sabato 30 aprile 2016

quattro poesie di Kate Clanchy

Posa

Ora faccio sedere mio figlio
sull'anca e reggo
il suo peso con la curva
della vita, come un albero
diviso da una forcella,
come amanti inclinati in un valzer.

Niente è perduto. Mai stata
una di quelle ragazze
rimaste magre come un fuscello.
Ai balli spesso ero da sola.

* * *

Amore

Non ne avevo mai incontrati così prima.
Una faccia da sollievo – davvero,
come una battuta su suo padre – sfocata
come da anni di lucidatura;
mani aggrinzite come foglie secche;

il calore sregolato che emetteva,
emetteva, i suoi respiri corti,
prudenti: pensavo
che i suoi filamenti esplodessero,
pensavo fosse un imperatore,

morente su cuscini di seta.
Non sapevo come tenerlo
avvolto, non sapevo
come allattarlo, non avevo
alcuna idea su di lui. Di notte

cercavo di ricordare la sensazione
della sua testa sul mio collo, il cranio
piccolo come un gatto, quell'affetto
caldo come un soldo fuso,
e i capelli, la peluria, fine
come lo strato più interno nel pelo
di qualche rara creatura delle nevi,
un'aureola di pelliccia, se mai
incontrassi una bestia così potresti
andarci vicino. Ho cominciato da lì.

* * *

Il ponte oltre il confine

Qui, dovrei senz'altro pensare a casa:
il mio paese e la città ripida e pulita
dove sono cresciuta: i suoi banchi di nubi,
i venti e la luce cangiante, teatrale,
i suoi scrosci di pioggia burbera e gelida, o altrimenti,

la volta che il treno rimase qui un'ora e mezza.
Era caldo, per una volta. Il motore sembrava
borbottare e respirare con noi,
e nel silenzio, il suonatore sul retro
strimpellava Scotland the Brave. C'era

una luce dorata, da film, e l'uomo di fronte
soffriva, diceva, per amore.
Vide un paese nei miei occhi.
Ma era di Los Angeles,
e io pensavo a un altro ponte.

Era ottobre. Io correvo a incontrare un uomo
con cui le cose non erano proprio stabili,
e in effetti non lo sarebbero mai state, e mi fermai
a mezza strada per guardare gli uccelli – rondini
in lontane migliaia, trascinate

verso l'Africa, o il caldo, o la casa, senza sapere
cosa, ma certamente come. Scivolavano sul cielo di carta
erano croci sui grafici del mercato azionaio,
erano sabbia in un canestro scosso,
e io le fissavo, come a setacciare l'oro.

* * *

Un uomo sposato

L'uomo sposato la notte scorsa sognava
di una casa che gli era stata lasciata:
una casa come quelle che hai nei sogni,

mille stanze, un corridoio. Vagava
in giro da solo, mi disse, sorrideva
con suo sorriso quieto e interiore. Trovavo

un giardino segreto, mura alte, chiuso, uno strano
verde vellutato. Lì, una finestra guardava
verso l'oceano. Piegava le mani pallide,

avevo, diceva, la chiave. Sua moglie toccava
la figlia addormentata, pesante lussuoso animale,
e lo guardava, d'intesa, soddisfatta.

(traduzioni mie)

venerdì 29 aprile 2016

humour latino

Quaeris, cur nolim te ducere, Galla? Diserta es.
Saepe soloecismum mentula nostra facit.

* * *

Galla, mi chiedi perché non voglio sposarti? Sei colta.
Spesso il mio cazzo, però, fa errori di grammatica.

