lunedì 30 novembre 2015

domenica 29 novembre 2015

recensioni: "L'uomo che cadde sulla Terra"

Walter Tevis, The Man Who Fell to Earth, Penguin, 2009 (185 pagine, 8,99 sterline) – ed. originale 1963

Lo ammetto, certe volte ho tempi un po' lunghetti. Per esempio, questo libro volevo leggerlo da quando, in prima media, trovai un paio di brani sulla mia antologia. Ci ho messo un quarto di secolo abbondante, ma alla fine ce l'ho fatta. Comunque, valeva la pena; anzi, era persino meglio di quanto mi aspettassi.
La trama è abbastanza nota: nel 1985, un alieno arriva sulla Terra (per la precisione, nel Kentucky) e, sfruttando le sue superiori conoscenze tecnologiche, fa un sacco di soldi fondando società e vendendo brevetti. In realtà il suo scopo è quello di costruire una nave spaziale per portare sul nostro pianeta gli ultimi sopravvissuti del suo popolo, auto-decimatosi con una serie di terribili conflitti atomici.
Questa l'idea, espressa in due righe. Poi, come sempre, la differenza sta nel come, non nel cosa.
Ho detto qualche tempo fa che sono un lettore sporadico di fantascienza, un genere che spesso mi irrita per la sua superficialità. “Spesso”, non sempre, perché anche lì ci sono i capolavori, e questo è uno dei casi.
Tevis (che, per inciso, è anche quello che ha scritto i romanzi da cui furono tratti Lo spaccone e Il colore dei soldi, e scusate se è poco) sorvola quasi del tutto gli elementi strettamente fantascientifici – tecnologia futuribile, descrizione di civiltà aliene – e si concentra su due aspetti. Uno è un'America distopica, ma neanche tanto, un paese ricco e opulento ma sull'orlo di una guerra totale. Visione particolarmente pregnante nel 1963, e anche adesso non è che sia granché invecchiata. Il secondo aspetto è la solitudine di Newton (così si fa chiamare l'alieno), perso in un pianeta sconosciuto, costretto ad agire per fini che lui stesso, a poco a poco, scopre di non condividere più. Il personaggio sprofonda sempre più nell'alienazione, finendo per legare solo con due persone altrettanto sole ed alienate: Bryce, uno scienziato che sospetta della sua vera identità, e Betty Jo, un'alcolizzata che si innamora di lui.
Il finale – che ovviamente non rivelo – è di raggelato, disilluso pessimismo.
Come tutti i grandi romanzi (e questo lo è), L'uomo che cadde sulla Terra è leggibile a più livelli. Un critico americano li ha benissimo riassunti così:

Alla superficie, L'uomo è il racconto di un alieno che viene sulla terra per salvare la propria civiltà e, attraverso avversità, distrazioni e perdite di fiducia (“Lo voglio... ma non abbastanza”), fallisce. Poco al di sotto della superficie, lo si può leggere come una parabola sul conformismo anni Cinquanta e sulla Guerra Fredda. Fra molte altre cose è, nelle parole di Tevis stesso, “un'autobiografia molto mascherata”, il racconto del suo trasferimento infantile da San Francisco, “la città della luce”, al Kentucky rurale, e della malattia che da bambino lo confinò a lungo a letto, lasciandolo, dopo la guarigione, debole, fragile e isolato. Parlava anche – come si rese conto solo dopo averlo scritto – del suo percorso verso l'alcolismo. Al di sotto di tutto ciò, è ovviamente una parabola cristiana, e un ritratto dell'artista. Infine, è uno dei libri più commoventi che io conosca, un canto funebre su una grande ambizione e un terribile fallimento, e un'evocazione dell'assoluta, insuperabile solitudine umana.

Ora è il caso che mi guardi il film che ne fu tratto, con un David Bowie che era l'unica scelta possibile come protagonista.

sabato 28 novembre 2015

recensioni: "Nerosubianco"

Giorgio Rimondi, Nerosubianco. Fenomenologia dell'immaginario jazzistico, Arcana Jazz, 2015 (144 pp., € 16,50)

