mercoledì 31 luglio 2013

pensieri post-ferie



Sì, lo so, farebbe molto chic parlare di carnaio, di oscena distesa di corpi unti d'abbronzante, di burini con figli maleducati, fantasticare di spiagge incontaminate e di pinete vergini.
Invece, a me viene da pensare come tutti corpi siano, a loro modo, perfetti.
Anche le due ragazzone olandesi, con i loro fianchi poderosi e i piedi che gareggiano ad armi pari con il mio quarantasei.
O la mamma che, appoggiando il bambino sulle tre pieghe del ventre (simbolo di perfezione, nell'arte indiana classica), gli offre la tetta gonfia di vene azzurre, il capezzolo lungo e rugoso.
O la signora che, cambiandosi il costume sotto l'asciugamano, non si preoccupa troppo se il vento lo solleva e lascia battere il sole su un pube gioiosamente irsuto (ah, l'odio per le riviste patinate, per i corpi di modelle glabri come Barbie, per gli inguini preadolescenziali).
Persino il cinquantenne sovrappeso, che lascia sobbollire al sole il ventre da mongolfiera. O il vicino d'ombrellone, il cui busto non ha mai conosciuto l'insulto del rasoio o delle creme depilatorie (non so, sarà che il mio primo modello virile è stato il Tom Selleck di Magnum P.I., il paladino dei toraci villosi). O il tedesco che ha offerto la pelle lattea al sole mediterraneo e ora se la ritrova chiazzata da allegri pois scarlatti.
Provo un empito di affetto per i seni cascanti, per le chiappone a buccia d'arancia, per le zampe di gallina, gli alluci valgi, i rotolini sulle anche, le efelidi, le piazzette calve, le abbronzature da muratore.
E mi torna in mente una poesia di Sergio Staino, dal libro “Amori”. Questa:


PATRIZIA

Mi piaccion le tue cicce,
soffici un po' mollicce,
splendida parrucchiera
di Gabicce.
Grasse e bionde tedesche
ti fanno concorrenza
sempre a caccia di uomini
senza un po' di decenza:
una per metro quadro,
una per ombrellone...
son più di ventimila
tra Rimini e Riccione...
Tu, sola, bella, altera,
rispondi a questo oltraggio
con l'acqua ossigenata
ti sei fatta il lavaggio.
Ora anche tu sei bionda
(più scuri alla radice),
ma, in fondo, anche la Marilyn,
anche se non si dice...
...per riprendersi un ruolo
non si va per le spicce.
Così ancor più mi piaci,
mi piaccion le tue cicce,
soffici e un po' mollicce,
splendida parrucchiera di Gabicce.

martedì 30 luglio 2013

cronache familiari: adultità



“Mamma, ma io questo ballo lo posso fare?”
“No, amore, questo è solo per gli adulti.”
“E io, quando potrò essere considerata un'adulta?”
“Beh, non so: a diciotto, vent'anni...”
“UFFA!!”

* * *

“Mamma, ma quando avrò dieci anni, potrò andare in vacanza da sola?”
“No, cicci, bisogna essere più grandi, saper fare le cose da soli... Se sei brava, a sedici, diciassette anni.”
“Ah.”

* * *

“Mammina, quando il mio amico Rocco è andato via dal campeggio, io ho guardato nei suoi occhi e ci ho visto le lacrime!”

* * *

“Come vollei ettele un papà...”

lunedì 29 luglio 2013

promemoria



L'importante è che lo sguardo resti fermo
in linea di principio perlomeno
che siano identiche le traiettorie
per i tuoi capezzoli eretti
e per l'agonia della blatta capovolta.
Sulle caviglie di Lorenzo un'onda cancella l'altra
le alghe i frammenti di calcare
sono tutti uguali e tutti diversi.

domenica 28 luglio 2013

cronache familiari: baby science



“Lorenzo, ma i cagnolini mica nascono dalla pancia: si comprano!”

* * *

“Papà, io ciò le conna!”
“E che sei, un bue?”
“Pettè i bui cianno le conna?”
“Per difendersi dagli altri animali”
“Ah, come i lini celonti!”

* * *

“Papino, ma i' mmare è più lontano delle ttelle?”

* * *

“Oooooooh, béime béime!
UH!! AH!!
Auaanòòòòòò
ìffiu prìma laghèl!”
(traduzione)

* * *

“Lorenzo, ma hai i peli sulla schiena?”
“Tì.”
“E a che ti servono?”
“Per uttidele i mottli.”

