lunedì 30 settembre 2013

lampi - 229



Quand'è di preciso, si chiede, che ha cominciato ad amarla?
Quando si è accorto dei suoi difetti. Di un pelo sfuggito alla ceretta, di un gesto maldestro, di uno spigolo nel carattere.
Ama i suoi nei, le sue unghie mangiucchiate, i suoi attimi di panico, i capelli spettinati delle sette e un quarto. La ama quando è stanca e struccata, con le scarpe basse. Quando abdica dalla perfezione.

domenica 29 settembre 2013

cronache familiari: in the eye of the beholder



- Lorenzo, come si chiama questo disegno?
- La lanocchia dippettosa!

sabato 28 settembre 2013

allineamenti



Il primo passo è sempre ritrovare
gli assetti e le convergenze
e in questo – vorrei dire – sono favorito
perché qualcuno deve aver inciso
nello spazio fra l'uno e l'altro seno
il calco della mia guancia
e calibrato l'angolo del femore
sulla distanza delle mie creste iliache.
Il resto è tutta una questione di geometrie
di bisettrici di rette incidenti
di traiettorie rasenti la superficie
per congiungere i punti focali.

venerdì 27 settembre 2013

pubblicità per me stesso



Tre mie poesie usciranno a breve sul numero 41/42 (Primavera/Autunno 2013) di "Gradiva. International Journal of Italian Poetry". La rivista è stampata da Olschki (Firenze) a cura del dipartimento di Italian Studies della SUNY (State University of New York); si riceve solo su abbonamento, quindi non cercatela in edicola o in libreria.

Lasciatemelo dire: vado particolarmente fiero di questa pubblicazione.

giovedì 26 settembre 2013

scuola per ricchi



Sono berline sportive e neri suv
che varcano gli alti cancelli e di là scaricano
i poveri figli dei ricchi alla scuola privata.
Ne avrà cura tutoria dietro le reti e le insegne
la scuola fino a sera, e torneranno
al crepuscolo i genitori e la loro flottiglia
tenacemente giustificata lungo il giorno,
cromatura per cromatura, investimento
su investimento in assenza di impicci.
I figli, nelle pause,
corrono fuori a fumare nervosi a gridare qualcosa
o restano silenziosi contro un muro.
Non bisticciano quasi mai, non manifestano
pena o interessi particolari per gli effetti e le cause.

Si allenano a diventare come i padri come le madri.

Fabio Pusterla


(grazie ad Amanda per la citazione)

mercoledì 25 settembre 2013

solitudini



Durante quest'ora di sostituzione, in una classe che non conosco e che non ha alcun interesse a conoscermi (io sono solo qualcuno che sta lì, a riempire un buco nella giornata di lezioni), in mezzo al brusio di una decina di conversazioni contemporanee, siamo in due ad essere soli.
Io, che siedo alla cattedra a scartabellare libri, cercando un modo per spiegare le magistrature romane che non annoi gli alunni, e se possibile nemmeno me.
E la ragazza down che siede sola, al primo banco, gesticolando vivacemente, impegnata in una conversazione che solo lei può seguire. Poi all'improvviso si ferma, guarda nel vuoto, poggia la testa sugli avambracci. E comincia a piangere, in silenzio.
I compagni la ignorano, io la guardo di sottecchi da sopra i libri. Non so che fare. È a nemmeno due metri da me, ma potrebbe esserci una galassia intera tra noi due. Qualunque cosa io faccia, intervenire o no, potrebbe peggiorare la situazione.
Suona la campanella, esco dall'aula: uno di noi due ha risolto il proprio problema.

martedì 24 settembre 2013

don Milani è vivo e lotta insieme a noi



 di Mauro Piras


La mia impressione è che le bocciature non servano a niente; e inoltre, oggi, colpiscono quasi solo le stesse classi sociali, cioè le più svantaggiate culturalmente. Ciò non vuol dire sempre le più svantaggiate economicamente, ma il capitale che permette a una persona di realizzare una ascesa sociale, di migliorare le proprie condizioni non è solo economico, è anche culturale e sociale. [...] Quindi è cruciale chiedersi se una scuola che boccia, e boccia sistematicamente verso il basso della scala sociale, vada mantenuta. I dati mostrano che le bocciature sono uno dei fattori che favoriscono la dispersione scolastica. Inoltre, la maggior parte dei ragazzi bocciati non migliora la propria carriera scolastica per il fatto di essere stati bocciati. Tutto a questo a fronte di un maggiore investimento da parte della famiglie, di una perdita di tempo (di vita), di un maggiore uso di risorse da parte della scuola pubblica. E ovviamente di crisi di autostima, difficoltà psicologiche, crollo della motivazione ecc.

[...]