Il jazz è una miniera di storie. Ed è anche una musica che ha sempre avuto uno stretto rapporto con l'immagine, quella fotografica in particolare.
Giorgio Rimondi, in questo libro, incrocia le due dimensioni: partendo da dieci fotografie, racconta delle storie. Storie vere, ovviamente, perché si tratta di un libro di saggistica non di narrativa (di narrativa e di poesia jazz, comunque, Rimondi si è già occupato in passato); ma chi scrive è sempre stato convinto che la miglior saggistica deve potersi leggere come si legge la narrativa. Deve avere una storia da raccontare.
Le immagini di partenza sono le più varie: l'unico ritratto noto dell'orchestra di Buddy Bolden, le celebri foto scattate da J.E.J. Bellocq alle prostitute che lavoravano nei bordelli di New Orleans, un fotomontaggio della triestina Wanda Wulz (pioniera italiana della fotografia), Cole Porter in vacanza a Venezia, Frank Sinatra in jam session con Nat King Cole, un malinconico Billy Strayhorn a colloquio con un pesce rosso, Jack Kerouac e la sua macchina da scrivere, Thelonious Monk addormentato, un tenero Miles Davis adolescente, Ornette Coleman al lavoro con la band nel suo loft newyorkese. Sono le occasioni per lanciare sul jazz sguardi obliqui e affascinanti.
Fatemi finire con una noterella personale: considero questo libro la bella copia – ossia: la versione riuscita – di ciò che ho tentato di fare io con il mio Volevo essere Bill Evans. E quindi leggerlo mi ha provocato un piacere misto all'invidia.

venerdì 27 novembre 2015

non sei tu

Nei sogni i luoghi
possono essere questo
e pure quello. Anche le persone
possono essere l'una e l'altra
nello stesso momento.
Il corpo leggero come polvere
o compatto nella paralisi.
Puoi essere vivo e morto
non sei tu comunque
quella carne eterea
puoi usarla senza colpa.

giovedì 26 novembre 2015

facciamo il conto

Quando mi dici che non sai
come ringraziarmi io sorrido
te lo giuro. Facciamo il conto
se vuoi: io ti ho dato
qualche consiglio editoriale
ti ho ascoltata quando la voce
ti sanguinava ti ho regalato
i miei libri di poesia
(cioè: ho regalato
una lettrice a me stesso).
Tu mi hai regalato un gesto
che non mi aspettavo
versi portoghesi per sfamarmi
una geografia di luoghi toccati
per sempre dalla bellezza – e l'incredibile
certezza che mi vuoi bene.
Nessuno nessuno mai
mi aveva regalato una sorella.
Tirando le somme direi
che non so come ringraziarti
ma che non smetterò di farlo.

mercoledì 25 novembre 2015

recensioni: "Contro la dispersione"

Walter Cremonte, Contro la dispersione, Guerra Edizioni, 1999 (116 pp., € 7,75)

Mi sono sempre chiesto perché mai la poesia di Walter Cremonte non sia ospitata, non so, nella collezione bianca di Einaudi o nello Specchio di Mondadori. (In realtà lo so il perché: Walter è la persona più modesta, discreta, più dolce nel significato pieno della parola, che io abbia mai conosciuto).
Comunque, dicevo: me lo chiedo perché la sua poesia sfata tutti i falsi miti sulla poesia contemporanea, che sarebbe oscura, autoreferenziale, incomprensibile, persa in uno sterile sperimentalismo e così via. La poesia di Walter, invece, è pura. Non nel senso che davano alla parola gli ermetici, o i simbolisti, ma nel senso che la parola si annulla pienamente nel suo oggetto, senza lasciare scorie. Non che il lavoro poetico sia assente – anzi, una tale semplicità è la più ardua delle conquiste – ma esso si nasconde sotto una superficie ingannevolmente levigata. Ingannevolmente, perché le punte e gli spigoli, a sarperli vedere, ci sono.
Inutile stare ad elencare i suoi modelli, Sandro Penna in primis. Bastino poche notizie: Walter, nato a Novi Ligure nel 1947, vive da decenni a Perugia, e per piccoli editori perugini sono uscite tutte le sue raccolte. Questa è un'antologia della sua produzione dal 1978 al 1995.
Non posso dire altro se non: leggetela; tanto più che costa pure poco; e giudicate da soli.

martedì 24 novembre 2015

a proposito...

Visto che il mio problema di personalità multiple non era abbastanza grave, ho pensato bene di peggiorarlo inaugurando un blog sul nuovo sito di Jazzit (che comunque vi consiglio di guardare, perché è proprio bello...).

novità (2)

Su Words Social Forum, c'è un articolo mio che illustra bene i danni della mezza età.

