domenica 30 settembre 2012

ha capito che la lotta non deve finire



Io lo conosco, è un uomo stanco,
che ha acchiappato sempe càvece pe dint'e cianche.
Da bambino giocava sopra i marciapiedi
e la gente gli diceva: "Uè, levati dai piedi!".

Adesso ha la tessera del partito,
compra il giornale tutti i giorni, ma è un uomo finito.
La mattina va a strillare al collocamento
tanto 'o sape ca è vennuto pe poco e niente.

E il mare, il mare,
il mare sta sempe là,
tutto spuorco, chino 'e munnezza
e nisciuno 'o vo' guardà...

Com'è bello lavorare sulla tangenziale
con le mani rosse che ti fanno male
e i ricordi che camminano a duciento all'ora
e ti entrano dentro senza far rumore.

Lasciatelo parlare, ha tante cose da dire,
ha capito che la lotta non deve finire.
Sta alzando le mani verso il sole
in cerca di calore.

E il mare, il mare,
il mare sta sempe là,
tutto spuorco, chino 'e munnezza
e nisciuno 'o vo' guardà...

Pino Daniele (da "Pino Daniele",1979)

sabato 29 settembre 2012

più in là



"Lo scrittore si lascia riconoscere perché ciò che scrive va sempre un po' più in là di ciò che pensa".
(Roberto Calasso)

giovedì 27 settembre 2012

vivere



Vivere significa avere torto.
 (Giorgio Manganelli)

martedì 25 settembre 2012

PVdC



Ci sono cose che si imparano con l'esperienza.
Ad esempio, partecipando negli anni a un po' di concorsi poetici, qualcuno vincendone, in qualcuno venendo segnalato, in qualcuno serenamente ignorato, ho imparato che esiste una precisa tipologia di poesia: la Poesia-Vincitrice-di-Concorso (PVdC).
(Ora, non è questo il luogo per descrivere il grigio sottobosco dei concorsi letterari: quelli organizzati dagli assessorati alla cultura della Val di Magra o della Comunità Monti della Sila; quelli che ti chiedono 30 euro di iscrizione in cambio di premi che consistono in “libri, diplomi e attestati”, consegnati nella prestigiosa sede di Palazzo Strozzacapponi a Casa del Diavolo; senza interrogarsi - organizzatori e partecipanti inclusi - sul fatto che, per 30 euro e forse persino per meno, posso benissimo andare a comprarmi una bella targa e farci incidere sopra che mi sono classificato primo con menzione d'onore al rinomato Concorso Poetico Colli del Cesenate. Sono cose che bisogna vivere, per capirle).
Ma torniamo alla PVdC.
Innanzi tutto, la PVdC deve essere bruttina, ma non talmente brutta da esserlo in maniera plateale: diciamo mediocre.
Poi, dev'essere scritta o in rima (che fa classico), oppure in versicoli pseudo-ungarettiani (che fa moderno).
Deve trattare temi come: i gabbiani al tramonto; la pioggia d'autunno; un bel paesaggio, meglio se campestre; affetti familiari, buoni sentimenti, leziosità assortite; piccole notazioni di realtà quotidiana; un fatto sociale importante, ma sempre canonizzato dalla consuetudine dei titoli di giornale; un viaggio in luoghi esotici, ma non troppo.
Soprattutto, la PVdC deve attenersi rigorosamente al genere tardo-Ottocento/primo-Novecento, con obbligatoria effusione lirica. Insomma, sentimenti sentimenti e ancora sentimenti. Niente realismo, che in poesia certe cose non si dicono; niente sperimentalismi, che sennò poi épatons les bourgeoises; però magari un blando modernismo sì; non oltre Palazzeschi, comunque. Sennò, viene sempre buona qualche cara vecchia figura retorica sopravvissuta dai tempi del liceo: una metafora (non troppo ardita), una sinestesia, uno zeugma. Per i più avventurosi, una prosopopea, un'epanadiplosi, un'ipallage, magari addirittura un cleuasmo. Questo è l'unico campo dove ci si può sbizzarrire.
In buona sostanza, la PVdC deve piacere alle professoresse di lettere (ce n'è sempre una, in ogni giuria di concorso) e non deve dispiacere all'assessore (anche di quelli ce n'è sempre uno: spesso, un ex-alunno della professoressa). Deve titillare la prima là dov'è più sensibile – sull'erudizione libresca – e deve dare al secondo l'impressione di respirare, una volta tanto, l'aria sottile della Cultura. Senza causargli il mal di montagna, però.
La scrittura di una PVdC è un fatto molto meno semplice di quel che sembra. Occorre avere un po' di scintilla poetica, ma un po' meno di quel che basta a scrivere poesia per davvero. Fare finta di essere poeti, ma credendoci sul serio. C'è gente che ci ha costruito una carriera.
Le PVdC hanno un loro habitat naturale: le antologie dei premi poetici, che dopo la pubblicazione tendono a migrare per sparpagliarsi nelle librerie di zii, suoceri e amici di famiglia, e lì restare, nella serena attesa del macero.