Non si possono abolire le bocciature mantenendo il sistema attuale. La scuola ha il compito di garantire la formazione degli studenti; e deve farlo in maniera giusta, come è ovvio. Quindi è indispensabile un sistema di valutazione, che funzioni da un lato da incentivo, premiando chi fa bene e sanzionando chi fa male, dall’altro come giusta retribuzione. Non si può certo sperare che gli studenti studino solo perché ne hanno voglia, per quanta energia si possa mettere per entusiasmarli. Se si abolissero le bocciature senza modificare la struttura attuale della didattica, si avrebbe questo effetto: gli studenti che non fanno niente, o che comunque non riescono ad apprendere, per qualsiasi ragione, arriverebbero al diploma come tutti gli altri. Questo sarebbe profondamente ingiusto nei confronti di chi invece studia e impara; inoltre, un fallimento anche per quegli stessi studenti, a cui si darebbe un pezzo di carta senza avergli realmente insegnato qualcosa; infine, il lavoro degli insegnanti, in queste condizioni, sarebbe impossibile.

Insomma, comunque la si prenda, va male: se si boccia, si commettono ingiustizie e non si garantisce il successo formativo; se non si boccia, idem. È evidente che bisogna cambiare qualcosa nella struttura della scuola stessa, perché si possano abolire le bocciature.

Bisogna abolire il gruppo classe e modificare del tutto la natura del diploma che si rilascia alla fine...

(continua a leggere su "Le parole e le cose")

lunedì 23 settembre 2013

R.I.P. Roman Vlad (1919-2013)



Era la seconda metà degli anni Ottanta. Anno più, anno meno.
La Rai, che era ancora una televisione decente, trasmetteva roba degna di essere guardata. In particolare, verso l'ora di pranzo, passava "Scheggge di jazz", che faceva arrivare anche nella profonda provincia pugliese l'eco di Mingus, Ellington, Armstrong, Dizzy Gillespie.
Sempre all'ora di pranzo, andavano in onda degli splendidi programmi di musica classica (musica classica, eh?, non "Amici" o "X-Factor"). Una serie dedicata ad Arturo Benedetti Michelangeli, che riproponeva vecchi filmati RAI, è all'origine di molti dei miei più profondi amori musicali: Debussy, le sonate di Scarlatti, alcune di Beethoven, le Rapsodie di Brahms. Devo avere ancora, da qualche parte, i VHS di quelle trasmissioni.
Ad introdurre Michelangeli, c'era un signore dall'aria simpatica, che parlava con un buffo accento dell'Est Europa. Io, all'epoca, sapevo solo che si chiamava Roman Vlad. Non sapevo che fosse un pianista, compositore e musicologo insigne. Soprattutto, uno che non si è mai rinchiuso nell'accademia, ma si è anche occupato di divulgazione, lavorando alla radio e alla TV. Un organizzatore culturale, che ha diretto teatri prestigiosi e organizzato fior di stagioni concertistiche.
Roman Vlad se n'è andato l'altro ieri, sabato 21 settembre 2013, a novantatré anni. Ben vissuti e ben spesi.
Io, umilmente, posso solo dirgli grazie.

domenica 22 settembre 2013

cronache familiari: gourmandise



Guardando l'episodio di Polifemo nei vecchi VHS dell'Odissea:

Lorenzo: "E adetto che fa con puei tati?"
Elena: "Se li mangia."
Lorenzo: "Li cuote?"
Elena: "Ma no, non li cuoce: se li mangia così."
Lorenzo: "Te li cuoteva, ela più meglio."

sabato 21 settembre 2013

il sommo



Presentando il programma di italiano ai ragazzi della terza.

Io - E poi, ovviamente, dovremo fare la Divina Commedia, l'Inferno.
(generale mormorio di scontento)
Martina - No, ragazzi, studiatelo Dante, che è bello.

Martina l'ho bocciata io, l'anno scorso.
In fondo, anche queste sono piccole soddisfazioni.

venerdì 20 settembre 2013

cronache familiari: anatomia



"Mammina, mi fa male la gamba."
"Ma dove, di preciso?"
"Dentlo."
"Dentro dove?"
"Sullo ttomaco"

giovedì 19 settembre 2013

lampi - 228


A volte, "coerenza" significa saper cambiare idea.

mercoledì 18 settembre 2013

mi è sembrato di sentire un rumore



Ventitré anni fa, Bennato sbottava: sono solo canzonette ("non mettetemi alle strette"). Lo diceva ai cantautori seriosoni, ai critici politiconi, agli “impresari di partito”. Allora, c'erano da una parte i parrucconi, dall'altra un clown scanzonato. Io tifo per il clown, ovvio.
Oggi, in tempi di zuppa neuronale globale, gli intellettuali si sono auto-estinti, i partiti sono diventati traslucidi e volatili, i clown hanno occupato il campo visivo.
In mezzo, ci sono ancora i cantanti, che continuano a fare canzonette, pre-confezionandole sotto forma di pilloline in comodo formato FaceBook-compatibile.
Il pensiero liofilizzato di Jovanotti.
Il rock prostatico di Ligabue.
Il rhythm'n'blues della bisnonna di Tiziano Ferro.
Le vociferazioni e i “feat.” dei rapper finto-truzzi.
Le sculettate e slinguazzate di un'ex-divetta per bambini che ha ritenuto giunto il momento di inzoccolirsi.
Il circo equestre degli Amici e degli X-Factors, melismi al servizio del Nulla.
In mezzo al frastuono, c'è chi continua a fare musica. Il problema è riuscire a sentirlo.

martedì 17 settembre 2013

guarda e ascolta



Pensa ed opra, varda e scolta,
tant se viv e tant se impara;
mi, quand nassi on’altra volta,
nassi on gatt de portinara!

