lunedì 31 agosto 2015

visioni - noterelle sparse su "Un uomo da marciapiede"

Un uomo da marciapiede (Midnight Cowboy), di John Schlesinger (U.S.A., 1969); con John Voight e Dustin Hoffman; 113 min.
(Premio Oscar 1969 come miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura non originale).

Punto primo: la circolarità.
Il film si apre con un Joe Buck smagliante, bardato con le sue giacche a frange e le sue camicie ricamate, che prende il Greyhound per New York. Si chiude con un Joe Buck terrorizzato, in un'anonima camicia a quadri giallo canarino, che sorregge il cadavere dell'amico mentre l'autista del Greyhound rassicura i passeggeri che tutto è a posto e li porta verso il mare di Miami.
Già questo sarebbe da Oscar.

Punto secondo: l'Oscar.
Nel 1969, vince l'Oscar (tre Oscar!) un film cupo, sardonico, pessimista, per di più classificato come X-Rated (solo per adulti), che per la maggior parte si svolge in baretti lerci, appartamenti luridi infestati dagli scarafaggi, strade urbane popolate di reietti, e che insomma è una caustica negazione del Grande Sogno Americano.
O tempora! O mores!

Punto terzo: il doppiaggio.
Ecco, non per dire che io, sì, insomma, so le lingue, ma il film l'ho visto in inglese (con i sottotitoli pure in inglese). Ed è tutto un altro pianeta.
Nel doppiaggio italiano, a parte il fatto che ovviamente si perde il marcato accento texano di Joe,  ma Ferruccio Amendola (pace all'anima sua) regala a Hoffman/Ratso un petulante accento pseudonapoletano, fin troppo tracotante e sicuro di sé. E la voce, in fin dei conti, è sempre quella di Ferruccio Amendola: se chiudi gli occhi non vedi Hoffman (o De Niro, o Stallone), vedi Ferruccio Amendola. Dustin Hoffman, invece, si inventa una vocina chiocchia, sottile, nasale (veramente da “ratto”), che ispira allo stesso tempo fastidio e pietà.
La prova di Hoffmann è immensa. Intendiamoci, anche Voight è bravissimo nel caratterizzare questo braciolone che parte alla conquista del mondo e si becca solo mazzate sulla testa, ma Hoffman – ripeto – è su un altro pianeta.

Punto quarto: l'omosessualità.
Nel 1969, l'omosessualità è una cosa che si fa di nascosto, in cinema di quart'ordine, in topaie sgangherate, e i gay sono studentelli frustrati con gli occhiali a fondo di bottiglia, o ripugnanti vecchiardi con manie sadico-religiose.Il linguaggio stesso è apertamente omofobico: jackies, faggots, tuttifrutti (non so come siano stati resi in italiano).
Altri tempi (per fortuna).

(Ah già, la trama: ma quella, presumo, la saprete tutti.
Il ragazzone Joe Buck sbarca a New York, convinto che lì tutte le donne cadranno ai piedi dello stallone texano con gli stivali e la giacca a frange. Invece si trova a far combriccola con Rico “Ratso” Rizzo, ladruncolo da quattro soldi, truffatore, e per di più tisico, che nel suo appartamento abusivo sogna di rifarsi una vita sotto il sole della Florida. Ecco, direi che la trama più o meno è tutta qui. Basta e avanza.)

domenica 30 agosto 2015

stagioni

La ruota

Invochiamo d'inverno primavera,
in primavera invochiamo l'estate;
se risuonano siepi rigogliose,
niente – giuriamo – è meglio dell'inverno;
però poi nulla più ci sembra buono,
perché la primavera non arriva...
E non sappiamo che ci turba il sangue
soltanto il desiderio della tomba.