lunedì 24 settembre 2012

non sanno parlare



A mio avviso, il lettore – voglio essere molto drastico – non deve avere voce in capitolo, come si diceva un tempo nelle abbazie. Durante il capitolo, l’assemblea, il lettore non ha il diritto parlare perché parlano gli specialisti, i competenti. Come si creano queste competenze? Attraverso un sistema di selezione che un tempo funzionava: laurea, biennio, dottorato, ricercatorato, etc. Quando questo non funziona, ci sono comunque altre forme di formazione: conosco varie persone di valore che non sono nell’accademia. Ecco, io proporrei il sistema delle ore di lettura, come i piloti d’aereo. Quando si può pilotare un jumbo? Quando, per ricorrere a un’iperbole, si sono fatte 8000 ore di volo. Quando puoi scrivere il tuo parere su un libro? Quando hai letto 8000 libri di teoria, di narrativa, di poesia; altrimenti non puoi parlare. Io non voglio sapere i pareri dei lettori, non mi interessano: deve essere vietato al lettore di parlare. Ma parto dalla grande idea di Borges per cui io vado molto più fiero del mio lavoro di lettore che di quello di scrittore. Essere lettori è una cosa importantissima. Questa specie di todos caballeros, questa gara a diventare tutti critici è insensata perché il lettore ha di per sé un’enorme, un’immensa dignità. I blog hanno questo rischio, trasformano i lettori in studiosi: questo non è possibile.

(leggi qui tutta l'intervista a Valerio Magrelli)

sabato 22 settembre 2012

atroce dolcezza



L'autunno ha a volte luci così terse
e, sugli alberi, rossi di così
atroce dolcezza che il cuore
si spezzerebbe vedendoli. In diverse

più innocue incombenze dunque si finge
assorbito e lascia che siano gli occhi
a incantarsene, a impregnarsene, sciocchi
e intrepidi come sono... Poi stinge

a poco a poco o forse trascolora
come fa, salendo, la luna, quel
tetro fulgore, scrudelisce nel
pluviscolo del tempo, e solo allora

uno ha il coraggio di dire quant'era
bello - più bello della primavera.

G. Raboni (da "Quare tristis", 1998)

venerdì 21 settembre 2012

piacere e ordalia



L'arte non si lascia disturbare dai suoi significati. E' stato Dumezil a raccomandare una volta il piacere di leggere l'Iliade di seguito "senza porsi domande", senza pensare a null'altro che alla storia raccontata, senza commenti, senza dizionari, dunque senza significati ulteriori. Quel piacere è la vera ordalia del testo. Ciò che regge a quella prova è salvo.
(Roberto Calasso)

giovedì 20 settembre 2012

"i libri sono individui, parlano, cantano"



"Io mi sono sempre occupato personalmente delle spedizioni, facevo pacchi robustissimi. Un cliente giapponese mi scrisse estasiato per come gli avevo imballato una Treccani, un volume per volta con carte di colori diversi, volevo rivaleggiare con l’armonia del Sol Levante. Dai libri che partivano per l’estero, che dovevano affrontare un viaggio lungo e periglioso, mi congedavo con un rito speciale: scrivevo una piccola poesia per loro e la infilavo fra le pagine."