(Delio Tessa)

(grazie a Marco per la citazione)

lunedì 16 settembre 2013

cronache familiari: autorevolezza genitoriale



Lorenzo, subito dopo essersi beccato una sgridata.

- Papà, me la lacconti di nuovo?
- Che cosa?
- Puella di plima.
- Ciccio, "quella di prima" non era una favola, era una ramanzina. Vuoi sentirla di nuovo?
-Tììì!!

domenica 15 settembre 2013

radici


Stando a ricerche commissionate da mio padre, i Pasquandrea sarebbero arrivati a San Severo, provincia di Foggia, alla fine del Seicento.
La prima traccia nei registri parrocchiali risale al 1681, quando, il 6 agosto, tale Antonio Pasqu'Andrea (sic), originario di San Marco in Lamis, sul Gargano, sposa Camilla Grottola. Il matrimonio genererà due figli: Antonio e Gennaro, e da loro discenderanno i diversi rami della famiglia, che comunque resterà abbastanza compatta. Il ceppo sammarchese risulta estinto ab immemorabili, mentre attualmente i Pasquandrea risultano presenti in varie regioni d'Italia, con concentrazioni particolarmente alte a Milano. Comunque, posso testimoniare che tutti i polloni gemmano dal tronco principale, e sono quindi di solide radici sanseveresi.

Mi fa uno strano effetto scorrere l'albero genealogico e leggere questa lista di nomi remoti, oscuri, che così poche tracce hanno lasciato su questa terra.
Pasquandrea Vincenzo Rocco, nato nel 1761, di professione “mattonaro”.
Pasquandrea Antonio Donato, nato nel 1751 e deceduto il 16 giugno 1823, calzolaio.
I suoi figli gemelli Maria Mattia e Matteo (che è, per inciso, il secondo nome di mio padre), nati il 19 febbraio 1780 dal matrimonio con Cunicelli Anna.
Pasquandrea Antonio Maria, nato il 22 novembre 1807 e deceduto il 20 febbraio 1859, “campagnolo”.
Pasquandrea Michele Pietro, nato il 30 dicembre 1830 e morto nemmeno quattro anni dopo, il 10 settembre 1834.
Pasquandrea Ciro, nato il 5 marzo 1891 in vico Porta Lucera, a poche centinaia di metri dalla casa dove ho trascorso l'infanzia.
Fino ad arrivare a quello che finora era il mio più lontano antenato in linea paterna di cui avessi notizia: il mio bisnonno Matteo (che qui risulta “bracciante”, mentre io sapevo fosse fornaio; risulta invece “fornaio” il suo fratello minore, Vincenzo), nato l'8 agosto 1875 e morto il 28 aprile 1950, sposato in prime nozze con Mazzeo Grazia, deceduta di febbre spagnola nel 1918, e in seconde con Campodipietra Maria Giovanna. Mio nonno Ricciotti (sì, era il suo nome di battesimo: Ricciotti Pasquandrea), nato nel 1915, era il quarto e ultimo figlio del primo matrimonio, a cui seguirono, dal secondo, altri sei fratelli.
Mi fa uno strano effetto, dicevo, non soltanto perché constato che a quanto pare mio nonno, il quale vantava un diploma di pedicure, era, come diceva Guccini, “della sua razza il primo che ha studiato”. Tutti gli altri antecessori svolgevano professioni solidamente plebee (della qual cosa, sia chiaro, vado fiero come di un blasone).
Lo strano effetto deriva dal misurare lo strappo di radici secolari, del quale mi sono reso responsabile nel momento in cui ho installato le mie qui, a Perugia.