 Invece sull'ultimo numero de Le Voci della Luna c'è 'sta robetta qua...








lunedì 23 novembre 2015

il lavoro dello stile (appunti sparsi)

Differenze: scrivere, pubblicare.
Io scrivo molto. Perlopiù poesie. Ne scrivo quasi ogni giorno, sulla scorta di occasioni, fatti, incontri, letture. In genere, subito dopo averle scritte, le metto qui o sull'altro mio blog, e spesso anche su Facebook.
Questo è scrivere.
Poi, ogni tanto, pubblico.
Finora ho pubblicato due libri di poesie (un terzo è in arrivo) più un paio di plaquette e altra roba sparsa in antologie.
Quando pubblico, in genere scarto buona parte di ciò che ho scritto: o perché mi accorgo che quelle cose, rilette a distanza di tempo, non reggono; o perché non si distaccano dall'occasione che le ha generate, insomma non vivono di vita autonoma; oppure perché non sono coerenti con altri testi, non vanno a comporre un'opera che abbia un suo senso e una sua unità.
Fra i tre libri, le due plaquette e le antologie, credo - così a occhio - di aver pubblicato forse un 120-150 poesie; cifra approssimata più per eccesso che per difetto.
Non ho idea di quante ne ho scritte, ma considerando che scrivo da quando avevo tredici o quattordici anni (e ora ne ho quaranta), direi che siamo nell'ordine delle migliaia.

* * *
A chi suona, anche solo a livello indegnamente dilettantistico come faccio io, capita studiando di imbattersi in piccoli dettagli, finezze che il compositore ha seminato nel brano: un'armonizzazione, un movimento del basso, una simmetria strutturale.
Sono particolari che in genere sfuggono all'ascolto e che si possono apprezzare solo con uno studio attento della partitura.
Allo stesso tempo, non è bene affezionarcisi, perché quando poi si va ad eseguire il pezzo, la concentrazione eccessiva su quei dettagli potrebbe risultare dannosa all'effetto generale.
Sono, e debbono restare, piccole gioie private.
(Lo stesso, forse, capita a chi dipinge nell'osservare un quadro, o a chi scrive nel leggere un libro, o a chi fa cinema nel guardare un film.)

* * *

Il pericolo di abbandonarsi allo stile. Quando la mano corre docile, proprio allora bisogna fermarla, cercare l'inceppamento.
Una poesia è buona se non sembra scritta da me.

* * *

Lo stile è un mezzo, non un fine. Lavoro, non narcisismo.

* * *

La poesia esige lentezza. Questa società chiede sempre più velocità.
La poesia è nemica di questa società.
La poesia è indispensabile.

domenica 22 novembre 2015

recensioni: "Il disertore"

Giuseppe Dessì, Il disertore, Mondadori, 1985 (170 pp., L. 5000)

Uno di quei libri che mi aspettavano da anni. Comprato chissà dove (su qualche bancarella dell'usato, a giudicare dal grado di consunzione), era rimasto su uno scaffale in attesa dell'occasione giusta. Da lì l'ho ripescato perché mi serviva un compagno di viaggio, e quelle centocinquanta paginette in formato Oscar erano l'ideale da infilare in tasca.
Lo sfondo del romanzo è il paesino sardo di Cuadu, negli anni del primo dopoguerra. La società fino ad allora immobile, dominata dai prinzipales, potentissima casta di proprietari terrieri, è sconvolta dagli echi che arrivano dal “continente”: la propaganda socialista, i primi Fasci di combattimento. L'occasione per il racconto è un monumento ai caduti, che il Comune vuole erigere nella piazza. Durante la raccolta dei fondi per la statua, Mariangela Eca, una povera contadina, madre di due figli entrambi caduti in guerra, che campa facendo la serva a casa del prete e raccogliendo fascine, compie un gesto inaudito: dona tutti i suoi risparmi, più di ottocento lire.
Ma tutto ciò è solo un pretesto, perché il vero nucleo narrativo è un altro. Ciò che nessuno sa è che il maggiore dei figli di Mariangela, Saverio, non è affatto caduto in combattimento, ma ha disertato, ha raggiunto il paese ed è stato nascosto dalla madre, per poi morire di malaria dopo pochi giorni. L'unico a condividere il segreto è il vecchio prete, don Pietro Coi, al quale Saverio, in punto di morte, ha confessato il reale motivo della sua diserzione: durante una battaglia, ha ucciso il suo capitano sparandogli alla schiena. Un gesto assurdo, tanto più che l'ufficiale gli era sempre stato amico.
Il centro del romanzo è il confronto fra le coscienze dei due personaggi: il dolore silenzioso, arcaico della madre, e il tormento interiore del prete, che scopre di non riuscire in alcun modo a condannare il gesto dell'uomo, perché la colpa non è sua, “la colpa è di chi vuole la guerra, di chi non sa evitare la guerra”.
Una narrazione fatta di silenzi, raccontata con uno stile secco, essenziale, che trasmette il senso di un dolore assoluto, quasi metafisico, che pervade gli uomini e il paesaggio.