(leggi qui tutta l'intervista a Roberto Roversi)

mercoledì 19 settembre 2012

exactly like me


"I libri sono per me una doppia avventura: la prima è la scoperta, quando li trovo da qualche parte, fiuto l'importanza che potranno avere per me e per così dire me ne approprio fisicamente. Dopodiché passano spesso molti anni fino alla seconda avventura, quando per un incomprensibile impulso li riprendo in mano e, escludendo qualsiasi altro interesse, mi ci getto sopra come in un delirio".

(Elias Canetti, da una lettera a Roberto Calasso, 
citata in "La follia che viene dalla Ninfe", Adelphi 2005, p. 110)

martedì 18 settembre 2012

billy as a kid



Roba mia su "Jazz nel Pomeriggio".
Grazie all'amico Marco Bertoli e buon ascolto a tutti.

(nella foto: Bill Evans a sette anni)

lunedì 17 settembre 2012

silenzi


La morte, sabato scorso, di  Roberto Roversi, è stato solo l'ultimo di una serie di lutti, che hanno colpito il mondo della poesia italiana nel giro di pochi mesi: a marzo di quest'anno ci hanno lasciato, a qualche giorno l'uno dall'altro, Elio Pagliarani e Tonino Guerra, ad agosto Luciano Erba. L'anno scorso aveva visto la scomparsa di Andrea Zanzotto, ad ottobre, e di Giovanni Giudici, a maggio, che aveva seguito, a un anno quasi esatto, quella di Edoardo Sanguineti (maggio 2010).
Volendo andare ancora più indietro, nell'ultimo decennio se ne sono andati Alda Merini (2009), Mario Luzi (2005), Giovanni Raboni (2004), Elio Fiore (2002), Attilio Bertolucci (2000), e può darsi benissimo che mi stia dimenticando qualche nome.
A pensarci bene, sembra inevitabile: si tratta di poeti pressoché coetanei, distribuiti lungo un paio di generazioni nate più o meno fra il secondo e il terzo decennio del Novecento (i più anziani erano Bertolucci e Luzi, del 1911 e 1914, i più giovani Raboni e Fiore, 1932 e 1935). Quasi tutti sono morti in età avanzata, a ottanta o novant'anni, dopo una vita lunga e operosa.
Sembra inevitabile, naturale. Eppure, pensare a queste voci di poeti ormai consegnate alla carta (o al supporto che la seguirà), di cui non si potrà più sentire il suono vivo, mette un bel po' di tristezza.
Ma il vero problema, forse, è un altro: con loro muore un'idea di poesia, un'idea di letteratura, e in fin dei conti un certo modo di intendere il lavoro intellettuale. Zanzotto, Sanguineti, Roversi, Pagliarani, sono stati - al di là dei giudizi e dell'apprezzamento che si può avere per la loro poesia - forse l'ultima generazione a credere nella possibilità di esercitare un ruolo nella cultura. A credere - diciamo meglio - che la poesia potesse farsi sentire con la sua propria voce, agire con i propri mezzi specifici.
Non mi pare che oggi manchino le grandi voci. Manca, piuttosto, uno spazio in cui possano farsi ascoltare, uno spazio in cui la poesia sia accolta in quanto tale. Oggi, più che mai, i poeti gridano nel deserto. Oppure, più opportunamente, praticano l'arte saggia del silenzio.

domenica 16 settembre 2012

tu parlavi una lingua meravigliosa



(In Memoriam Roberto Roversi, 1923-2012)

Dicono che canzone e poesia sono due cose diverse, e forse hanno ragione. Lui però, almeno, ci ha provato. Con esiti altissimi.
Poi è sparito dalla vista pubblica, si è stampato i libri da solo, fuori dalla grande distribuzione (questo, per esempio). Non è mai sceso a compromessi. Come dice anche Antonio, forse era l'ultimo uomo di un'altra epoca, non so se migliore o peggiore.
Adesso, non so che cosa augurar-gli/mi: che entri nel mainstream, magari in un volume dello Specchio o dei Meridiani, rischiando di finire sepolto nel cicaleccio, oppure che rimanga lì, nel silenzio, come una voce sempre a disposizione di chi vuole ascoltarla.

sabato 15 settembre 2012

istruzioni per assassinare le vecchiette



La bigotteria e l'incapacità di capire di che cosa è fatta la letteratura sono quantità che non decrescono mai, anzi tendono ad un graduale, subdolo aumento. C'è anche un modo per misurarlo, questo incremento: dal proliferare di quella sinistra specie di persone che non sanno distinguere fra rappresentazione e ingiunzione - e di conseguenza leggerebbero Delitto e castigo come un manuale di istruzioni per assassinare donne vecchie e sole.