(W.B. Yeats – traduzione mia)

The Wheel // Through winter-time we call on spring, / And through the spring on summer call, / And when abounding hedges ring / Declare that winter's best of all; / And after that there's nothing good / Because the spring-time has not come --- / Nor know that what disturbs our blood / Is but our longing for the tomb.

sabato 29 agosto 2015

lampi - 281

Rivalutare il disprezzo come sana espressione di umanità.

venerdì 28 agosto 2015

lessico affettivo interculturale

téng (疼) = soffrire, provare dolore
téng'ài (疼爱) = letteralmente "dolore/amore", in realtà "voler bene, amare teneramente, provare un profondo affetto".

(Mi sa che i Cinesi hanno parecchio da insegnarci...)

giovedì 27 agosto 2015

chi sa, fa

"Ah, sì, tu hai scritto un libro?"
"Beh, più di uno in realtà..."
"E dicevi che suoni?"
"Sì, jazz, anche se solo da dilettante."
"E dov'è che vai tra poco?"
"In Inghilterra, per una conferenza con l'università."
"Ah, però: sei taciturno, ma..."


(Nel frattempo, il tizio al centro della combriccola bercia e squacquera, ripetendo a gran voce una barzelletta letta su FB; tutti, intorno a lui, ridono.
Io torno nel mio angolino e mi rimetto a leggere.)

mercoledì 26 agosto 2015

lampi - 280

Le cose belle sono talmente tante che non ce la farò mai, figurati se perdo tempo con quelle brutte.

martedì 25 agosto 2015

lampi - 279

La Bellezza salverà il mondo.
(Con l'aiuto di Photoshop.)

lunedì 24 agosto 2015

pranayama

Appoggiando l'orecchio senti la via dell'acqua
fra te e l'odio altrui. Senti lo spessore
senza dover misurarlo. Quanto si prepara
tra le falangi stese e l'apnea
che non ti è concesso interrompere?
Hai retto bene il diaframma
persino contro i contorni più vividi
concentrando la forza in un incastro.
Ora è vicino il corpo sereno
la guancia che sa di pane
e l'occhio esclamato.
C'è il tuo respiro stretto alla nuca
l'occhio che sfiora l'occhio
addolcito nel sudore.
C'è questo spazio d'oscillazione
poco oltre il presente
mai avevi giocato con tanta grazia
come ora che deponi le forze.

domenica 23 agosto 2015

battigia

Quel che mi manca in questo mare
deserto lo supplisco
con la terminologia: vongola cozza
ostrica tellina patella
canolicchio (e più o meno
fin qui ci arrivo da solo)
poi si tratta
di associare all'immagine il nome
– piede di pellicano lumachina
murice turritella cardium pecten
canestrello – nella speranza
che il sostantivo riattivi le papille
il guscio infranto
sotto i molari l'agonia salata.

sabato 22 agosto 2015

due poesie di Nicola Gardini

La duna non ci deluse. Sopra non c'era niente.
L'azzurro restava ad altri due, un uomo e una donna.
Per ora. La macchina andava bene. Dimmi che è così
o faccio qualcosa di imprevedibile, ti penso
o magari mi rimetto a dormire con l'accappatoio
che ci avevano rubato in un vecchio sentimento
davanti al cielo del dopocena. Che buono il latte al buio.
Che freddo almeno da cui non perderti, piangi nella vasca.
Tu sì che sai stare in macchina.
I tavolini vanno ripasssati, non vede?
e non mi parli con quella lingua, o me la invento.
Aspettami dentro, nell'azzurro, sì, se ne resta,
se ti interessa. Quel volto non è giusto, però,
anch'io ho sonno, e ho fatto tutte le telefonate fattibili...
La cena basterà. E l'autunno di una notte,
la notte di sempre che riprende per poco
nel sonno, nell'azzurro, anche noi non più noi,
si avvicinerà da una finestra, aspetta.
Libera la mano da tutto. "Sii contenta".