Io sono arrivato a Perugia il 1° novembre 1993. Avevo 18 anni, 7 mesi e 29 giorni; diciamo diciotto e mezzo, cifra tonda. Da allora, ne sono passati venti esatti. Si può dire che ho passato il crinale, avendo trascorso più della mia vita in Umbria che non in Puglia. Ma sono due metà qualitativamente diverse: una comprende l'infanzia e l'adolescenza, l'altra la giovinezza e l'età matura.
Detto altrimenti: la prima pesa molto, molto di più. E lo sento, eccome: ogni volta che rimetto piede nel paesello natio.
L'effetto non dura molto, due o tre giorni, poco più. Però è intenso.
La madeleine può essere una parola dimenticata: “m'zzon”, “s'stus”, “cciaffà”. O anche un odore quotidiano: il ragù domenicale di mia madre, la libreria nello studio di mio padre, il selciato caldo nella controra, ma non necessariamente profumi, persino un ristagno d'acqua in certi vicoli, un sentore di muffa che filtra da una porta chiusa troppo a lungo. O il riconoscere ogni pietra di una certa strada, ogni crepa nell'intonaco, il ricordare ogni passo che ha calpestato un certo gradino.
La sensazione è, né più né meno, quella di un improvviso sfondamento, che mette in comunicazione il fuori con una zona interiore talmente profonda che la credevo sepolta per sempre.
Dura poco, dicevo: poi ricordo benissimo perché sono venuto via di lì, e perché non ho la minima intenzione di tornarci.
Ma quando arriva, non posso farci niente.



Nell'immagine: i tetti di San Severo. 
Il panorama è, più o meno, quello che vedevo da bambino,
affacciandomi alle finestre della soffitta.
Manca solo, sullo sfondo, il profilo del Gargano.

sabato 14 settembre 2013

chi?




E chi per fuoco
Chi per acqua
Chi alla luce del sole
Chi nella notte
Chi per alta ordalia
Chi per comune processo
Chi nel tuo lieto lieto mese di maggio
Chi per lentissimo decadimento
E chi dirò che sta chiamando?

E chi nel suo smottare solitario
Chi per barbiturico
Chi in questi regni dell'amore
Chi per qualcosa di smussato
E chi per valanga
Chi per polvere
Chi per la sua cupidigia
Chi per la sua fame
E chi dirò che sta chiamando?

E chi per audace assenso
Chi per accidente
Chi in solitudine
Chi in questo specchio
Chi per comando della sua signora
Chi per sua stessa mano
Chi in catene mortali
Chi in potere
E chi potrò dire che sta chiamando?


Leonard Cohen 

venerdì 13 settembre 2013

ecumenismo? bah...



"Sabaoth": Traslitterazione del termine ebraico ṣĕbā’ōt (plur. di ṣābā «esercito»), nelle locuzioni bibliche Yahweh ṣĕbā’ōt «Dio degli eserciti», e Yahweh Elōhē ṣĕbā’ōt «Dio Signore degli eserciti. Dalla Bibbia l’espressione è passata nella liturgia (Sanctus sanctus sanctus, Dominus Deus sabaoth, nella Messa). L’espressione biblica celebra in Dio la prerogativa di capitano degli eserciti d’Israele o di Signore delle schiere celesti, ma in ambito cristiano si preferisce interpretare l’espressione come «Signore Dio dell’universo», cioè di tutto il creato.
(da qui)


"Possano tutti gli esseri guardarmi con occhi amichevoli, possa io fare altrettanto, e possiamo noi guardare l'un l'altro con occhi di amici."
 Yajur Veda (XI-VII secolo a.C.)

giovedì 12 settembre 2013

l'officina di Giacomo


 
Caro luogo a me sempre fosti benché ermo e solitario, e questo verde lauro che gran parte cuopre dell’orizzonte allo sguardo mio. Lunge spingendosi l’occhio gli si apre dinanzi interminato spazio vasto orizzonte per cui si perde l’animo mio e nl silenzio infinito delle cose e nella amica quiete par che si riposi se pur spaura. E al rumor d’impetuoso vento e allo stormir delle foglie delle piante a questo tumultuoso fragore l’infinito silenzio paragono.

* * *

Ombra delle tettoie. Pioggia mattutina del disegno di mio padre. Iride alla levata del sole. Luna caduta secondo il mio sogno. Luna che secondo i villani fa nere le carni, onde io sentii una donna che consigliava per riso alla compagna sedente alla luna di porsi le braccia sotto il zendale. Bachi da seta de’ quali due donne discorrevano fra loro e l’una diceva, chi sa quanto ti frutteranno, e l’altra, in tuono flebiliss. oh taci che ci ho speso tanto e Dio voglia ec.

* * *

Galline che tornano spontaneamente la sera alla loro stanza al coperto. Passero solitario. Campagna in gran declivio veduta alquanti passi in lontano, e villani che scendendo per essa si perdono tosto di vista, altra immagine dell’infinito.

* * *

E moribondi a terra ivan gli augelli
con l’ali mezzo chiuse, e palpitando
si dibattean fra l’erba e fra la polve.

(E rotto il volo ec. e moribondi ec. e sulle vie)
Ahi! Povere fanciulle, in un momento (Ahi tristi donzellette).
Perdero il fior de gli anni. Giacciono sul campo ec. E poi di loro Con gran doglia i parenti ivan cercando. Qui non si trova capanna o tetto. Che faremo?
Le vacche spaventate fuggivano per li prati dalla grandine ec. E givano a gran corsa Anelanti le vacche per li campi Fuggendo (Ed a gran corsa Anelanti le vacche ivan fuggendo Pei campi). Ma né tetto né capanna Era da presso.
Mi par d’udire le campane (torri) della città dare il segno della tempesta.
Allora le donzelle si dicevano l’una all’altra. Fanciulla. Altra. ec.