Marziale

giovedì 28 aprile 2016

l'angelo nero

O grande angelo nero
fuligginoso riparami
sotto le tue ali,
che io posa sorradere
i pettini dei pruni, le luminarie dei forni
e inginocchiarmi
sui tizzi spenti se mai
vi resti qualche frangia
delle tue penne

o piccolo angelo buio,
non celestiale nè umano,
angelo che traspari
trascolorante diforme
e multiforme, eguale
e ineguale nel rapido lampeggio
della tua incomprensibile fabulazione

o angelo nero disvèlati
ma non uccidermi col tuo fulgore,
non dissipare la nebbia che ti aureola,
stàmpati nel mio pensiero
perchè non c’è occhio che resista ai fari,
angelo di carbone che ti ripari
dentro lo scialle della caldarostaia

grande angelo d’ebano
angelo fosco
o bianco, stanco di errare
se ti prendessi un’ala e la sentissi
scricchiolare
non potrei riconoscerti come faccio
nel sonno, nella veglia, nel mattino
perchè tra il vero e il falso non una cruna
può trattenere il bipede o il cammello,
e il bruciaticcio, il grumo
che resta sui polpastrelli
è meno dello spolvero
dell’ultima tua piuma, grande angelo
di cenere e di fumo, miniangelo
spazzacamino.

(Eugenio Montale, da "Satura")

mercoledì 27 aprile 2016

presenza

Mi commuove la presenza del corpo
quando i pensieri fanno massa
è importante che le costanti tengano
la congruenza tra spanna e seno
l'inclinazione all'anca
l'odore buono sotto le braccia
a conciliarmi il buio.

martedì 26 aprile 2016

ontologia didattica

Mi capita di chiedere: chi sei?
Le risposte in genere sono nette
come possono esserlo a sedici anni
o diciassette. Io sfrutto il vantaggio
della posizione per non rispondere
al contro-interrogatorio: dovrei ammettere
che non ho idea di chi sono – spiegare
che non è un limite ma anzi
un motivo d'orgoglio e che piuttosto
mi interessa la fodera ben liscia
il quadro perpendicolare
la luce allineata e una poesia trasparente
senza spigoli in vista. Troppo difficile
e inutile per di più. Le ragioni
didattiche mi impongono il silenzio.
Capiranno. E altrimenti
non so chi sia il più fortunato.

lunedì 25 aprile 2016

71 anni fa

"Gli italiani hanno provato il fascismo, e gli è piaciuto."
(Antonio Moresco)

"Se c'è una cosa che la storia insegna, è che la storia non insegna nulla."
(qualcuno, forse io)

domenica 24 aprile 2016

litania

Mio dio mio vuoto a perdere
forma cava nel sangue
mia distorsione ottica
vociferazione


povero dio lacero
lama scheggiata
fai bene a non esistere
a tapparti le orecchie

vieni qui per favore
tacciamo un po' insieme
fa paura anche a me
questo crocchiare d'ossa.

sabato 23 aprile 2016

la madre (altre quattro poesie di Franco Buffoni)

Quando eri ancora adulta
Prima di rimpicciolire
Ti lasciavo sola volentieri,
Dovevi espanderti e io non mi vedevo
Nei tuoi spazi.
Poi per davvero ebbi l'occasione
Di fare attenzione alle tue forme,
Al loro chiudersi, e i tuoi spazi
Presi a difendere, meno li occupavi
Più li presidiavo.
Finché non mi è restato
Che un batuffolo con voce da proteggere
In una ipotesi di spazio.

* * *

Dulcissima

Quando non ci saranno più le mie chiamate
Tra le sette e le otto
E se ritardo un labbro che leggermente trema.

Quando non sarai più una vecchia sola
E io al ritorno non dovrò più correre
Per te giù in farmacia
Prazene e Lexotan
Con la ricetta ripetibile
Il Karvezide con la ricetta nuova
E già che ci sei un Benagol
E la Borocillina.

Quando non dovrò più tenerti
Bassa la pressione
Quanto tempo che avrò
Per scrivere di te.