Roberto Calasso, La follia che viene dalle Ninfe, Adelphi 2005, p. 46

venerdì 14 settembre 2012

castelli di sabbia




In fondo alla strada la senti gridare“Sei un disgraziato”
Mentre gli sbatte la porta sulla faccia da ubriaco
E ora lui se ne sta lì fuori
E tutto il vicinato comincia a spettegolare e cianciare

Lui piange “Oh, ragazza, ma sei impazzita?
Che ne è stato del nostro grande amore?”
Si appoggia alla porta e comincia una scenata
Le sue lacrime cadono e bruciano il verde del giardino

E così castelli di sabbia
Alla fine crollano nel mare

Un piccolo indiano coraggioso che prima dei dieci anni
Giocava alla guerra nei boschi con i suoi amici indiani
Si era costruito un sogno in cui da grande
Sarebbe stato un impavido guerriero un capo indiano

Molte lune passarono e il sogno si rafforzò
Finché l'indomani avrebbe cantato la sua prima canzone di guerra
E combattuto la sua prima battaglia ma qualcosa andò storto
Un attacco a sorpresa lo uccise nel sonno quella notte

E così castelli di sabbia
Alla fine si sciolgono nel mare

C'era una ragazza con il cuore accigliato
Perché era paralizzata a vita e non poteva parlare
Desiderava e pregava di smettere di vivere
Perciò decise di morire

Portò la sedia a rotelle fino alla riva
E sorrise alle sue gambe “Non mi farete più male”
Ma poi uno spettacolo mai visto la fece sobbalzare e dire
“Guarda una nave dalle ali d'oro sta passando davanti a me”

E non si dovette neanche fermare
Continuò ad andare e basta

E così castelli di sabbia
Alla fine scivolano nel mare







giovedì 13 settembre 2012

tranche de vie

Da parecchio tempo non prendevo gli autobus della mattina presto, quelli dove si incontra la gente più interessante.
L'altro giorno, sulla linea G delle 6:07, c'erano un pensionato dall'aria assente, una signora quarantenne con una bimba identica a lei, un ragazzo nero che si è alzato cortesemente per far posto a un'anziana, due giovani dall'aria slava che dormivano della grossa, uno accanto all'altro.
Poi, sull'ultima coppia di sedili, c'era una ragazza di colore, con una spettacolare pettinatura afro che non avrebbe sfigurato in qualche copertina di Sly Stone, orecchini di strass viola, rossetto lucido, leggings arancioni e scarpe da ginnastica celesti; aveva sulle spalle uno zaino da campeggiatrice e reggeva in mano un enorme scatolone sul quale era poggiato un iPod che ascoltava dondolando al ritmo della musica.
Accanto a lei, acciambellato sul sedile, un ragazzo dal forte accento sudamericano parlava al cellulare, a voce molto alta. “Sei la mia vita”, diceva, “è l'amore che ci dà la forza. Non si può vivere senza amore, e io non posso vivere senza di te, perché tu sei la mia anima, il mio spirito. È lo spirito che guida il corpo, ricordatelo, ma lo spirito si stanca, e allora bisogna chiedere aiuto al Signore. Ieri mi hai lasciato senza un bacio, e io ci ho pensato tutta stanotte. Non farlo più, amore mio”. Aveva il vivavoce attivato, e ogni tanto arrivavano le risposte della ragazza, ridotte però a un ronzio nel quale percepivo soltanto un tono serio, pragmatico, fatto di frasi secche e sbrigative.

mercoledì 12 settembre 2012

la bellezza

"Definire il bello è facile: è ciò che fa disperare."
(Paul Valery)