Argomenti di "Idilli", 1819.
Da: Argomenti e abbozzi di poesie, in "Canti", Newton Compton 2004.
(leggi altro su Gammm)

mercoledì 11 settembre 2013

i cocci e la campana (di Alessandra Carloni Carnaroli)





Non ho la minima idea di chi sia Alessandra Carloni Carnaroli (anche se Google aiuta), ma certe volte quella fogna che è FaceBook sortisce anche qualche bel risultato: ad esempio questo post in un marchigiano scoppiettante, che parla con ironia di cose serissime.


pensierino sulle scuole fichissime e alternative che battono 10 a 0 la scuola statale. pare.
io so' insegnante statale, insegnante scuola dell'infanzia e quindi so' di parte. e capisco che è cosa molto più fica dire al tuo alunno: domani porta il cappellino che andiamo a raccoglie l'uva nella nostra vigna biodinamica per farne oggetti d'arte contemporanea da appendere nello spazio free creativity super cool dove tutti stanno a zampettare sui colori e a batte su tamburelli in pelle d'agnello morto felice invece de: domani porta la carta igienica che l'amo finita. Ma la scuola statale è aggratis e in un momento in cui ce se frega la pagnotta per fame è tantissimo. Noi se sta in mezzo, chi meglio chi peggio, a racimolare esistenze piccole e piene d'angoli che per capire il verso ce metti un sacco di tempo e d'ascolto e di pazienza che 'nte bastano tutti i santi, a metterle a confronto non per valutarle ma per dire: vedi bell* della maestra tua, ce sei tu, fichissimo soggetto cosiddetto bambino ma c'è pure altro. e questo altro non fa paura. pure se è un po' o tanto diverso pure se te zompa addosso o 'nn capisci quando te parla pure se nn becca' 'nincastro pure se 'nnsgocciola tempere tipo pollock pure se campa de merendine kinder. Tirare fuori i bambini dal sistema, secondo me, non serve ( e lo dico per esperienza e sbagli diretti, come genitore). Si lavora dall'interno per metterne in crisi il funzionamento. Tutti bravi a tirare sassi da lontano. perché così magari se rompe pure la campana di vetro fragilissimo. ma sui cocci ce dovemo camminà noantri. comunque.

martedì 10 settembre 2013

p'a vie



Madonna d'u Càrmene certi vóte
pare ca te spìane tutte quand'a te
e ndanne ca mmine i vracce pe ll'arie
t'è ggià rrevate u sanghe nganne.

Certi vóte t'ha rrengemà
parole parole
pe na meza buscìa
na uange rangechète.

Per la strada // Santo cielo certe volte / pare che tutti quanti guardino te / e mentre getti le braccia in aria / ti è già arrivato il sangue in gola. // Certe volte devi arrampicarti / di parola in parola / per una mezza bugia / una guancia graffiata.




Nell'immagine: Perugia, Pian di Massiano, 10 luglio 2013, tramonto (foto mia)