* * *

“Papalino che cot'è puetto?”
“Un sasso”
“E come è allivato pui?”
“Chissà, sarà venuto a trovare un amico.”
“È motto?”
“Chi è morto?”
“Il tatto. È motto?”

* * *

“Lorenzo, allora hai giocato con Michael?”
“Tì. Pelò, tetonno me, puello lì è un po' tedecco...”

* * *

“Papino, dove ttanno le titale?”
“Le cicale? Sugli alberi.”
“E come tono allivate lì?”
“Con le ali: volano.”
“Io non ce l'ho, le ali.”
“No? E perché”
“Petté tono un bambino.”
“E se avevi le ali, eri un bambino con le ali.”
“No le voio, le ali!”
“Perché no? Se avessi le ali, potresti volare.”
“No me ne impotta niente di volare! Te avevo le ali, me le ttlappavo!”

* * *

“Ma come scotta la sabbia che scotta!”

* * *

“Mamma, che cota tono i dinotilannotauli... lezz?!”

* * *

“Mamma, chi ci ha versato il sale?”
“Dove?”
“Nel mare.”
“No, cicci, il mare è così di suo.”
“Ah.”

sabato 27 luglio 2013

tagli, spigoli



Antonio dice che i miei versi sono “sfuggenti”.
Sono sicuro che lo intendesse come un complimento, però – eterogenesi dei fini – quel commento focalizza alla perfezione un problema.
Il problema è il tono oracolare che certi miei versi avevano assunto (uso il trapassato prossimo, perché nelle ultimissime sto cercando di cambiare rotta). Forse è colpa di troppo Milo De Angelis, chissà, ma sta di fatto che, a rileggerli, trovo un flusso verbale dal quale ogni tanto emergono immagini, oggetti, figure, accostati più per il loro contrasto che per nessi logici precisi. Non che ci sia qualcosa di male in quella maniera, per carità. Però ho bisogno di riprendere in mano la realtà, di recuperare una sintassi logica più consequenziale, insomma di mettere in campo meno Io e più Mondo.
Ho anche bisogno di regolarità, di forma, di metrica. Insomma, di struttura. E questa è un'altra linea d'azione.
Coglie nel segno anche Fernanda, quando nota, in alcune delle mie ultime, qualcosa di tagliente. Ecco, è proprio quello che vorrei: che i miei versi tagliassero, che avessero spigoli e lame.
Mi compilo liste di poeti da (ri)leggere: Umberto Piersanti, Raffaello Baldini, Rocco Scotellaro, Eugenio De Signoribus, Ignazio Buttitta, Simon Armitage, Mark Strand, Charles Simic, Seamus Heaney, Ted Hughes. Oppure, incongruamente (ma neanche tanto) Giuliano Mesa, Giancarlo Majorino, Gabriele Frasca, Franco Scataglini.
Stiamo a vedere che succede.

P.S.: E poi, per inciso, sto leggendo Omero. Prima l'Odissea, poi l'Iliade. Ma questa è un'altra storia.


nell'immagine: York University, 5 luglio 2013 (foto mia)

giovedì 25 luglio 2013

atrox hora caniculae



D'estate anche l'amore diventa complicato
i tuoi capezzoli – mia Itaca mio Sottovento –
sotto i baci si ritraggono.
Il mondo raspa le unghie alla finestra.

D'estate c'è sempre una pellicola a separaci
la fame d'aria scompliglia il respiro.
Com'è difficile a aderirti
allineare il desiderio.

lunedì 22 luglio 2013

consigli per trattare con i diavoli




Se stai meditando e appare un diavolo,
fai meditare anche il diavolo.