* * *

Mia padre santa donna
Per quante volte ha gridato
È pronto!
E poi con meno fiato
È in tavola!
Sapesse il dio chissà
Dello zafferano,
Sorpresa a scaracollare
Il cadavere di un agnellino sgozzato
Da un capo all'altro della cucina
Per farlo sgelare.
Acceso di aromi pazienti
Finché rosolato,
Il profumo di carni smembrate
Si espandeva da lei per la casa.

* * *

Mancava solo per compiacermi
Ti alzassi a fare la colazione
E poi tornassi a letto a finire di morire
La mattina del 27 di dicembre.
Respiro lungo da sonno imbronciato,
Gentilezze da figlio a casa per le feste
“Ti preparo il tè”, e la convinzione
Di avere udito un grugnito di assenso.
Invece il coma ti aveva già saldato
Il respiro ai sensi: “Il tè si fredda”
Mentre guardavo le mail...

“Brava! Sei stata brava!”,
Te lo dissi subito, tenendoti la mano
Appena smettesti con quel soffio leggero.
Tu che di lodi ne avevi ricevute
Sempre poche. “Beh, almeno i figli
Li ho fatti intelligenti!”, dicevi alle sue spalle
Dopo l'ennesima tirata sulla tua
Superficialità.
Magari incapaci di distinguere
Chi sogna da chi è in coma.

(da: Avrei fatto la fine di Turing, Donzelli, 2015)

venerdì 22 aprile 2016

segnalazione

Alcuni estratti del mio libro di racconti/saggi "Volevo essere Bill Evans" (Fara Editore, 2014) sono stato stati pubblicati sul blog Carmilla (grazie all'amico Mauro Baldrati).
L'articolo è qui.

il padre (quattro poesie di Franco Buffoni)

E mi chiedevo
Quante volte lo dovrò far salire su
Tirando forte il filo di plastica
Questo elicotterino
Per poi correre a raccoglierlo
Fin quasi nella neve
Perché lui pensi che sono contento
Che me l'ha regalato.

* * *

Nelle vacanze per tenermi occupato
– Non esisteva che leggessi tutto il giorno –
Mio padre mi mandava in magazzino
A aiutare il Giovanni.
Se c'era un lavandino da spostare
Però ci pensava il Giovanni
O le vasche da scaricare,
Io spostavo i rubinetti
E neanche sempre.
C'era dentro l'odore di cartone
E paglia umida,
Carezzavo le gabbie degli scaldabagni
Il legno ruvido.
E il Giovanni che ansimava lo guardavo.

* * *

Ogni volta che fisso negli occhi un albero
Sento che mio padre mi guarda
E non è affatto piacevole

* * *

Di quando entrando senti
Che hanno litigato
Non vogliono si sappia
Ti senti circondato
Di attenzioni, ma la voce ha piccoli
Strappi vuoti
E un tremito il giornale.

(da: Avrei fatto la fine di Turing, Donzelli, 2015)

giovedì 21 aprile 2016

il libro che sto leggendo - parte seconda

Giosuè, 6-7.

Gli Israeliti conquistano Gerico: "Votarono poi allo sterminio, passando a fil di spada, ogni essere che era nella città, dall'uomo alla donna, dal giovane al vecchio, e perfino il bue, l'ariete e l'asino". Insomma, fanno un macello.
Risparmiano, secondo gli accordi, la prostituta Raab, che li aveva aiutati (collaborando alla rovina della sua propria città) quando loro erano venuti a spiare dentro le mura di Gerico. In pratica, Raab ha tradito il suo popolo per aiutare degli invasori stranieri. Per questo, merita di essere risparmiata. (Per inciso, Dante la colloca in Paradiso, canto IX, vv. 115-117, per la sua buona azione: "Or sappi che là entro si tranquilla / Raab; e a nostr’ordine congiunta, / di lei nel sommo grado si sigilla").