sabato 21 novembre 2015

scolastica

Elisa piange. Le sue lacrime
increspano le strofe del Pastore errante.
Non si ricorda niente (dice) vuole
un'insufficienza
che la restituisca finalmente
al suo banco fuori vista alle parole
che vi ha inciso con fatica di mesi.
(Chi sono io con la mia etica
da quarantenne per negarle
il conforto dell'oblio?)

venerdì 20 novembre 2015

recensioni - "Novelle fatte a macchina"

Gianni Rodari, Novelle fatte a macchina, Corriere della Sera, 2015 (230 pp., € 7,90) – ed. originale Einaudi, 1973

Mi pare che da qualche parte (forse nelle Lezioni americane, ma adesso non ho voglia di controllare) Italo Calvino abbia detto che la dote migliore della fantasia è l'esattezza. Gianni Rodari è l'autore della Grammatica della fantasia, e non a caso.
Questo libro – come in realtà tutti i suoi – è la dimostrazione pratica di quanto esposto in quel libro: prendere un'ipotesi assurda e svilupparla con assoluta coerenza logica. Per esempio: e se per salvare Venezia i veneziani diventassero pesci? Se gli studenti potessero viaggiare nel tempo per smentire i propri professori di storia? Se i gatti di Roma fossero in realtà esseri umani annoiati di essere umani? Se per i monti della Tolfa si aggirasse un cowboy armato di pianoforte a coda? Dove vanno a finire le persone che vanno fuori di sé? Eccetera eccetera.
Poi, ovviamente, non basta l'ipotesi, serve uno con la fantasia (e l'intelligenza) capace di svilupparla. Ma per questo Gianni Rodari è una sicurezza.
Piccola nota personale: ho apprezzato molto le tante – e per niente banali – citazioni di musica classica sparpagliate per il libro. Non sapevo che Rodari fosse un intenditore, e questo non fa che aumentare la mia stima per lui.

giovedì 19 novembre 2015

novità sparse

Quattro poesie mie sono sul bel blog "Il sasso nello stagno" di Angela Greco.

E poi è uscito da poco questo...



visioni: "Seminole"

Seminole (U.S.A., 1953, colore, 87 min.), di Butt Boetticher, con Rock Hudson, Anthony Quinn, Barbara Hale, Richard Carlson, Lee Marvin

Budd Boetticher (1916 - 2001) era famoso perché gli davi quattro soldi e una manciata di bravi attori e lui ti tirava fuori un bel western di cassetta. La sua collaborazione più fortunata fu quella con Randolph Scott, negli anni Cinquanta. Roba che all'epoca era considerata commerciale e che invece oggi è guardata come esempio della Hollywood degli anni d'oro.
Questo Seminole prende spunto da una delle prime e più cruente (ma quale non lo fu?) tra le "guerre indiane", quella che fra il 1835 e il 1842 vide protagonista l'omonima tribù, stanziata nelle impenetrabili paludi della Florida e capeggiata dal leggendario Osceola, un meticcio che guidò la strenua resistenza dei nativi contro l'esercito statunitense.
Il film, come d'uso all'epoca, romanza parecchio la storia (le circostanze della morte di Osceola, ad esempio, sono interamente finzionali), introducendo il personaggio del tenente Caldwell (Rock Hudson), un onesto sottufficiale che cerca la pace con gli indiani di Osceola (Anthony Qinn, in una delle sue tipiche parti da pellerossa), osteggiato però dal suo crudelissimo superiore, il maggiore Degan (Richard Carlson), guerrafondaio e odiatore degli indiani, convinto della necessità di sterminarli tutti, fino all'ultimo. Ovviamente c'è di mezzo anche la storiona d'amore che non può mai mancare. Senza indugiare troppo in sinossi, il cattivo ufficiale dopo una serie di schermaglie riuscirà a far mettere sotto processo il suo sottoposto con una falsa accusa di omicidio e alto tradimento. A plotone d'esecuzione già schierato, egli sarà salvato con il più classico dei colpi di scena che conducono all'immancabile lieto fine.
(Va detto però che il film mostra un encomiabile sforzo di fedeltà storica, ad esempio nella ricostruzione dei pittoreschi costumi Seminole e delle uniformi militari, che a quel tempo si ispiravano ancora a quelle dei "dragoni" europei, senza i cappelloni western a cui siamo abituati).
Ma, al di là della trama, la forza del film sono le interpretazioni: un granitico Rock Hudson, un bravissimo Anthony Quinn che rende il tormento di un Osceola tragicamente diviso fra la fedeltà al suo popolo e l'amicizia con i bianchi, e persino un giovane Lee Marvin in una parte da comprimario. E poi la bellona, una sontuosissima Barbara Hale.
Tutto qui? No, il meglio è che, in totale controtendenza con l'epoca, il film parteggia dichiaratemente per gli indiani, presentati come vittime innocenti del malvagio ufficiale (anche se il vero eroe è pur sempre il buon ufficiale bianco). E c'è anche un'esplicita intenzione antimilitarista: bellissime ad esempio le scene in cui i soldati, con le loro linde e impeccabili uniformi, si addentrano sempre di più nelle paludi, fino ad arrivare fradici, infangati ed esausti al villaggio indiano, dove per di più saranno crudelmente beffati e sconfitti.
Bel filmone, insomma.