lunedì 9 settembre 2013

i figli di Mazinga



Ogni tanto mi chiedo che cos'è che unisce una generazione. La mia generazione, nella fattispecie: io sono del 1975, quindi diciamo grosso modo i nati negli anni Settanta.
E penso: la crisi energetica? No, eravamo troppo piccoli per ricordarcela. La guerra fredda? L'abbiamo vissuta solo di striscio. La perestrojka, il muro di Berlino? Forse, ma qui navighiamo già in sfere troppo alte, io cercavo qualcosa di molto più basico. Il grunge, il brit-pop? Ci siamo quasi, ma è già roba della tarda adolescenza, serve qualcosa di più vicino alla radici.
E allora, a forza di andare indietro, mi rendo conto che la mia è la prima generazione che ha foggiato i propri miti personali sui cartoni animati giapponesi. Non la prima legata alla televisione, perché anche quella dei miei genitori potrebbe citare Canzonissima, Lascia o raddoppia o I promessi Sposi con Renzo-Nino Castelnuovo e Lucia-Paola Pitagora. Il vero mito di fondazione dei miei coetanei sono gli anime.
Prima di tutto, i mecha, i robottoni. Volete una prova? Accennate a un trenta-quarantenne le prime note della sigla di Goldrake, Mazinga, Jeeg, Daltanius, Trider G-7 o Daitarn 3, e vedrete se non gli si inumidiranno gli occhi (per le ragazze, credo valga più o meno lo stesso discorso per Candy Candy e Lady Oscar).
La mia generazione è stata la prima a terrorizzarsi con le tre dita di Bem, a costruire il proprio immaginario erotico sul micro-bikini di Lamu e sulle clamorose poppe di Fujiko (oltre che sulle pagine dell'intimo del catalogo Postalmarket: ma questa è un'altra storia, una storia di prima di internet e di YouPorn), a esaltarsi nell'ultra-violenza dell'Uomo Tigre, a legare le proprie memorie musicali più remote alle canzoni degli Oliver Onions, dei Cavalieri del Re e di Katia Svizzero (il regno del terrore di Cristina D'Avena era ancora di là da venire). Tutti abbiamo condiviso quei lunghi pomeriggi degli anni Ottanta, tra compiti e merendine, mentre là fuori Reagan demoliva la sanità pubblica, Craxi spianava la strada al berlusconismo e i paninari preconizzavano il Nulla che ormai ci ha sopraffatti.
Fra tanta roba, diciamolo, immonda, e fra altrettanta mediocre, ogni tanto passava qualche bel prodotto, e anche qualche capolavoro. “Conan, il ragazzo del futuro”, ad esempio: splendida saga post-apocalittica del grande Hayao Miyazaki, con le sue consuete venature utopiche ed ecologiste. “Sam, il ragazzo del West”, un violentissimo spaghetti western che, per me, si coniugò subito con la mia passione per Tex Willer. “La principessa Zaffiro” e “Simba il leone bianco”, con il segno grottesco e un po' inquietante di Osamu Tezuka. Il cupo “Galaxy Express” di Leiji Matsumoto. “Capitan Futuro”, anime fantascientifico dai toni decisamente adulti. “Gundam”, che era fantascienza realistica, con forti risvolti sociali e un deciso messaggio pacifista. E persino lo scanzonato “Lupin III”, con i suoi personaggi allegramente amorali, o l'entomologia sorprendentemente accurata dell'Ape Maia.
Ora, a questo punto dovrei dire che sì, però, nel frattempo leggevo anche Dumas, Verne e Salgari. E no, non lo dico, anche se sì, li leggevo eccome. Però è anche vero che ho conosciuto il cartone di “Huck e Jim” molto prima di sapere chi fosse Mark Twain; seguivo il funereo Remi senza avere la minima cognizione del feuilletton di Hector Malot (lo scoprii molto dopo, recuperando a casa di mia nonna una polverosa edizione degli anni Cinquanta, in cui il protagonista si chiamava Remigio, ma per il resto la storia era quella), la rosso-paffuta Heidi beatamente ignaro dei romanzi di Johanna Spyri e la tristissima Anna dai capelli rossi del tutto inconsapevole di Miss Lucy Maud Montgomery.
Quel che voglio dire è che ognuno ha i suoi miti. Non quelli che si merita, ma semplicemente quelli che gli sono capitati.
A ripensarci, però, c'erano altri due cartoni animati che passavano sempre verso Natale e che non mi perdevo mai. Erano entrambi di Bruno Bozzetto: “West and Soda” e “Vip mio fratello superuomo”. Rivedendoli da adulto, ho scoperto due capolavori di finezza, umorismo surreale e satira politica. Ma questa è un'altra storia, e ve la racconterò un'altra volta.

domenica 8 settembre 2013

sabato 7 settembre 2013

il sovrano e il boia



In questo periodo, per motivi che non è il caso di indagare, sto leggendo parecchia letteratura cosiddetta “di genere”: fantascienza, fantasy, western, polizieschi.

Ad esempio, sto leggendo “Il trono di spade” di George R. R. Martin, e in una delle prime pagine trovo un dialogo fra uno dei protagonisti, Eddard "Ned" Stark, e suo figlio Bran. Senza starci a dilungare troppo: gli Stark sono coloro che reggono il Nord, uno dei Sette Regni che compongono la geografia fantastica dei libri di Martin. Ned ha appena decapitato, di propria mano, un uomo accusato di tradimento, e ha portato con sé il figlioletto, di sette anni, perché assistesse all'esecuzione.
“Noi Stark”, spiega il padre, “crediamo […] che chi pronuncia la sentenza debba essere anche colui che cala la spada. L'uomo che toglie la vita a un altro uomo ha il dovere di guardarlo negli occhi e di ascoltare le sue ultime parole. Se il giustiziere non riesce ad affrontare questo, allora forse il condannato non merita la morte. Un giorno, Bran, […] avrai su di te anche il fardello della giustizia, dal quale non dovrai trarre alcun godimento, ma al quale non dovrai neppure sottrarti. Un sovrano che si nasconde dietro un boia fa in fretta a dimenticare che cos'è la morte.”