(G. I. Gurdjeff)

sabato 20 luglio 2013

esplorazioni



È che la terra è nuda
sento ancora il sapore
di certo era d'estate

l'erba tutta schiacciata
fra i sassi e le cicorie
gusci secchi di chiocciole

non c'era niente di umido
fra i denti e la trachea
l'aria piena di spigoli

ho tenuto il catalogo
corno rotto di bue
cranio di cane (o volpe?)

coccio di vaso (dauno?)
bossolo (rosso) vuoto
coda mozza di lepre

niente di vivo o morbido
usciva allo scoperto
tutto era geometria

c'era anche un po' di vento
serviva a ripulire
serviva a prepararsi

alla pietra e alla polvere.


nell'immagine: un paesaggio del Tavoliere delle Puglie

venerdì 19 luglio 2013

lo stile, le cose



Avevo conosciuto Vincenzo Cerami. Cioè: conosciuto è troppo. L'avevo intervistato per una mezz'oretta, una decina d'anni fa, per un giornaletto locale di Perugia.
Era venuto per un incontro con gli studenti, in cui era stato simpatico e alla mano, mettendo in campo quella romanità non deteriore, fatta di ironia e umanità, senza la minima traccia becera, che sta diventando sempre più rara. Aveva raccontato dei suoi libri, dei suoi fumetti con Silvia Ziche, del suo rapporto con Pasolini che era stato suo insegnante alle scuole medie, a Ciampino.
Poi gli avevo chiesto l'intervista. Era tardi e io non ero nessuno, solo un ragazzetto con un registratore improbabile, ma lui si era fermato a chiacchierare, senza mostrare alcun segno di fastidio e senza mai smettere di sorridere.
Ora, i suoi ultimi film con Benigni non li avevo sopportati, però "Un borghese piccolo piccolo" è indispensabile per capire un pezzo di storia italiana, e tutti i suoi libri, i suoi racconti, le sue sceneggiature hanno sempre qualcosa da offrire. Lui stesso si definiva, con orgoglio, un artigiano della scrittura. Aveva uno sguardo limpido e intelligente, uno stile tutto cose, senza la minima civetteria letteraria. Proprio quel tipo di stile che io ho sempre inseguito, senza mai raggiungerlo.

lunedì 15 luglio 2013

ho bisogno di tradurre

 

Un po' mi dispiace di interrompere
il filo degli sguardi – ma devo proprio.
Ho bisogno di tradurre la lingua fragorosa
degli oggetti – affilarne gli angoli. Così
potrò tornare a parlare. Così potrò tornare
a giocare potrò tornare a provocare gli incidenti
indispensabili perché le schegge brillino.



nella foto: York University, Alcuin College, Block M, 5 luglio 2013

giovedì 11 luglio 2013

noterelle inglesi (York, 4-7 luglio 2013)



- Excuse me, do you know what's the easiest way to get to York?
- Sorry, where do you have to go?
- To York?
- Where?
- YORK!!
- Oh, you must go to Yooooooook...



Il tragitto Leeds-York. English countryside, verdissima, punteggiata di cavalli, mucche, cottages rustici, muretti a secco. Tutto così nitido da parere una cartolina.

I treni inglesi partono e arrivano ad orari cronometrici (17:12, 18:41, 5:43), in stazioni pulitissime, perfettamente organizzate, arredate con un kitsch curatissimo, impregnate dall'odore di fritto e di salsine unte che emana dai fast-food. Quella di York è un capolavoro vittoriano (1877), con qualche buffa reminiscenza di Hogwarths.

A York, all'alba, in pieno centro, una famiglia di oche attraversa la strada in fila indiana. Il taxi si ferma per aspettarle. York è piena di oche, anatre, papere di tutti i tipi. Pascolano nei prati, aspettano il semaforo verde per passare (giuro), si muovono per la città con perfetta disinvoltura. A guardarle bene, gli manca solo l'ombrello e la bombetta.
(Inevitabile il ricordo di una scena degli Aristogatti).

La cattedrale di York. Puro gotico nordico. La guardi e ti chiedi: ma è vera o finta?

The Shambles. Le viuzze medievali, le casette con la struttura in legno arcuata dai secoli. E un mare di ristoranti italiani.

E io, come al solito, finisco a comprare libri.

Il campus dell'Università: un enorme, smisurato villaggio universitario costruito a metà Sessanta, in cui sono rimasti congelati architettura, interni, arredamento di quegli anni. Tra un edificio e l'altro (tutti asimmetrici e bizzarramente funzionalisti) si aprono squarci di natura, laghetti con salici, prati di un verde accecante, boschetti di ippocastani. Più volte ho visto delle lepri attraversarmi la strada.