(da "Le cose non accadono", Atelier, 21, marzo 2001)

* * *

Lu dialètt

"Ardìll' n'ata vòt'", m' sfuttèv'n'
l' guajùn' d'lu paès. I' ci arpruvàv:
"Banchìt". E r'dev'n', p'chè aghèss
i' ci iav sol' dù tre misch l'ann'
e c' tùtt' parlàv' l'italiàn'.
"Nòn; t' dà mbarà: 'bban-ghì-tt'".
E m'arfr'càv'n'. "Arvàtt'n' a Milàn,
cu'". Nu cardill' candàv' dendr'a na gabbja.
Armanèv sul'. Màngh ghì l' sapèv allòr'
ch'i' sòngh su dialètt.

Il dialetto. "Ridillo un'altra volta", mi sfottevano / i bambini del paese. Riprovavo: / "Panchetta". E ridevano, perché lì / andavo solo due tre mesi l'anno / e con tutti parlavo italiano. / "Noo; devi imparare: 'Pan-chet-ta'" / E mi rifacevano il verso. "Tornatene a Milano, / corri". Un uccellino cantava in una gabbia. / Restavo solo. Neanch'io lo sapevo allora / che io sono quel dialetto.

(dialetto di Petacciato, Campobasso) 
(da "Nind", Edizioni Atelier, 2002)

dark side, bright side

Elena: dal greco ‘Ελενη (Helene), di etimologia incerta,
 forse riconducibile a ‘ελενη (helene), “fiaccola”,
con il significato di “splendente, luminosa”; 
altri lo ricollegano a Σεληνη (Selene), la luna, 
identificandovi un'antica divinità lunare.


Se solo la vedessi quella luce
come la vedo io – fiaccola
fiamma ostinata –
o candore infrangibile
lama dolcissima.

(Lo so tu vedi il buio ma
fidati – sono o non sono
il tuo specchio
l'altra metà del tuo volto?)

venerdì 21 agosto 2015

una lettura...

...di "Oltre il margine", da parte di Angela Caccia.

Varrà bene una metafora su questa poesia e il suo autore per inquadrarlo al meglio: un aquilone, vive con pienezza il pezzo di cielo assegnatogli, fin troppo consapevole del suo guinzaglio.
È poesia che si srotola tutta su un gioco sottile, estremamente elegante, a tratti ironico in altri drammatico. Non c’è lirica, non un distico, che non nasca da un ampio o minuscolo pezzo di realtà, per lo più quotidiana –la più difficile, quella fatta di piccole cose che, se incastonate nell’arco della giornata, ti restituiscono un senso di pienezza, quasi un premio di cui ti stupisci: non hai fatto nulla di epocale e, forse, è proprio in ciò il tuo atto eroico: nell’averlo fronteggiato ed essere uscito indenne da quel quotidiano e la sua morsa...
(clicca qui per leggere tutta la recensione)

giovedì 20 agosto 2015

lampi - 278

Io, le persone che, quando leggo, mi dicono che "sto da solo", proprio non le capisco.

mercoledì 19 agosto 2015

nessuno sa

Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere.

Jorge Luis Borges

martedì 18 agosto 2015

lampi - 277

Quattro gatti leggono la poesia, quarantaquattro si litigano la mangiatoia.
(E nemmeno in fila per sei.)

lunedì 17 agosto 2015

lampi - 276

La poesia è viva e se la ride sotto i baffi.

domenica 16 agosto 2015

una piccola cosa azzurra



Oggi sono
Una piccola cosa azzurra
Come un piccolo pezzo di marmo
O un occhio

Con le ginocchia contro la bocca
Sono perfettamente rotonda
Ti guardo

Sono fredda contro la tua pelle
Tu sei perfettamente riflesso
Sono persa nella tua tasca
Sono persa contro le tue dita

Cado dalle scale
Saltello sul marciapiede
Sono gettata contro il cielo
Piovo in pezzi
Mi disperdo come luce

Oggi sono
Una piccola cosa azzurra
Fatta di porcellana
Fatta di vetro

Sono fredda e liscia e curiosa
Non batto mai le palpebre
Giro nella tua mano
Piccola cosa azzurra

sabato 15 agosto 2015

mattutino

E questa presenza del corpo
che chiamano mia
e chiamano gioco

invece non c'è nulla
da discutere soltanto l'evidenza
l'odore dolcissimo delle pliche
dove la luce dura

i fianchi emersi dal sonno
la strada segnata.

venerdì 14 agosto 2015

come farò?

