so: da qualche parte nel mondo, i Killing Joke, i Diaframma, i Cure, gli Smiths, i Joy Division cantavano il lato oscuro dei lustrini. Ma di tutto ciò a me arrivava poco o nulla.
Eppure oggi, a riascoltarle, riconosco – chissà come – tutte quelle canzoni, anche quelle che credevo di non aver mai sentito e che invece, evidentemente, ho assorbito per osmosi, nei lunghi pomeriggi passati a guardare Bim Bum Bam e ad aspettare che Fujiko esibisse le sue inverosimili tettone biconiche.
Per molto tempo ho pensato di odiare gli anni Ottanta. Poi mi sono reso conto che non è vero, anzi per meglio dire: non è esatto. È vero che provo una repulsione di natura estetica per gran parte di quel decennio, ma allo stesso tempo non posso fare a meno di provare affetto per quei suoni, quelle atmosfere, quello stile. Sono la mia infanzia e la mia prima adolescenza, non posso farci nulla. Di tutto il contesto storico-politico (odioso anzichenò) ho la consapevolezza nebulosa che poteva averne un bambino o un ragazzo.
Odio, invece, gli anni Novanta. Perché nel 1990 avevo quindici anni e cominciavo a rendermi conto del mondo che mi circondava. Ricordo benissimo Mani pulite, Tangentopoli, la fine ignominiosa della Prima Repubblica, Berlusconi sceso in campo, le rivoluzioni nell'Est Europa, la guerra in Jugoslavia, i primi sbarchi di albanesi, il genocidio del Ruanda, la morte del PCI. Ecco, quelle cose sì: le odio.
Quanto alla musica degli anni Novanta, l'ho letteralmente rimossa. Anche qui c'è una ragione: cominciavo ad avere i miei gusti musicali, amavo i cantautori ed ero un talebano del jazz. I Nirvana, il grunge, gli Oasis, il brit-pop, l'hip-hop, l'indie li ho recuperati molto dopo, a mente fredda. Alcune cose mi piacciono, altre no: ma per nessuna provo quell'odio-amore così viscerale che provo per gli anni Ottanta.
È come con i ricordi d'infanzia, in fondo: così sfocati eppure così intensi; così diversi dalle memorie più nitide, ma più fredde, dell'età adulta.

martedì 3 maggio 2016

insonnia

Di notte i gatti sembrano bambini
o viceversa. Io non prendo sonno
perciò compongo a mente i primi versi
di questa poesia mentre un gatto
giù nel giardino miagola e oltre il muro
i miei bimbi respirano. I gatti
si leccano con cura poi dormono
sonni compatti – forse lo farebbero
anche i bambini (di leccarsi dico).
Il mio corpo non smette di parlarmi
lo fa con fitte in zona cervicale
che si diramano lungo le braccia.
Non è più un servo docile il mio corpo
come lo era quando da ragazzo
lo domavo stancandolo. Ma forse
è sempre stato tutto com’è ora
e io sono abitato dal mio corpo
di cui credevo d’essere il signore.
Adesso il gatto ha smesso di frignare
e in casa non si sentono rumori.
Devo concludere questa poesia
spero di ricordarla domattina
quando la luce mi restituirà
all’illusione di essere me stesso.

lunedì 2 maggio 2016

note fiorentine

1.
Oratorio dei Buonomini
lunette del Ghirlandaio (scuola)
le Sette Opere di Misericordia
nitido Quattrocento – una brocca
di vino sulla mensola una spada
inclinata appiè del letto
fiaschi impagliati un pollo arrosto
un notaio nell'atto di rogare – tutto
in verde e giallo e rosso mattone
e azzurro piombo – Madonna
di allievo del Perugino – icona
e il solito tondo dei Della Robbia
“finestra a tromba per distribuire pane
Anno della peste M.D.XXII”
dietro l'angolo della casa
(falsa) dell'Alighieri – “aperto”
mi dice la custode “due ore il mattino
altrettante il pomeriggio” a offerta libera
per i bisognosi della confraternita.
(Sul cotto dei pavimenti
osservavo il pomeriggio declinare
la schiena contro l'intonaco macchiato
mente un ragno riparava la tela
dietro le finestre opache).

2.
La casa di Dante non è sua.
La chiesa dove incontrò Bice (forse) nemmeno.
“Dantesca” è il laboratorio di un artigiano del cuoio.
Esistono ancora gli Hare Krishna.
I passeri beccano le briciole cadute ai turisti.
Ai Giardini di Boboli abita un airone.
Il Museo del Bargello chiude alle sedici e venti.
Il colore di Firenze è il grigio.
In via de' Calzaiuoli i turisti aggirano una cacca di cavallo.
I capelli di Agnolo Doni sono ognuno
un'unica finissima pennellata.
La bellezza è un bene deperibile.

3.
Firenze in fondo è tutta un déja vu
i mendicanti benedicono e imprecano
come ovunque nonostante lo sfondo
ritagliato dai testi scolastici
(sono anche loro citazione
del Miracolo di Pietro o di qualche pala
che adesso non ricordo)
e le chiese come ovunque servono
ai turisti per far sgonfiare le caviglie
nei Giardini di Boboli però
più di preciso al Museo delle Porcellane
ho trovato un Ratto d'Europa in stile Impero
il piede minuscolo con il secondo
dito sporgente oltre l'alluce
dai fianchi larghi fioriva il busto
i seni appena rilevati
e anche un Compianto su Cristo morto
a San Carlo dei Lombardi – così
severamente simmetrico da rimettermi
in pace con il mondo (e con la mia cervicale).

domenica 1 maggio 2016

trilingue

Nigra replent insecta album.
Petra non labitur. Illic manet
cum omnibus procellae ruinis.
Pulveres vagant pavores.
Quot mentis fragmenta consumpserit
labor diuturnus rerum nemo
scit. Deinde verborum
nitet nix
ad non moriendum.

* * *

Il bianco invaso da mosche.
La pietra non va via. Resta là
con il gran turbinio del maltempo.
I calcinacci e le paure.
Chissà quanti pensieri
ha scucito il rosicchiamento
delle cose nel buio. Poi
Il bianco delle parole
per non morire.

* * *

’U ghianco chino ’i moscole.
Nun passa ’a preta. Stò llò
cu tutt’ ’u rrevuóto r’ ’u malotiémpo.
’I sfravecature e ’i paure.
Chisape quanta penziére
à scusato ’u rusecamiénto
r’ ’i ccose ’int’ ’u scuro. Po’
’u ghianco r’ ’i parole
pe’ nun murì.

(Michele Sovente)