Guardando il viso di E., riflettevo sul mistero della bellezza.
E. è un'amica. Anzi, vorrei essere più preciso: conoscerla è equivalso a un momento di autocoscienza. E. è per me quello che gli inglesi chiamano una kindred soul, un esatto duplicato spirituale, un Doppelgang benefico, con cui condivido personalità, gusti, interessi, tratti caratteriali. Insomma, un alter ego, soltanto racchiuso in un corpo femminile, e decisamente più bello.
Perché E. è una delle donne più belle che su cui io abbia mai posato gli occhi. Quando la conobbi, rimasi per parecchi minuti paralizzato a guardare il suo profilo, nient'altro che il suo profilo, finché mi resi conto che la cosa stava cominciando a risultare imbarazzante.
Ora, il fatto che E. sia bellissima non è la ragione per cui è mia amica; casomai il contrario, ma di questo parlerò dopo. E non posterò fotografie, non solo per ovvie ragioni di privacy, ma anche per un motivo più complesso. E. è una di quelle persone fortunate che in fotografia vengono sempre bene, ma nessuna immagine è in grado di rendere la particolare vibrazione che è l'essenza della sua bellezza: e invece è proprio di quella che voglio parlare.
Se analizzassi nel dettaglio il volto di E., potrei trovarvi una quantità di difetti. Il viso, guardato da una certa angolazione, fa una curva un po' spigolosa; la pelle degli zigomi è cosparsa di piccole efelidi, che in qualche punto si allargano in macchioline scure di forma irregolare; lungo il contorno delle guance, i capelli si prolungano in una leggera ombreggiatura.
(Gli occhi no, i suoi occhi sono impossibili da descrivere, grandissimi e scuri, con una qualità tenera, starei per dire soffice, che ha poco da spartire con la loro conformazione fisica e molto con qualcosa che emerge da un luogo profondo e nascosto, un luogo che in mancanza di un termine migliore denominerei anima).
Però il mistero della bellezza di E. sta nel modo, per me assolutamente indecifrabile, con cui ciascuna delle zone di discontinuità e di disarmonia va a fondersi in un'eleganza e una coesione di livello più alto, producendo un'aura diffusa, una velatura sottile, un rifrangersi e sfumarsi delle ombre che ho ritrovato solo in certi volti del Correggio o del Veronese. Ho sempre pensato che vi fosse una differenza sostanziale tra perfezione e bellezza, e guardando il viso di E. mi sembrava di averne trovato la prova.
Ma c'è qualcosa di più: non credo che E. sia pienamente consapevole della sua bellezza. O per dir meglio, l'avrà senz'altro sentito dire da tutti, ne avrà la nozione astratta, ma il linguaggio corporeo, che non mente, mi parla di una totale assenza di seduttività e di estroversione, del procedere di un corpo che non è mai totalmente in pace con sé stesso. L'implicita goffaggine, le traiettorie infantili che deviano certi suoi gesti, insomma la sua fragilità, la salvano dalla distanza, dal gelo, dalla sideralità della bellezza, e mi fanno provare per lei un affetto che non sarei in grado di rivolgere a una donna pienamente sicura di sé.
Forse la bellezza non deve mai incontrarsi con la sua vera immagine, non le si deve nemmeno avvicinare, ma deve restare sconosciuta, anche a sé stessa.