Ma il bello viene dopo.
YHWH ha ordinato di ammazzare senza alcuna pietà tutti gli innocenti abitanti di Gerico (colpevoli, ricordiamolo, solo di aver combattuto contro gli Israeliti che avevano barbaramente invaso il loro paese), ma di salvare il bottino, oro, argento e preziosi vari, perché appartiene a Lui e quindi è sacro (che cosa se ne faccia Lui dell'oro, non è chiaro).
Acan, figlio di Carmi, figlio di Zabdi, figlio di Zerach, della tribù di Giuda (infame lui e tutta la razza sua), sottrae dal bottino "un bel mantello di Sennaar, duecento sicli d'argento e un lingotto d'oro del peso di cinquanta sicli" e li seppellisce in giardino.
YHWH, ovviamente, lo sa, ma non se la prende con lui, non subito almeno: per dare un esempio a tutti, manda allo sbaraglio "due o tremila uomini" di Israele e li fa massacrare - apposta - dai nemici.
Alle legittime proteste di Giosuè ("Signore Dio, perché hai fatto passare il Giordano a questo popolo, per metterci poi nelle mani dell'Amorreo e distruggerci?"), YHWH dà ordine di riunire tutto il popolo. Poi, con un rito di svergognamento pubblico che anticipa di tremila anni quelli della Cina maoista, smaschera Acan figlio di eccetera eccetera e gli fa confessare la sua colpa.
Acan e tutta la famiglia vengono lapidati e bruciati. A futura memoria, viene eretto un mucchio di pietre e alla valle viene dato il suo nome.

Morale della favola: ammazza, saccheggia, distruggi, brucia e sarai premiato. Ma non toccare i soldi del tempio, sennò guai a te e a tutto il popolo.


Citazione (Giosuè, 11, 18-19, 23)
Per molti giorni Giosuè mosse guerra a tutti questi re. Non ci fu città che avesse fatto pace con gli Israeliti, eccetto gli Evei che abitavano Gàbaon: si impadronirono di tutti con le armi. Infatti era per disegno del Signore che il loro cuore si ostinasse nella guerra contro Israele, per votarli allo sterminio, senza che trovassero grazia, e per annientarli, come aveva comandato il Signore a Mosè.
[...]
Giosuè si impadronì di tutta la regione, come aveva detto il Signore a Mosè, e Giosuè la diede in possesso ad Israele, secondo le loro divisioni per tribù. Poi il paese non ebbe più la guerra.


(ah beh, allora, se era "per disegno del Signore"...)

mercoledì 20 aprile 2016

glimpse

Hai una foto con la luce alle spalle
dove il volto è opaco
qualcuno ti ha colta a compiere il gesto
la curva dei capelli ancora in moto.

Anche io devo fermare gli attimi
i gesti compiuti e già scordati
come potrei toccarti altrimenti
così rapida al limite dell'occhio.

martedì 19 aprile 2016

raccontino

Dalle fotografie, l'aveva immaginata bassa di statura. Per via del volto, forse, con gli occhi grandi e le labbra ampie, rigirate verso l'esterno come quelle dei neonati. E le lentiggini, che chissà perché collegava sempre all'infanzia.
Quando la vide, scoprì che sì, il viso era quello, ma tutto il resto non corrispondeva.
Le mani, innanzi tutto: lunghe, disposte alla fine di braccia esili e diafane come quelle che a volte si disegnano agli elfi sui libri per l'infanzia.
E il corpo, tanto alto e sottile da risultare sbilanciato. Quando fece per stringerle la mano, mancò poco che la proiettasse a terra in un'involontaria presa di judo. Era soltanto, in realtà, la sperequazione delle masse, i suoi novanta chili piantati sul terreno contro i cinquanta di lei, sospesi a mezz'aria.
In tutto ciò, cosa c'entrava quel viso? Era troppo piccolo, tutta la testa sembrava montata per errore su un corpo non suo, e la voce ne usciva insicura, quasi si fosse smarrita nel percorso tra i polmoni e la laringe.
Non servì nient'altro: ne fu subito innamorato.

lunedì 18 aprile 2016

ekphrasis - 2



Fra pochi pochissimi istanti
l'azzurro tornerà a campire
basterà niente una torsione
di qualche grado

e tutto crollerà la palpebra
potrà abbassarsi finalmente
il sangue tornare a scorrere
compiersi l'espirazione

sarà il disastro l'irreparabile.