No logo

Quella foto di Bertold Brecht
di Konrad Ressler, sigaro in bocca,
giacca di cuoio: cosa dice? dove va?
Che il proletariato è morto?
Che siamo incapaci di rivoluzioni?
Non saprò mai come è andato
a finire quel mio sogno su io
che sono partigiano ma ho paura,
imbraccio il fucile col senso di morte
ma scappo tremando, mi sembra di ricordare.
Ma se abbiamo paura della morte in sogno,
questo sembra sussurrare Brecht,
quel cartone ingiallito della stampa,
vita assassina come farò
a chiamarti bellissima?

Flavio Santi
(da "Storie fatte in presa diretta", 2003)

giovedì 13 agosto 2015

l'appel du vide

Come quando il buio riempie una stanza familiare
o quando il braccio ripete la traiettoria cieca
come quando la lingua si fa docile
e l'aria si apre ai passi


soltanto allora è lecito rompere il sigillo
quando si è puri dall'intenzione
le mani depongono il peso
la bocca è fatta cenere.

martedì 11 agosto 2015

Follonica-Udine_appunti di viaggio

 24 luglio 2015

Una gazza, nella luce mattutina, si bagna le piume nella piccola pozza d'acqua accumulata sulla sommità di un piloncino in plastica.
Una cavalletta sul finestrino; quasi trasparente, le lunghissime antenne perpendicolari al corpo; quando il treno parte, si gira di novanta gradi per disporsi nella direzione di marcia e rimane lì, ostinatamente aggrappata con le zampette spinate alla superficie liscia. Chissà mai perché.
Tre ragazzi e una ragazza, sulla pensilina, aspettano il regionale (soppresso per sciopero) e intanto giocano a calcio, scalzi, con una pallina da tennis trovata lì per lì, avventurandosi in recuperi suicidi sotto i treni in sosta.
Un treno con l'aria condizionata a manetta e un odore di canna che ristagna sul predellino.
Il cartello della stazione di Casarsa.
Gli occhi verdi di una donna vestita di rosso, seduta di fronte a me per mezz'ora.
Il greto bianco del Tagliamento: una pietraia bianca interrotta da macchie di alberi grigi, tramata da magri rivoli d'acqua verde.
Incroci di rondini fuori dalla finestra, mente il sole tramonta sul fondovalle.

lunedì 10 agosto 2015

en attendant

"O tenera tempesta
notturna, volto umano!"
(Cristina Campo)

Questi segnali che di te mi arrivano
– richieste di soccorso bollettini
di terapie in corso sismogrammi
schianti di tenerezza segreti
che conoscevo prima di saperli –
tutto ciò esige
di venir ricomposto. Ed è per questo
che continuo a scriverti: perché
non posso tollerare
il disordine - i tratti del tuo volto
non posso abbandonarli
all'incuria del tempo.
Sono sicuro alla fine
che l'immagine reggerà alla prova
e abbracciandoti coincideremo
le labbra sigillate dal sorriso.

venerdì 7 agosto 2015

traiettorie

Ho sognato che fuggivi
non so da chi – o da che cosa:
non da me (spero)
piuttosto verso di me
(speriamo). Io vorrei essere
trasparente – giocare
d'anticipo sulla traiettoria:
senza nemmeno accorgertene
già saresti tra le mie braccia.