martedì 11 settembre 2012

arte malata



Per il pubblico di massa, ma anche per l'intellettuale profano, la visita alle mostre d'arte contemporanea è da tempo un'esperienza insensata. C'è qualcosa di profondamente malato in queste sale piene di opere che si muovono in un universo mentale privo di rapporti col mondo della vita, replicando bizzarrie che potevano avere senso novanta o quarant'anni fa, durante la prima o la seconda ondata delle avanguardie novecentesche, ma che oggi sono tristi ripetizioni di esperimenti impossibili da ripetere. In Francia, da vent'anni a questa parte, le arti plastiche sono l'argomento di una polemica carsica che ben presto ha assunto implicazioni politiche, sia perché lo Stato francese ha copiosamente finanziato gli artisti, sia perché il rifiuto popolare ha preso forme brutalmente pratiche quando gli abitanti di alcune periferie degradate hanno cominciato a distruggere le sculture che, secondo gli amministratori locali, avrebbero dovuto ravvivare le strade e le piazze. Anche la letteratura conosce fenomeni simili, sia pure in forme meno violente e meno spettacolari. Mentre il romanzo conserva l'appoggio di un pubblico profano, il teatro e la poesia sono ormai dei giochi linguistici sempre più autoreferenziali: quando Tondelli sostiene che oggi i grandi poeti maledetti sono i cantanti rock, dà voce a un disegno storico condiviso dalla parte più colta del pubblico giovanile, che ignora i lirici contemporanei ma compra le edizioni economiche dei poeti consacrati, e associa tranquillamente la lettura di Rimbaud all'ascolto dei Red Hot Chili Peppers. Questo nuovo coro sociale, che spesso ha un livello di istruzione abbastanza elevato, non riconosce più quel confine tra cultura alta e cultura bassa che il canone umanistico tradizionale tracciava in modo netto, e possiede ormai il valore simbolico necesario a imporre nuovi valori. Al cambiamento nei rapporti di forza si aggiunge la metamorfosi che la canzone ha subito durante la seconda metà degli anni Sessanta, quando la musica leggera si è aperta alla sperimentazione ed è diventata il medium preferito dalla nuova cultura giovanile, invadendo il territorio della poesia. La generazione decisiva è quella di coloro che, nati durante la Seconda guerra mondiale, hanno avuto tra i venti e i trent'anni intorno al Sessantotto. E' probabile che i programmi scolastici e gli insegnamenti universitari del futuro riserveranno, ai cantanti di quel periodo, uno spazio più ampio di quello concesso ai poeti coetanei; del resto, mi sembra innegabile che, per la storia sociale della cultura, Seamus Heaney,  nato nel 1939, sia molto meno importante di John Lennon e Paul McCarthy, nati nel 1940 e nel 1942.

Guido Mazzoni, Sulla poesia moderna, Il Mulino 2005, pp. 230-231

lunedì 10 settembre 2012

domenica 9 settembre 2012

cronache familiari (3) - una forte



"Papà, mi suoni qualcosa?"
"Che cosa?"
"Una forte!"
"E quale?"
"Questa!"

sabato 8 settembre 2012

cronache familiari (2) - omeopatia



"Papà, petté no va via?"

(Lorenzo, schiaffeggiando la cicatrice di un graffio sul polso)

venerdì 7 settembre 2012

il mostro è lì



di Andrea Inglese

Il quadro si presenta stranamente affollato, le figure sembrano molte, addirittura troppe, tanto che si fa presto a dimenticarle, tutte quante è impossibile tenerle a mente, e pur enumerandole, con l’implacabile cadenza matematica, che isola e definisce, anche in tal caso qualcuna sfugge al conto, si sottrae alla somma finale: quante persone ci sono, in definitiva, raccolte sulla spiaggia, e sparse nell’intero paesaggio? Gli agglomerati di persone in primo piano, veri e propri capannelli, non permettono un conteggio sereno, spuntano sulla sinistra dei copricapo, bisogna spiare gambe, piedi e calzari, e sulla destra l’intrusione discreta, parziale, di un viso.