Piero (o Antonio?) del Pollaiuolo, Ritratto di giovane dama (Ragazza di profilo) 
1470-72, Milano, Museo Poldi Pezzoli

domenica 17 aprile 2016

ekphrasis - 1



Tutto è già avvenuto
il sangue è asciutto
la luce fugge gli zigomi

è inutile il richiamo
lei si è già pulita
le mani rassettati i riccioli

puoi solo amare il bianco della gola.

(Artemisia Gentileschi, "Giuditta e l'ancella", 1618-19,
Firenze, Galleria Palatina)

venerdì 15 aprile 2016

botanica

Gli iris intorno a casa sono tutti selvatici
soprattutto quelli bianchi spuntati
dietro il cassonetto dell'immondizia
fra le margherite e le stelle di Betlemme.
L'albero di Giuda è in un campo incolto
il filo spinato mai aperto da anni.
I glicini traboccano dalle inferriate.
Soltanto la magnolia allarga i rami fioriti
simmetricamente nell'aiuola.
Con i bimbi teniamo il censimento
impariamo ogni giorno qualche nome nuovo.

giovedì 14 aprile 2016

aprile

Si chiama albero di Giuda
questo cumulo di viola e di verde
che da due settimane fa ombra
alla scuola. I fiori aperti
nella corteccia nuda:
caulifloria si chiama – così
ha scritto una mano infantile
sul cartello. Tutto intorno la ghiaia
è smossa da corse e scivolate
e il polline intasa i filtri dell'aria.

domenica 10 aprile 2016

omissis

Io continuo a scrivere
la carne cede alla pressione
come quando era la curva a svelarti
subito prima dello scatto.
Solo più tardi ti ho ricomposta
ho fatto muovere l'immagine
ora so come accordi le labbra
posso aspettare in silenzio.

sabato 9 aprile 2016

Shakespeare, Sonetto 33

Spesso ho visto la gloria del mattino
le vette regalmente lusingare,
l'aureo viso baciare i verdi prati
tingendo i fiumi di alchimie divine;
poi consentire alle più vili nubi
di intorbidare il suo celeste volto,
nascondersi dal mondo desolato
svanendo ad ovest con la sua vergogna.
Anche per me si accese un sole all'alba,
sulla mia fronte trionfando splendido;
ma, ahimé, fu mio soltanto per un'ora:
le basse nubi ormai l'hanno celato.
Ma non per questo lo disprezzo: in terra
un sole può macchiarsi, come in cielo.

(traduzione mia - l'originale è qui)

venerdì 8 aprile 2016

la saison des signes

È mio questo tempo intermedio
questa primavera annegata nei rumori.
Vedo segni ovunque: nella vespa
che mi invade il balcone coi suoi nidi –
nella falena grigionera sul muro
tutto rosa – nei polloni lucidi
che spaccano la corteccia morta.
Proprio adesso mi arrivano segni
di te – e io mi dico: no
non è un caso – e se pure
allora è una saggezza più grande
una voce sola in due gole.

mercoledì 6 aprile 2016

il libro che sto leggendo

Una banda di predoni nomadi, che chiameremo il Popolo, vaga nel deserto. L'autore del libro tende a esagerarne un pochettino il numero, fissandolo a seicentomila maschi adulti (senza contare, quindi, donne e bambini); è legittimo supporre che la realtà sia un po' meno eclatante.
 Il Popolo è guidato dal Capo, un visionario di ambigue origini, che sostiene di ricevere messaggi da un'Entità Superiore, irascibile e violenta. Più volte, nel corso del libro, il Capo scatena campagne di epurazione contro chiunque, nel Popolo, dubiti della sua missione. Di tanto in tanto, fornisce al Popolo complicati e cavillosissimi elenchi di precetti da seguire, che presenta sempre come ispirati dall'Entità.