mercoledì 5 agosto 2015

recensioni in pillole - the great comeback

I. A. Goncharov, “Oblomov” (1859)

Fra le cose che mi ero ripromesso per quest'estate c'era anche il leggermi qualche bel tomone ottocentesco, spesso, fitto fitto. Ed ecco qua questo “Oblomov”, di Ivan Aleksandrovič Goncharov (1812-1891): edizione Utet 1964, piuttosto malconcia, comprata chissà quanti anni fa su chissà quale bancarella dell'usato. Settecento e rotte pagine, spolpate in meno di una settimana, come non mi succedeva da... boh, da quando? Forse dall'adolescenza.
La prima parte del libro è la più celebre. Ilja Iljič Oblomov, rampollo di una famiglia aristocratica un tempo fiorente, giace sul suo letto, in un polveroso e affastellato appartamento pietroburghese. Per duecento pagine, non farà assolutamente nulla: resterà coricato, battibeccherà con il fedele e losco maggiordomo Zachar (con il quale intrattiene un complicato rapporto di odio-amore), riceverà – senza mai alzarsi né togliere la veste da camera né radersi – visitatori e amici, si angustierà il freddo, le (immaginarie) malattie e i debiti che, lo sa lui stesso, non saranno mai saldati. Fra una visita e l'altra, si addormenta e sogna il suo villaggio natìo, la casa paterna, la sua infanzia di bimbo iperprotetto. Nei rari momenti di lucidità, cerca invano di portare a termine il grande progetto che porterà il benessere e la prosperità ai contadini; oppure si lamenta della bella vita, quieta e senza affanni, che non arriva mai. Ma, da solo, non saprebbe nemmeno infilarsi le calze.
Oblomov non è cattivo: non ne ha la fibra morale. Anzi, è un buono (“il buono che derideva Nietsche”, direbbe Gozzano), sogna un mondo dove tutti si amino, disprezza l'ipocrisita dell'alta società, è talmente incapace di concepire il male da cacciarsi, per pura bonomia e dabbenaggine, nelle mani dei peggiori truffatori. Nella seconda parte del romanzo, si conquista l'amore di Olga, donna giovane, bella, intelligente, volitiva, che sogna di redimerlo dall'apatia, ma poi lo abbandona quando capisce che la sua malattia, l'oblomovismo, è incurabile. Nemmeno i tentativi dell'iperattivo amico Andrej valgono a scuotere Oblomov dal torpore. Egli morirà in pace, dopo essersi ricostruito il suo pezzettino di Eden nella persona di Agafja, stolida e materna vedova che lo ama e lo accudisce come un neonato.
Goncharov concepì il personaggio di Oblomov soprattutto come satira di una precisa classe sociale, quella dei barin, i proprietari russi imbelli e parassitici. Eppure noi, oggi, possiamo attribuire a Ilja Iljič una sua tragicomica grandezza: questo sognatore, inadatto a vivere, perso nelle sue fantasie di regressione uterina, è forse l'involontario precursore dei tanti inetti che popoleranno la letteratura del Novecento.
Finiamo con una confessione personale: c'è un Oblomov, nascosto in fondo al mio stakhanovismo. A cercare bene, ce n'è uno in fondo all'animo di ciascuno di noi. E in fondo, non è il segno ultimo della grandezza di un lavoro letterario, quello di saper creare un personaggio universale, che sopravviva persino alle intenzioni del suo autore?

martedì 4 agosto 2015

tre poesie di Angela Caccia

Sul dolore

Vicino e altrove
sospeso e senza forma
cadi su di me col suono
della neve

dovrò sostare nel tuo vuoto
per sgamarti

poi ti sfebbrerò sulle ginocchia
saremo amici
e ti darò un nome.

* * *

Stupori

Svegliarti
e accorgerti che
i passeri
già prima di te
la aspettavano

spazzati le cispe
della notte
tornano danzanti
i rami
ora quasi beffardi

eppure tremarono le ginestre
e qualcuno lanciò sassi
alle finestre ancora chiuse
dell'alba.