Se escludiamo la coppia di protagonisti, gli spettatori del dramma – che in realtà voltano ad esso le spalle – potrebbero essere ventidue, ma allargando la visuale a colline, promontori, villaggi ancora ben distinguibili, possiamo aggiungere ventidue ulteriori figure (umane, antropomorfe), ma senza dubbio ne tralascio alcune, le più remote, nascoste nelle pieghe della rocca di sinistra, intorno o appena sotto le due grandi fattorie, mentre è difficile discernere i viventi dalle statue, nel gruppo di figure che popolano, sulla destra, il villaggio e i suoi dintorni, soprattutto se, come accade a me, si osserva il dipinto in un’unica riproduzione, grande quanto una mezza pagina A 4. Non vorrei occuparmi troppo di questa folla, che si comporta in modo imprevedibile e disomogeneo, che non sembra appartenere ad un’unica famiglia, e che comunque, più che come clan o comunità, agisce come moltitudine, animata da divergenti passioni e interessi: alcuni, stremati dal dolore, non riescono a mantenersi eretti, piegano le ginocchia, si torcono a terra, e neppure offrono il volto allo spettatore tanto dev’essere sfigurato e avvilito; altri invece, con schietta impudicizia, ballano e suonano, come ignorando qualsiasi calamità, o proprio per sormontare la minaccia e il ricatto dei lutti a venire, lanciando un esuberante motivo di gioia attraverso le note di bizzarri strumenti a corda e a fiato, che qualche musicologo è in grado di riconoscere come emblemi pittorici di arnesi realmente esistiti, e non capricci di un individuo svagato e talentuoso nel tratto e nel colore. Basterebbe in realtà dedicarsi a queste figure, riunite in bande opposte sulla spiaggia, i sofferenti e i gaudenti, gli stremati e i festeggianti, i malcapitati e gli allegri errabondi, basterebbe lasciarsi trascinare da questa faida emotiva, che alterna come una nenia ipnotica tristizia e gioia, lacrime e risa, spasmi nervosi e passi di danza, basterebbe questo ritmo umano, elementare, per calmare la mente che vuole invece intessere storie, biografie, episodi, ruoli. Ma alle spalle del variopinto gruppo dei ventidue, tre decisive figure campeggiano, anzi quattro, dal momento che una di esse appare duplicata: si tratta di una donna seminuda, di un mostro ingombrante e di un guerriero agile e intraprendente. La donna, come in molti sogni erotici, è legata per le braccia, e offre il suo corpo nudo dai fianchi al petto: una veste bianca, o un prosaico lenzuolo, la avvolge accuratamente, coprendole avambracci e gambe. Il suo sesso appare e scompare, è un suggerimento: la stoffa che le cinge i fianchi si piega verso il basso, all’altezza del pube, in modo tale che il pensiero, vorace, vi insista cieco. Ma è la posa, di completo abbandono, con la testa reclinata sulla spalla destra, gli occhi semichiusi (chi può dirlo?), i seni spinti in fuori, il busto lievemente piegato verso terra, è questa condizione di schiava sessuale, ormai arresa alla giostra di sevizie che l’aguzzino le prepara, è questa spossatezza, che la rende in qualche modo intollerabile allo sguardo, non davvero mai a lungo contemplata dallo spettatore, che preferisce spostare l’attenzione al mostro, il quale campeggia terribile e sconfitto, rovesciato di tre quarti, al centro del quadro. E su di esso, quasi in punta di piedi, con discrezione, l’esecutore al lavoro, il giovane killer armato di sciabola: Perseo.

Di tutte le figure, pur essendo la meno accomodante, quella del mostro è di certo la più fedele: essa si fa guardare in continuazione, raccoglie su di sé l’ostinata curiosità dei vivi, l’indiscrezione degli spettatori, la malagrazia di coloro che altrove, oltre loro stessi, cercano un approdo: un disgraziato episodio da rimirare, appena compassionevoli, con la risaputa sete di rivalsa. Il mostro è lì, perfettamente calato nel suo ruolo di obbrobrio, stolido e pericoloso, eppure in qualche modo dimesso: volge al suo carnefice la giugulare, sprofonda su un fianco, si candida ad essere sempre, consensualmente, ammazzato. Il mostro ha delle strane e fulve barbe, che tutte vibrano sulla parte posteriore del profilo, mentre dalle narici schizza filamenti d’acqua e guarda, con presumibile tristezza, Andromeda: sa che non la vedrà più, che mai l’ha posseduta, che non ha avuto tempo, a causa dei suoi fitti impegni di rapitore, di concedersi un attimo di pace con lei. Perseo è discreto e grazioso: uccide con una disarmante eleganza, tutto piegando il braccio verso di sé, come un tennista che prepara un rovescio, così che la sciabola rimanga per un attimo sospesa dietro la sua nuca, prima di calare, secca, sulla gola del drago acquatico.

(leggi tutto l'articolo su Nazione Indiana)

giovedì 6 settembre 2012

cronache familiari (1) - favole



"Papà, di questa favola c'è anche il film?"