In fondo, i gentlemen esistono ancora. Questo vecchietto inglese in bicicletta, per sempio.
Dico: quale italiano si sarebbe preso la briga di avvisare la bella ragazza, in giro per il lungofiume di York in una gloriosa giornata di sole, del fatto che nel mettersi sulle spalle il borsone la sua gonnellina leggera e svolazzante si era pericolosamente impigliata e sollevata, concedendo al pubblico sguardo molto più di quanto fosse previsto?

Sabato sera. Via elegante del centro, costellata di pub e locali.
Gli avventori sono tutte donne. Tutte. Non c'è un uomo in vista, nel raggio di centinaia di metri.
E tutte sono abbigliate in quella che qui dev'essere la tenuta di gran gala: scollature ombelicali, minigonne inguinali, tacco 12, abiti da sera che spazzano il selciato, trucco a strati geologici. E tutte esibiscono l'esibibile. Anche quelle che, magari, ci guadagnerebbero se facessero a meno.

Promemoria: mai guardare un inglese (anzi, mai guardare in direzione di un inglese) per più di un secondo-un secondo e mezzo. Occhi bassi, o fissi nel  vuoto, come i loro.

Nel campus, una studentessa bellissima: alta, slanciata, mora, con uno di quei fisici eleganti, sottili e affusolati, quasi senza seno, che piacciono a me. 

"Welcome to the Authentic Faith. Please use the other door".
(Cartello sulla porta di un'aula).

Buzzicone inglesi tornano dai bagordi del sabato sera, lasciando traballare carni bianche, inflaccidite dall'alcool. Sono issate su scarpe con tacchi e suole fuori misura, che tolgono per lanciarsi su per le scale, verso i binari, a prendere il primo treno della mattina, imprecando a voce altissima.
La stazione è linda e luccicante sotto il primo sole.

"A medium cappuccino, please".
E arriva un bigonzone da mezzo litro.

Il rientro in Italia. Caldo, ressa, polvere, asfalto rovente, pezzi di cartone sollevati, con scarabocchiati sopra nomi stranieri.

mercoledì 10 luglio 2013

martedì 9 luglio 2013

terra natale



Sei venuto per bisogno di questo luogo,
di questo luogo solo, precipizio, porta eretta
al di sopra del levante e del ponente
come passa la barca in un altro mondo,
entra, ti permetto quasi una sosta.

Sei venuto, almeno per una volta, per
essere il maestro della soglia, spingere i piedi della porta
sui suoi cardini che dormono,
sei venuto a disturbare questo sogno, pur sapendo
che ogni soglia è un sogno, e che questo ferro
ne è certo il segno, ma senza promessa,
io permetto alla chiave di entrare nella porta pesante.

Sei venuto per intendere l’eco
dei martelli sotto le volte, ma che già
ti allontana, ti scolora, non percependo
la luce che in sogno, discendendo
con gli occhi riempiti di lacrime verso il cielo
che ti accoglierebbe di terrazza in terrazza
fra i mandorli e le catene chiare,
vedi, ti avrei donato, riprendendola,
una terra natale, e non v’è nient’altro.

Yves Bonnefoy

(trad.it. di Roberta De Francesco: da qui)


La fotografia è di Franco Arminio (dalla sua pagina FaceBook)

lunedì 8 luglio 2013

in due è il massimo



Lo dico sempre anch’io, in due è il massimo
per stare insieme, se vuoi stare insieme, in dieci, in venti
come fai a stare insieme?
Alla gente invece gli piace d’essere in tanti:
“Eravamo una trentina,
senza contare i bambini” e sono contenti,
“Stiamo insieme”
che non vuol dir niente, starai attaccato, non insieme,
più siete e peggio è,
stare insieme è un’altra cosa, non te ne accorgi?
No, non se n’accorgono,
per loro, essere in pochi è come non esserci, loro
hanno bisogno d’essere in molti, in cento, in mille,
in diecimila, in centomila
ed io, ci sono stato anch’io,
per San Martino, alla festa della Pieve,
mangiare, bere, canti, ridi, urli,
perché devi urlare, è tutto un urlio,
se no non ti senti, e per loro è allegria,
ed era un casino, e io lì zitto in mezzo
cosa vuoi che ti dica, mi pareva, ma davvero
d’essere solo,
invece in due, tu e lei, la sera, in casa,
a un certo momento spegni la televisione,
chiacchieri un po’, lei va di là, torna,
sorpresa! due gelati,
vuoi crema o cioccolato?
poi ogni tanto si esce, si va nei posti
a mangiar fuori, al cinema,
il cinema è una roba,
come da bambini le favole,
stanno tutti seduti, zitti, incantati,
se ti viene delle volte da dir qualcosa
dietro c’è sempre uno che protesta: ssst! silenzio!
poi Fine, si accendono le luci,
è come svegliarsi, ti alzi, e basta un niente
che le tieni il cappotto, che se lo infila,
che la stringi, non molto, solo sentirla.