Poi sto leggendo “Fanteria dello spazio” di Robert A. Heinlein. Un classico della SF.
Heinlein immagina una società futura in cui, per avere accesso alla piena cittadinanza (elettorato attivo e passivo), bisogna prima prestare servizio nell'esercito. Militarismo? Fascismo? Fino a un certo punto: perché l'accesso all'esercito è su base del tutto volontaria. Inoltre, nell'esercito di Heinlein non esistono favoritismi: chiunque può arruolarsi, uomini e donne, bianchi e neri, ricchi e miserabili, senza alcuna distinzione. L'addestramento è durissimo e la carriera si fa sul campo, partendo dal grado di soldato semplice. Tutti combattono, dall'ultimo dei soldati al primo degli ufficiali. Insomma, meritocrazia assoluta. Dopo, e solo dopo, ci si può considerare "cittadini": chi non ha il coraggio di difendere la propria patria, argomenta l'autore, non ha nemmeno il diritto di governarla.
Del resto, chi non milita nell'esercito gode comunque di piena libertà in qualunque campo: economico, sessuale, d'opinione, eccetera. Semplicemente, non può governare, né scegliere i governanti. Anzi, per essere precisi, la cittadinanza si può ottenere anche con altri tipi di servizio (ricerca scientifica, come ricercatori o come cavie; costruzione di opere pubbliche; e così via). Si può interrompere il servizio in qualunque momento, con l'unica conseguenza di essere esclusi dalla cittadinanza, senza possibilità di appello.
Heinlein riassume la sua filosofia politica con l'acronimo TANSTAAFL (There Ain't No Such Thing As A Free Lunch, “non esistono pasti gratis”). Detto altrimenti: se vuoi le cose, devi guadagnartele; i diritti politici non sono concessi per natura.

Ora, chiariamo: non sono d'accordo né con Martin né con Heinlein. Però un elemento li accomuna: la responsabilità diretta delle proprie azioni. Secondo Martin, chi condanna a morte un uomo deve poi avere il coraggio di eseguire la condanna. Secondo Heinlein, chi vuole governare un paese deve prima dimostrare di essere disposto a rischiare la propria vita per esso.
E pensavo: se coloro che ordinano i bombardamenti dovessero poi sganciare le bombe; se coloro che invocano la pena di morte dovessero, con le proprie mani, ammazzare il condannato; se chi ordisce le guerre dovessere esporre la propria pelle alle pallottole; se chi architetta le riforme delle pensioni dovesse vivere con 500 euro al mese; se chi demolisce la scuola pubblica dovesse poi mandarci i propri figli; se chi taglia i fondi agli ospedali dovesse poi essere ricoverato per infarto in un pronto soccorso in cui mancano i defibrillatori... Insomma, il mondo non andrebbe un po' meglio?

venerdì 6 settembre 2013

biglietto d'auguri



(ad E., per i suoi trent'anni)

Non sono sicuro che ci sia del sole
però cerco lo stesso di immaginarti alla luce
di indovinare come il tuo profilo si incida
su un qualche sfondo che non riesco a campire.
Dovrei anche – mi dico – pensarti su qualche tipo
di soglia – o architettare una metafora equivalente
qualcosa di utile ad abbreviare le distanze.
E invece guarda il freddo che mi risale le braccia
è solo di questo che posso parlarti stamattina
del tempo che rifiuta di obbedire degli anni
che non aggiungono e non tolgono del punto esatto
in cui ho visto i tuoi occhi arrendersi all'allegria.
Posso sfamare le parole consegnarle all'aria
seguirle fino al punto cieco dell'orizzonte.


colonna sonora: Wayne Shorter, "Virgo" (da Night Dreamer, Blue Note 1964)

giovedì 5 settembre 2013

lampi - 226


La sottile, ma fondamentale differenza tra "non hai capito niente" e "non mi sono spiegato bene".

mercoledì 4 settembre 2013

impressioni di settembre



Ma non sembra anche a voi che, in queste ultime giornate d'estate, le donne risplendano di una luce tutta particolare?
In questi pomeriggi di settembre, dico: quando l'aria è pulita, il pulviscolo si trasforma in oro liquido, un accenno di brezza tempera il caldo eccessivo, e tutti i profumi acquistano una limpidezza che presto perderanno, macerati nella mota invernale.
Sembra che la pelle delle donne si prepari a concedere gli ultimi bagliori: dorati se è abbronzata, serici se bianca. E che le braccia, le ginocchia, le ascelle, i seni, le caviglie, avvertendo la lunga prigionia che incombe, si ribellino, scalpitino contro la stoffa.
Quando sono belle le donne, mi dico. Tutte le donne, non soltanto quelle che sono belle sempre.


Nell'immagine: Antoine Watteau, Giove e Antiope 

martedì 3 settembre 2013

lunedì 2 settembre 2013

Jazzit Fest a Collescipoli (TR), 5-8 settembre 2013



Questo weekend (da giovedì 5 a domenica 8 settembre 2013) si terrà nel piccolo paese di Collescipoli, alle porte di Terni, il Jazzit Fest.
Che non è il solito festival jazz.
Ma è un evento creato dalla redazione del bimestrale "Jazzit" - sulla quale, per inciso scrive un blogger di vostra conoscenza - senza alcun ausilio di finanziamenti pubblici. 
E come si finanzia, direte voi? Con il volontariato e il crowdfunding. Detto altrimenti: la partecipazione è libera e gratuita, ma gli spettatori sono invitati a lasciare un'offerta libera. 
Funzionerà? E chi lo sa.
Sta di fatto che, per quattro giorni, Collescipoli si animerà di jazz: non solo concerti (oltre 100, con più di 400 musicisti coinvolti), ma anche conferenze, seminari, workshop, mostre, stand enogastronomici, riunioni di redazione aperte al pubblico. Insomma, un'occasione d'incontro per musicisti, appassionati, operatori del settore.
Questo è il sito della manifestazione. Su Feisbuc, c'è anche una pagina dedicata.
Io ve l'ho detto, poi fate un po' voi.