Si addensino pure le nuvole
carri di guerra alle frontiere

striscino dalle tane le bisce
che avvelenarono ieri

 il bosco è tornato prato
e non c'è raggio
che non battezzi il giorno.

* * *

Le labbra al bello

Lasciami i tuoi occhi

vedrò il fiore minuto
e bianco tra le agavi
aprirò con le tue
le mie labbra al belo.

Dentro, la tua voce
ha fatto il nido sui rami
fogliosi di un noi

resto nel tuo sguardo
una pianura placida
un sogno senza scadenza

è in questa luce spersa
la tua assenza

l'ombra colma della stanza

sul pavimento cubi
castelli torri merli
e la mia cella.

(da "Il tocco abarico del dubbio", Fara Editore, 2015)




(qui una mia recensione al libro)

lunedì 3 agosto 2015

zoomata






recensione

Il sempre troppo buono Alessandro Canzian recensisce il mio "Oltre il margine".

domenica 2 agosto 2015

tre giorni in Carnia_diario fotografico

 stazioni poetiche


 orizzonti


 si parla di poesia e traduzione
(con Alessandro Canzian e Andrea Sirotti)


 leggendo alla premiazione
(scappa da ridere...)


 dicendo qualcosa di assolutamente imprescindibile
(mentre tutti guardano altrove, imbarazzati)


 con l'amica Elena Zuccaccia


 "cioè, ma siete proprio sicuri?"


 il mio profilo peggiore
(ammesso che ce ne sia uno migliore)


 ascoltando Arnold de Voos


tramonto
(o era l'alba?)


 di passaggio per Udine


sempre Udine, piazza... vabbè, quella lì

finalista

Mio testo, finalista al Premio Carducci in Carnia.
(Che consiglio, per la qualità dei giurati, dei partecipanti e –
last but not least – dell’ospitalità. Giuro, in tre giorni sarò ingrassato di 5 o 6 chili…)


MBENZIRE

Certi vóte me n’addóne
ccusì de botte
ca tu nge sta.
Iè ccume quann’ive criature
ca te sunnève u papònne
e ce rapèvene l’occhie
e a vocca avvunite
pe caccià nu lùcchele. 


(E mo cum’iè ca sta vacande a segge
mommò stèveme parlanne
ched’è sta scurie
stu priatòrie. )

Qua ndo vatte mmacande
a lenga ce sende
ca quache ccosa ce scocchie
si tu sta scruiète
stu ducióre.

CON IL PENSIERO // Certe volte me ne accorgo / così di colpo / che tu non ci sei. / È come quando eri bambina / che ti sognavi l’ uomo nero / e si aprivano gli occhi / e la bocca insieme / per gridare. // (E adesso come mai è vuota la sedia / proprio adesso stavamo parlando / che cos’è questo buio / questa tristezza? ) // Qui dove batte a vuoto / la lingua si sente / che qualcosa si disgiunge / sei tu questa staffilata / questa dolcezza.


(Se a qualcuno interessa, qui ci sono i testi vincitori e qui i giudizi della giuria su tutti i testi finalisti, compreso il mio.)


"Mbenzire/Col pensiero"
di Sergio Pasquandrea

Nel dialetto di San Severo di Foggia la descrizione di una scoperta che nell'evolversi del testo sa maturare da vuoto a dolcezza. Con grande efficacia.

ti guardo (ti scrivo)

Della tua luce nelle foto
filtra appena un alone
qualcosa di più (forse)
nei disegni. E poi nei versi
ci sono segni nascosti
che solo tu puoi decifrare.
Ti guardo (ti scrivo)
come da una finestra socchiusa
si indovinano i brusii
l’acciottolio lo scrocchio del pane
il dolce rumore della vita.