Raffaello Baldini


(nell'immagine: Piero Manzoni, "Achrome")

domenica 7 luglio 2013

cronache familiari: les vertes paradises enfantines


Pomeriggio d'estate.
I bimbi, in giardino, sguazzano nella piscinetta gonfiabile. Urla e schizzi si spandono fino alle finestre dei vicini.
Il papà, nella penombra dello studio, sgobba sul computer.

"Ma che cacchio sono cresciuto a fare?", pensa il papà.

sabato 6 luglio 2013

lampi - 219


Perché, in linea di massima, preferisco i libri alle persone?
Perché, in linea di massima, preferisco comunicare con i vivi, anziché con i morti.

venerdì 5 luglio 2013

cronache familiari: piccoli accademici della crusca crescono





"A dire il vero, sono molto diminuiti." 

 (Elena, 6 anni, guardando il mucchio dei panni da piegare)

giovedì 4 luglio 2013

tre poesie di Massimiliano Bardotti



Ho conosciuto Massimiliano Bardotti a un reading letterario. Purtroppo, arrivai tardi e non potei sentire la sua lettura (o meglio, il suo concerto, dato che unisce i suoi versi con la musica di Giacomo Lazzeri), ma certe volte le persone basta sentirle parlare. Poi ho letto le poesie di Massimiliano e ho visitato la sua pagina FaceBook (si chiama La minima parte).
Questo è quel che ci ho trovato.
Non faccio discorsi critici, che non sono nel mio stile. Dico solo che secondo me Massimiliano ha una sua voce, e per me già questo è tantissimo. Il resto, giudicatelo voi.

(P.S.: Massimiliano e Giacomo sono toscani, di Castelfiorentino; si esibiscono nella loro regione, ma non solo. Se vi capita, ascoltateli. Qui e qui qualche notizia su di loro).

* * *

Continuando a biascicare tristezze per le strade di Genova.
Lasciarsi passare addosso il sudore del tempo
lavanda di antenati sofferenti.
Questa estate è l’ultima tu hai detto.
Questa estate è l’ultima (non c’è) salvezza.
Domani ci guarderanno tornare da dove non siamo mai stati.
E saremo gli stranieri.
Con le nostre solitudini a buon mercato.
Con i nostri amori d’infanzia giù al paese.
Dove non torni dal mese in cui tua madre abortì felicità.
E Genova ci guarda che pare assente.
Ha questi occhi di fuliggine.
Cieca vita.
Non è innamorarsi hai detto
non è innamorarsi che fa l’amore.
E’ restare insieme alla grande rivoluzione di questo secolo.
E’ restare insieme.

* * *

Ci capiamo perché ci ignoriamo.
Questo abisso fra te e me.
La tua sconosciuta schiena di nei.
Il disarmo delle mie armi batteriologiche.
Ci venderanno al prossimo spot.
Saremo le star di un attempato reality.
Avremo il nostro quarto d’ora.
E saremo liberi di non scegliere nessuna via redentiva
per la restituzione dei giorni in affitto.
Dalla biblioteca l’ultima telefonata scordata:
devi ridare indietro la tua gioia su carta
serve a qualcun altro adesso.

* * *

C’è questa totale assenza di coraggio nei malati.
Hanno una volontà che ha nomi sbagliati all’anagrafe.
Non vogliono mica guarire.
Non vogliono mica morire.
Vogliono vivere così.
Malati per sempre.
Pensionati del dolore.
Che senza la febbre che infuoca le braci tocca poi lavorare.
Che senza la febbre che doma le braccia tocca poi stare al gioco.
La società non riconosce nessuna differenza.
O elimina o educa.


(nell'immagine: un quadro di Afro Basaldella)

mercoledì 3 luglio 2013

cronache familiari: piccoli Casanova crescono




"Mamma, puetta bimba è l'Elita. Hai vitto che faccia buffa?"