mercoledì 18 novembre 2015

haiku

Ostia di luna...
Una gazzarra d'ali
saluta il giorno.

martedì 17 novembre 2015

for whom the bell tolls...

ha la faccia di mio figlio.
Non sto facendo figure retoriche
e nemmeno sto dicendo che gli somiglia.
Il bambino morto a Gaza
ha i capelli di mio figlio il suo naso
l'espressione dei suoi occhi
quando sta per addormentarsi
il suo petto liscio nel punto
in cui soffre di più il solletico
persino la stessa macchia di sangue
sulla fronte di quando era caduto
dalla bicicletta dritto contro un sasso.
Devo correre di sopra alzargli la maglietta
controllare che non abbia sullo sterno
quei due occhielli di carne bruciata
per convincermi che non sia lui
che sia davvero lì a giocare in camera sua.

lunedì 16 novembre 2015

con quale diritto

Con quale coscienza – mi chiedo
mentre ascolto i borborigmi della casa
che al mattino stenta a risvegliarsi –
con quale coscienza lamentarsi
per una cicatrice non richiusa
e una peristalsi non impeccabile
con quale diritto vivere
con quale arroganza respirare?

domenica 15 novembre 2015

andando a scuola

Preparo la borsa
mi assicuro che tutto sia al suo posto
che le penne scrivano
e i compiti siano in ordine alfabetico
proprio come credo abbia fatto
chi è uscito di casa
per non tornarci più.
Come ogni giorno mi verranno rivolte
domande delle quali non conosco le risposte
e anche oggi come ogni giorno
dovrò cercare di rispondere
se possibile senza mentire
e senza perdere la calma.


(sabato 14 novembre 2015)

sabato 14 novembre 2015

reviviscit

Sembra tornata la voglia di fare
ho scritto tre poesie (compresa questa)
ho persino fatto l'amore
cautamente dopo la convalescenza
ricomincio a sentire dolore
è un buon segno anche quello.

venerdì 13 novembre 2015

istruzioni

Mai avere fretta
di finire una poesia
specialmente
se le parole fanno ressa
aspetta
cancella molto
affina i sensi
mastica la polpa conserva
il nocciolo più duro.

giovedì 12 novembre 2015

la terra ignota

Tu sei la tua pelle
io la mia. Tu sei
anche la bocca le mucose
il lato interno.
Per quanto ci sforziamo
di ridurre le distanze tu sei
l'isola bianca – l'orizzonte
la terra ignota.

mercoledì 11 novembre 2015

sette anni (esattamente)


Che strana densità hanno questi sette anni
fatti di vuoti più che di pieni
di lacune di attimi sfiorati
e di abbracci dati troppo in fretta.
Come ho fatto – mi chiedo – a vederti
così poco e a conoscerti così bene?
(La risposta la so ovviamente:
ti conoscevo ben prima
di incontrarti). Io ho imparato
ad ascoltare i tuoi silenzi
accordarli con i miei.
Non è stato difficile – anzi.
Tu hai imparato (speriamo) ad amare
lo specchio – a non odiarlo
perlomeno. Ti ho lasciato
schegge di me in posti
che ancora non immagini.
Abbine cura. Io ti ho raccolta
ti ho piantata dove non posso perderti.

(11 novembre 2008 – 11 novembre 2015)

martedì 10 novembre 2015

non c'è mai posto

Troppo pochi i mattini
scarse le notti.
E non c'è mai posto
 per i piaceri
che arrivano da noi
non trovano un alloggio
e vanno via.