In varie occasioni, con pretesti del tutto futili, il Capo lancia il Popolo alla conquista di regni e paesi che hanno avuto il solo torto di trovarsi sulla loro strada. In genere, ne pretende la pulizia etnica totale, donne e bambini compresi.
A quel punto, i suoi gli fanno: "Bene, Capo, bello 'sto paese, fertile, ricco, abbiamo ammazzato tutti, ci stabiliamo qui?"
E lui: "No, l'Entità ha promesso al Popolo un paese, ma non questo."
"Beh, d'accordo allora. Ma quand'è che ci arriviamo a 'sto paese?"
"Ci arriveremo. Ma non voi: i vostri figli casomai"
"E perché noi no?"
"Perché siete stati cattivi*."

Alla fine del libro, il Capo apprende dall'Entità di essere prossimo alla morte, quindi notifica il suo successore: un Signor Nessuno che mai prima d'ora era stato nominato.
Segue un nuovo elenco di precetti, poi il libro si interrompe sul più bello.
Mi toccherà leggere il seguito per sapere come va a finire. Anzi, i seguiti: perché pare sia una saga bella lunga.

Citazione:
"Caccerete dinanzi a voi tutti gli abitanti del paese, distruggerete tutte le loro immagini, distruggerete tutte le loro statue di metallo fuso e distruggerete tutte le loro alture. Prenderete possesso del paese e in esso vi stabilirete, perché io vi ho dato il paese in proprietà. Dividerete il paese a sorte secondo le vostre famiglie. A quelle che sono più numerose darete una porzione maggiore e a quelle che sono meno numerose darete una porzione minore. Ognuno avrà quello che gli sarà toccato in sorte; farete la divisione secondo le tribù dei vostri padri. Ma se non cacciate dinanzi a voi gli abitanti del paese, quelli di loro che vi avrete lasciati saranno per voi come spine negli occhi e pungoli nei fianchi e vi faranno tribolare nel paese che abiterete. Allora io tratterò voi come mi ero proposto di trattare loro."

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*) Per essere esatti: il Popolo era arrivato in vista del paese, ma si era reso conto che la terra era già occupata. E anche da gente bella cazzuta.
Allora aveva detto al Capo: "Scusa Capo, ma siamo proprio sicuri che ci convenga rischiare la buccia per conquistare un paese che in fin dei conti non è neanche il nostro paese?"
E il Capo (pardon, l'Entità) aveva risposto: "Ah, è così? Pelandroni che non siete altro! E allora sapete che vi dico? A 'sto paese il Popolo ci arriverà tra quarant'anni, quando voi sarete tutti morti e sepolti. Tiè!"

domenica 3 aprile 2016

i bilanci della domenica mattina

Cose da fare prima di passare nel mondo dei più.
- leggere tutti i millemila libri che ho comprato negli anni e mai aperto;
- riprendere e perfezionare almeno un paio delle lingue che ho cominciato a studiare e poi abbandonato (tedesco? portoghese? cinese? greco antico?);
- ascoltare tutti i dischi che ho in casa (questa è tosta sul serio);
- imparare a dipingere a olio e ad acquerello;
- imparare almeno a strimpellare uno strumento a fiato e uno a percussione (ipotesi: sax e batteria);
- fare l'esame di armonia e contrappunto che cominciai a preparare secoli fa e non diedi mai (l'ottavo e il decimo di pianoforte, lasciamo perdere per amor del cielo);
- fare tre o quattro bei viaggi, ma lunghi, senza programma, di quelli che vai in un posto e ti ci perdi;
- rivedere quelle cinque o sei persone che mi dispiace di non vedere mai.


Poi, possiamo anche salutarci senza rimpianti.