(Lorenzo, indicando la sua fidanzatina dell'asilo. Mi sa che le tecniche di approccio, seduzione e complimento vanno ancora affinate)

martedì 2 luglio 2013

esercizi di autoesegesi



Qualche giorno fa, ho postato questa poesia...

ALBA A FONTE AVELLANA

Fosse tutto così semplice

come è pulito l'orlo delle foglie
aggredite dal vento
come è spaziosa la luce
sul diapason dei tronchi.

Dov'è la fame?
Si è fermato il sangue
l'indaco ha invaso la roccia
ha gemmato il silenzio.

...che in realtà era nata in questa forma

Tutto
fosse così semplice
come è pulito l'orlo delle foglie
aggredite dal vento
come è spaziosa la luce
sul diapason dei tronchi.
Dov'è la fame?
Si è fermato il sangue
l'indaco ha invaso la roccia.
Dove era la voce ha gemmato
il silenzio.

Le differenze non sembrano sostanziali, ma in realtà rileggere le due versioni mi chiarisce molte cose che sto cercando di inseguire negli ultimi tempi.

Innanzi tutto, la poesia è nata da una sensazione acustica: svegliarmi una mattina presto, nel bellissimo luogo citato dal titolo, e sentire il vento tra le fronde degli alberi. Quel che mi ha colpito, in particolare, è stato il suono in sé, così diverso da quello a cui sono abituato.
In città, il vento è sempre incanalato tra due pareti verticali, più o meno alte. La compressione gli conferisce una tonalità acuta, petulante, a volte quasi isterica. Qui, invece, si trattava di un'enorme massa d'aria, che scendeva dritta dai fianchi del monte Catria e andava ad investire un vasto fronte di boschi, mettendolo in risonanza come uno smisurato diapason. Il risultato era potente, maestoso, simile a un colossale bordone d'organo che si estendeva dal grave all'acuto, senza soluzione di continuità.
Allo stesso tempo, mi colpiva la nudità monastica del luogo, il silenzio su cui quel suono si installava. Tutte sensazioni nuove, o perlomeno dimenticate da lungo tempo. Sono partito da questa associazione di idee e la poesia è venuta fuori come la vedete nell'originale, in versi liberi.

Però, c'era qualcosa che non andava.
Innanzi tutto, il primo e l'ultimo verso, con quegli enjambement così ostentati, quasi civettuoli, quelle parole isolate nel verso. No, proprio non ci siamo.
Poi, a ben guardare i versi sono liberi fino a un certo punto. “Com'è pulito l'orlo delle foglie” è un endecasillabo perfettamente canonico; “aggredite dal vento” e “sul diapason dei tronchi” sono settenari; “dove era la voce ha gemmato” è un novenario, per di più con due evidenti ricordi pascoliani (“Dov'era la luna? Ché il cielo / notava in un'alba di perla”, da L'assiuolo, e “Gemmea l'aria, il sole così chiaro”, da Novembre). Per non parlare di “Dov'è la fame? / Si è fermato il sangue”, che è un altro endecasillabo, sebbene spezzato in due emistichi.
Insomma, c'era una tensione non risolta tra verso libero e forme regolari.

Allora ho riorganizzato la poesia. Ho tolto i due enjambement, all'inizio e alla fine, e ho riarrangiato i versi in due quartine precedute da un verso introduttivo. Oltretutto, ora entrambe le strofe presentano una simmetria interna: la prima con l'anafora del “come”, la seconda con i tre versi dalla sintassi parallela (“si è fermato”, “ha invaso”, “ha gemmato”), del tutto conclusi in sé stessi. Ho anche eliminato la ripetizione del "dove", lasciando solo il primo dei due.
Ora il tutto mi sembra più solido, più strutturato. Più classico, in un certo senso. E anche più rispondente al tema, che è un'esperienza di quiete, bellezza, oserei dire di misticismo.
Ordine, regolarità, struttura, sono idee che ritornano in vario modo nelle cose che ho scritto ultimamente. Il misticismo in effetti no, ma chissà.

(Poi, quale delle due versioni sia la più riuscita, lo lascio al giudizio del lettore).

lunedì 1 luglio 2013

cronache familiari



Baciare tua moglie.
Sentire un rumore alle spalle.
Girarsi e vedere i due mostriciattoli che vi guardano ridacchiando sotto i baffi.
("Guarda, guarda, si baciano... ihihihi...")