Emily Dickinson (traduzione mia)

lunedì 9 novembre 2015

recensioni: "Paura reverenza terrore"

Carlo Ginzburg, Paura reverenza terrore, Adelphi 2015 (311 pp., € 40)

Non mi è mai capitato di leggere un libro di Carlo Ginzburg che non fosse una festa per l'intelligenza. E questo non fa eccezione.
Ci sono tutte le migliori doti dell'autore: l'erudizione vasta e profonda, ma mai sterile; l'abilità di rendere appassionanti temi che potrebbero risultare astrusi; la capacità di creare agganci con il presente; la spregiudicatezza nel tessere relazioni fra territori culturali apparentemente incomunicabili.
I cinque saggi qui raccolti hanno come punti di partenza altrettante suggestioni visive: una coppa istoriata del Cinquecento, il frontespizio del Leviatano di Hobbes, il Marat di David, un celebre manifesto di propaganda della Grande Gerra, Guernica di Picasso. I punti di arrivo sono inaspettati: la conquista dell'America vista dagli Europei, il concetto biblico di timor Domini, il rapporto tra politica e religione, un modulo visivo di origine ellenistica, Georges Bataille (passando per la pittura neoclassica). Al di sotto, a fare da collante, c'è una riflessione sui temi della paura e della reverenza, e del loro rapporto con la memoria storica.
Ma tutto ciò è solo una pallida immagine di quanto contenuto in queste dense, stimolanti pagine. Da leggere assolutamente

(P.S.: urge però un caveat: il testo costa parecchio in relazione al contenuto, perché è stampato su una lussuosa carta lucida e pesante, con il testo in corpo 13 o 14 che copre sì e no due terzi della larghezza, e con un centinaio di pagine occupate interamente dall'apparato di note finali; prima o poi, magari, ne uscirà un'edizione più economica.)

domenica 8 novembre 2015

recensioni: "Jazz inchiesta: Italia"

Enrico Cogno, Jazz inchiesta: Italia. Il jazz negli anni '70, Arcana Jazz, 2015 (238 pp., € 22)

Jazz inchiesta: Italia uscì per la prima volta nel 1971. Da allora, il testo è stato spesso citato e raramente letto, per il semplice fatto che era diventato introvabile. Bene hanno fatto Roberto Arcuri, curatore, e Vincenzo Martorella, direttore editoriale di Arcana, a caldeggiarne la riedizione.
Il libro è esattamente ciò che il titolo promette: una vasta inchiesta tra musicisti, critici, pubblico e persino gente comune, su un tema che allora era nuovissimo: qual è lo stato del jazz italiano? Cogno si propose di essere “non giudice, ma testimone” e di riportare quanto registrato nella maniera più fedele possibile; sua intenzione era anche di creare un testo agile, scorrevole, che si leggesse “come una jam session”. E così è.
Il libro è prezioso perché restituisce l'aria del tempo a chi, come me, non l'ha vissuta. Fa impressione, ad esempio, sentir parlare di Franco D'Andrea – allora trentenne – come di una “nuova leva” o una “speranza futura” del jazz nostrano; oppure confrontare i toni trionfalistici di certa stampa odierna con il panorama desolato dei critici dell'epoca (siamo in anni pre-mega festival, pre-Umbria Jazz, pre-etichette indipendenti, eccetera eccetera); o veder trattare come oggetti di polemica dischi e musicisti ormai archiviati dalla storia.
Ulteriormente preziosa la curatela di Arcuri. Innanzi tutto, c'è una densa postfazione che contestualizza il libro nel clima artistico, culturale e sociale di quegli anni. C'è un florilegio di recensioni, nelle quali si vedono illustri nomi della nostra critica jazz (Polillo, Fayenz, Candini, Maletto) confrontarsi con le dirompenti novità del free e del jazz-rock. C'è una polemica epistolare tra Cogno e una lettrice di Musica Jazz. E c'è una discografia di quanto inciso in Italia tra il 1966 e il 1971: sessantaquattro dischi in tutto (ossia, più o meno quelli che oggi arrivano al mio giornale in un paio di settimane). Dischi, ahimé, oggi per la maggior parte introvabili perché mai più riediti: e questa è una piaga dolorosa, che prima o poi bisognerà trovare il modo di sanare.

sabato 7 novembre 2015

recensioni: "Musica dal profondo"

Victor Grauer, Musica dal profondo. Viaggio all'origine della storia e della cultura, Codice Edizioni, 2015 (265 pp., € 18,90)