(Elena, dopo la lettura dei primi capitoli della Genesi)

mercoledì 5 settembre 2012

i giaguari del cielo



Il villaggio si copre di nuvole
Il villaggio è invaso dalla nebbia
Nel villaggio si formano ruscelli
Il villaggio risuona tutto del rumore della pioggia che cade
Il villaggio si riempie di pozzanghere
Laggiù nel villaggio buio

I Giaguari del cielo volano nell'aria
I Giaguari del cielo stanno sospesi in aria e gridano: swa-swa

Questa parte del villaggio risuona di pioggia
Il villaggio risuona
Il villaggio si fa sentire da lontano

Da un estremo all'altro del villaggio il Disco d'oro si lascia cadere
Sospeso a una corda-per-accompagnare-i-morti il Disco d'oro si lascia cadere
Laggiù al Villaggio Oscuro

I denti del Giaguaro del cielo sono rossi
Hanno preso il colore del mageb
Le sue unghie sono del colore del mageb
Sospeso a una corda-per-accompagnare-i-morti il Disco d'oro scende nel villaggio

I denti del Giaguaro del cielo hanno il colore del mageb
L'azzurro Disco d'oro scende laggiù nel Villaggio Oscuro

Sospeso a un cordone ombelicale l'uccello grida
Sospeso a un cordone ombelicale l'uccello sta gridando come un Giaguaro del cielo

L'uccello urla
Sospeso a un cordone ombelicale l'uccello urla come un giaguaro

Laggiù dove sta il Villaggio Oscuro
Il villaggio risuona
Il villaggio trema
Da lontano lo si sente risuonare
Laggiù dove sta il Villaggio Oscuro

Canto del Demone (indios Kuna, Panama-Colombia)

martedì 4 settembre 2012

curare o uccidere



Imparare un canto sciamanico [...] implica [...] sempre imparare una tecnica particolare, tipica della recitazione, che può andare da un certo modo di "cantare", o modulare la voce in modo diverso da quello della normale conversazione, fino alla manipolazione elaborata di una forma linguistica [...].
Come ha scritto Tonwsley a proposito degli Yaminahua (Amazzonia peruviana):
Imparare a diventare uno sciamano significa imparare a cantare, a intonare gli intensi ritmi dei canti, a tessere accuratamente l'una nell'altra un certo numero di immagini verbali tramandate nell'astruso linguaggio dei canti sciamanici - e a sostenerne la recitazione.
 [...]  Queste tradizioni, come qualunque recitazione rituale, non sono lasciate al caso né dipendono dall'arbitrio individuale: esse sono orientate da un contesto particolare dell'interazione e della comunicazione che è sempre considerato distinto, nei suoi tratti formali quanto nel suo contenuto, dalla comunicazione quotidiana. Per uno sciamano, "cantare" significa naturalmente realizzare una particolare azione: qualunque pretesa, di poter curare o uccidere, dello sciamano amerindiano è fondata sull'idea che, attraverso una specifica trasformazione dell'uso "normale" del linguaggio, usando una "lingua contorta" (Yaminahua) o "suscitando le parole nel modo giusto" (Zuni), egli diventa capace di capire, vedere e nominare le cose del mondo in modo eccezionale.

Carlo Severi, "Il percorso e la voce. Un'antropologia della memoria"
(Einaudi 2004, pp. 190-191)

domenica 2 settembre 2012

pensanti e non pensanti


 "Dal punto di vista della metodologia dell’incontro, la differenza da marcare non sarà tanto quella tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti [...]. La sfida pastorale che ne deriva è allora quella di ascoltare le domande vere del pensiero davanti al mistero dell’esistenza, ponendosi insieme, credenti e non credenti pensosi, a capire ciascuno le ragioni dell’altro. Per chi crede ciò potrà significare una purificazione delle motivazioni dell’atto di fede e al tempo stesso una nuova possibilità di proporle a chi non crede con la fedeltà del testimone e il rispetto del compagno di strada, che si riconosce nell’altro e scopre l’altro in sé." 
(Carlo Maria Martini - da qui)

"Chi non crede rifiuta Dio, ma Dio è amore, quindi non credere in Dio significa non essere capaci di amore".
(padre A.C., durante il corso di preparazione al matrimonio)

sabato 1 settembre 2012

approvi la vita



per caso mentre tu dormi
per un involontario movimento delle dita
ti faccio il solletico e tu ridi
ridi senza svegliarti
così soddisfatta del tuo corpo ridi
approvi la vita anche nel sonno
come quel giorno che mi hai detto:
lasciami dormire, devo finire un sogno
(20.8.1981)

Antonio Porta