domenica 1 settembre 2013

la saggezza delle mani (in memoria di Seamus Heaney)



Mio padre ha mani grosse e corte, dal palmo spesso: mani di struttura compatta, senza dispersioni e cincischiamenti. Io ho mani lunghe, con le articolazioni nodose; a un certo punto l'indice e medio, dopo la prima falange, deviano dalla linea retta per ruotare leggermente verso l'interno, in una sorta di tentennamento svogliato. Le mani di mia madre.
Mio padre è in grado, con le mani, di fare un sacco di cose: medico, può anestetizzare e intubare un malato, praticargli un'iniezione spinale, eseguire una tracheotomia; appassionato di restauro, sa mescolare vernici e solventi, gessi e cere, riportare un mucchio di cocci neolitici alla sua tridimensionalità originaria; sa scolpire, dipingere, riparare oggetti.
Io ho mani inette, neghittose, buone tutt'al più per impugnare una penna o per battere sui tasti di un computer. I miei le hanno provate tutte: lo splendido meccano anni Cinquanta, eredità di mio zio, rimase inutilizzato; il kit da intaglio, con trapano manuale e seghetto ad arco, venne abbandonato dopo i primi maldestri tentativi di seguire le sagome di case e automobili disegnate sul compensato. Persino sul pianoforte, le mie dita si rifiutavano di obbedire alla mente, erano “mollicce”, come le definì un mio insegnante, una pappetta inutile che intorbidiva note e ritmi. L'unica attività in cui abbiamo mai mostrato un certo talento è il disegno: a patto però che si tratti di far aderire al foglio la punta di una matita, o tutt'al più di un pennarello. Le chine diventano già un'impresa, e quando si tratta di colori e pennelli, la cosa si fa proibitiva.
Eppure (o, forse, proprio per questo) ho sempre provato una fascinazione per chi è dotato di abilità manuali.
I muratori che edificano a occhio mura perfettamente perpendicolari, gli elettricisti che districano matasse di fili, gli idraulici che curano i sistemi digestivi delle nostre case.
I bottai, i cordai, i fabbricanti di selle e di carretti, le cui foto sbiadite osservavo da bambino in un libro di tradizioni popolari.
Mastro Tanino (tutti lo chiamavano così, il vero nome si era perso nelle nebbie della memoria paesana), falegname abilissimo, carpentiere sublime, ma soprattutto artista del mosaico ligneo, capace di trasformare tasselli di abete e di faggio in opere d'arte.
Il vecchio orologiaio che per divertimento costruiva caleidoscopi.
O lo zio Mario (zio non mio, ma del mio amico Gigi), operaio semianalfabeta, che da morto lasciò in eredità un garage pieno di cellophane, scostato il quale si scoprì un meraviglioso paesaggio di modelli in legno, dalle minuscole farfalle alle cattedrali gotiche, fino a culminare in una strepitosa Basilica di San Pietro con colonnato del Bernini, lunga e larga quasi quattro metri.
L'abilità manuale è un retaggio del nostro primo grande salto evolutivo, quello che ci ha regalato le armoniose amigdale musteriane, le piccole punte di freccia in selce minutamente scheggiata, i bisonti sciamanici di Lascaux.
Ripenso a una poesia di Seamus Heaney, intitolata “Digging” (Scavando). Il poeta, intento a scrivere, osserva dalla finestra il vecchio padre che, armato di vanga, dissoda il giardino. La memoria gli ritorna indietro di vent'anni, a quando il padre estraeva le patate dalla terra, per darle ai figli: “Lo scarpone saldo sul vangile, a far leva / fermamente con il manico contro il ginocchio, / sradicava gli alti fusti, spingeva a fondo la lama lucente / per spargere patate nuove che raccoglievamo / amandone la fresca durezza tra le mani”. Gli torna in mente suo nonno, che maneggiava la pala nelle torbiere irlandesi, “a incidere e affettare con ordine, issando le zolle / al di sopra delle spalle, su e giù / per la buona torba”. “Ma io non ho una vanga per seguire uomini come loro”, conclude Heaney. “Tra l'indice e il pollice / sta acquattata la penna. / Scaverò con quella”.
Ecco, io non sono ottimista come lui. Non ho nemmeno più una penna, se vogliamo dirla tutta: solo una tastiera e i pixel di uno schermo. E non credo proprio che sia la stessa cosa.