Che musica facevano i nostri antenati quando (fra i 60mila e i 100mila anni fa, secondo i modelli più recenti) lasciarono l'Africa per colonizzare il pianeta? Nessuno lo sa, per ovvi motivi.
Però Victor Grauer – compositore ed etnomusicologo, già collaboratore di Alan Lomax nelle sue storiche campagna di ricerca sul campo – è convinto che qualche ipotesi si possa azzardare. L'ha fatto in vari libri, e anche in un blog (http://soundingthedepths.blogspot.com) che sta alla base di questo testo.
To make a long story short, Grauer incrocia una vasta mole di dati etnomusicologici, antropologici e genetici per ricostruire all'indietro la storia della cultura umana, convinto che così facendo si possa seguire anche la traccia della musica, fino a un archetipo che possa suonare come quello originario, quello che decine di migliaia d'anni fa risuonava nelle savane dell'Africa Orientale. Nel far ciò, formula anche una serie di ipotesi sulla natura originaria delle società umane, e in particolare su un tema a dir poco attuale, per quanto secolare: se esse siano, o no, naturalmente portate alla guerra.
Ora, io non ho assolutamente i mezzi per accettare o ricusare le ipotesi di Grauer. Posso solo dire due cose: che il libro è assolutamente affascinante e che è scritto in uno stile piano e scorrevole, anche quando tratta i temi più complessi. Non è poco. Aggiungeteci anche che Grauer ha sempre l'onestà di ammettere che le sue sono ipotesi, ancora in attesa di vaglio e conferma. Non è poco neanche questo.
Per chi voglia avere un'idea del materiale su cui l'autore lavora, qui (http://www.codiceedizioni.it/musica-dal-profondo) c'è una scelta di clip musicali, commentate nel libro.

venerdì 6 novembre 2015

serie autunnale (in fieri)



Nello specchio ritrovi
ciò che l’epoca ti ha concesso
la faccia l’esterno del corpo.
Cresce il tempo necessario
per il recupero. Ormai
è solo il sonno a guidarti
verso una trama coerente.
Nell’attesa i legami si attenuano
tutto tende al proprio minimo.
Chiami fortuna se le parole
hanno già effuso tutto il sangue
la misura è corretta il cerchio lento
come le mosche pigre dell’autunno.
Quando apri la porta il giorno
è già chiaro e alto. Puoi deporre
il peso – spiccare il salto.

giovedì 5 novembre 2015

aubade

Il posto che mi appartiene lo visito sempre
troppo di fretta. C'è di mezzo una sveglia
un sonno incrinato un colpo di tosse
un pensiero molesto che bussa alla mente

fra me e l'odore del tuo corpo il sapore
della tua pelle al mattino.

mercoledì 4 novembre 2015

una cagata pazzesca

"Per me.. La corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca!!!" ("novantadue minuti di applausi...").
La scena ce l'avete tutti in mente, no? Ovviamente, dal punto di vista drammaturgico tutto è costruito perché noi simpatizziamo con gli impiegati, oppressi dal tirannico Professor Guidobaldo Maria Riccardelli.
Sarebbe però il caso di riflettere sul fatto che, oggettivamente, avrebbe ragione Riccardelli e che la rivolta di Fantozzi (e dei suoi compagni che costringono il capo a guardare Giovannona Coscialunga, L'esorciccio e La polizia si incazza) è in realtà la rivincita dei mediocri. E anche vigliacchi, perché al primo fumogeno si arrendono e tornano più servi di prima. Forse proprio perché nessuno ha loro insegnato che La corazzata Kotiomkin può essere un grande film, se non è imposto dal capoufficio.
In quella scena c'è già tutta l'Italia craxiana, berlusconiana e post-berlusconiana. Il trionfo del trash, l'esibizione del becero, la marginalizzazione e neutralizzazione degli intellettuali, l'ignoranza come arma di dominio.
E c'è anche tutta l'etica del web e di Facebook: quella dei pirla che fanno passare la propria nullità culturale per indipendenza di pensiero.

martedì 3 novembre 2015

è sempre così tardi

L'immagine che ho se ti penso
è quella di noi due che camminiamo
anzi per essere precisi corriamo
perché è tardi abbiamo fretta di arrivare
il luogo cambia la fretta è sempre la stessa
però – almeno io – ogni volta vorrei
fermarmi – fermarti – guardarti
negli occhi dire tutto ciò che invece
riesco solamente a scrivere
ma è sempre così tardi è sempre
una scheggia di tempo quella che si può
salvare – forse è per questo
che è sempre così intensa la tua luce
così concentrata come
se ogni volta fosse l'ultima.

lunedì 2 novembre 2015

recensioni: Claudius, the God, o dei sequel senza il buco

Robert Graves, I, Claudius, Penguin, 1979 (ed. originale 1935)

Non tutte le ciambelle riescono col buco, dice il proverbio. Lo stesso dicasi dei sequel.
Il primo libro che Robert Graves dedicò alla vita dell'imperatore romano Claudio, I, Claudius, mi era piaciuto molto quando lo lessi, qualche anno fa. Lì, con un bell'equilibrio tra fedeltà storica e invenzione romanzesca, Graves (1895-1985), grande esperto del mondo classico, ricostruiva l'esistenza di Claudio, dalla nascita fino all'anno 41 d.C., quando del tutto inaspettatamente, all'età di cinquant'anni, venne acclamato imperatore dai pretoriani, mentre era ancora caldo il cadavere del suo predecessore (e nipote) Caligola.
Del resto, la materia non mancava: la prima parte della vita di Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico (questo il nome completo da imperatore: quello originario era Tiberio Claudio Druso), svoltasi tra il 10 a.C. e il 54 d.C., attraversa uno dei periodi più affascinanti e sanguinosi della storia romana, quello che vide i regni di Augusto, Tiberio e Caligola. Claudio stesso è un gran personaggio: nato zoppo e balbuziente, per anni fu considerato da tutti un mezzo idiota, ma proprio questo gli permise di sopravvivere alle tremende e cruentissime faide familiari dei Giulio-Claudii, ritirandosi a vita privata e dedicandosi agli studi eruditi nei quali, a detta degli antichi, eccelse (le sue opere sono purtroppo perdute, compresa una storia degli Etruschi con annesso vocabolario etrusco-latino).
In I, Claudius, in realtà, a troneggiare era il personaggio di Livia, l'ultima moglie di Augusto, che Graves ritrae come una tirannica matriarca, una vera e propria dark lady pronta a passare sul cadavere di chiunque pur di raggiungere i propri machiavellici scopi politici.
In Claudius, the God, gli va meno bene, perché il regno di Claudio fu molto meno ricco di tratti pittoreschi, rispetto a quello dei suoi predecessori (con un paio di eccezioni, di cui dirò fra poco). Di conseguenza, la narrazione si riduce spesso a un elenco alquanto arido di fatti, decreti, leggi, riunioni del Senato, campagne militari, cerimonie, nel quale l'erudizione storica dell'autore gli prende un po' troppo la mano. Con il risultato di una narrazione che presenta pochi motivi di interesse per chi non sia specificamente appassionato della materia (come lo sono io, che infatti l'ho letta con un certo piacere).
Le eccezioni, dicevo. Una è il personaggio di Erode Agrippa, il re di Giudea che fu amico d'infanzia di Claudio e la cui movimentata biografia costituisce quasi un romanzo-nel-romanzo. Le pagine in cui Graves la narra sono le più divertenti e godibili del libro. Un'altra è Messalina, la perversa e debosciata moglie di Claudio, che purtroppo viene sfruttata molto meno di quanto si sarebbe potuto. L'ultima sono gli anni estremi del regno di Claudio, quando sposò la terribile Agrippina e adottò come successore suo figlio Lucio Domizio Enobarbo, meglio noto alle storie come Nerone; ma anche questi personaggi appaiono quasi di scorcio, nelle ultimissime pagine del romanzo.
Il retro di copertina della mia edizione paragona bombasticamente il protagonista al dostoevskiano principe Mishkin. Più realisticamente, direi che il Claudio di queste pagine è un patetico idiota, pieno di buoni propositi, sempre manipolato da qualcuno (le sue mogli, i suoi liberti) e infine ridotto a un vecchio cinico e disilluso, una sorta di Luigi XV ante litteram (après moi, le déluge...).
Insomma: se avete un interesse specifico per la storia romana d'età imperiale, leggete pure questo libro. Altrimenti, meglio limitarsi al primo volume, che consiglio caldamente.

domenica 1 novembre 2015

paesaggio

Vorrei poter comporre delle egloghe più caste,
presso il cielo giacendo al modo degli astrologhi,
per ascoltare in sogno, vicino ai campanili,
le solenni innodie che il vento mi riporta.
Con le due mani al mento, lassù dalla mansarda,
osserverei la fabbrica, con i canti e il vociare,
e campanili e tubi, urbane alberature,
e i gran cieli, che fanno sognare dell'eterno.


È dolce nella nebbia veder nascere stelle
dall'azzurro, osservare le luci alle finestre,
i fiumi di carbone salire al firmamento
e la luna versare il suo pallido incanto.
Vedrei la primavera e l'estate e l'autunno;
e se verrà l'inverno dalle nevi monotone,
io chiuderò le porte, accosterò le tende,
nel buio innalzerò le mie città fatate.
Allora sognerò orizzonti azzurrini
e giardini, e fontane stillanti in alabastro,
dei baci, degli uccelli, che mane e sera cantano
e tutto ciò che ha più d'infantile l'idillio.
Invano la Sommossa batterà alla finestra,
ché dalla scrivania non leverò la fronte.
Io sarò tutto immerso in quella voluttà:
con la mia volontà evocare primavera
e trarre fuori un sole dal mio cuore, per fare
dei miei pensieri in fiamme una tiepida atmosfera.

Charles Baudelaire (traduzione mia)