sabato 30 giugno 2012

soprattutto te stesso



Disprezza quelli che non vogliono fare la rivoluzione, disprezza quelli che si lamentano, disprezza quelli che si fanno solo i cazzi loro, disprezza quelli che disprezzano gli altri, infine disprezza te stesso, vai sul sicuro.

Franco Arminio, "Terracarne" (Mondadori 2012)



P.S.: Sì, lo so che Godard non c'entra niente, 
ma potevo farmi sfuggire l'occasione di postare la Bardot, 
per di più mezza nuda?

venerdì 29 giugno 2012

dichiarazione

Con tutta l'antipatia (tanta) che posso provare per il calcio, e per quanto poco (diciamo pure: niente) me ne possa fregare del risultato di una partita, ci tengo a dichiarare pubblicamente che mi sento molto più connazionale di un ragazzo africano, nero come la pece, che a diciotto anni ha scelto di essere italiano, che non di un italiano di pelle candida, che è tale solo per un accidente genetico, o che lo diventa solo dopo le partite. E che poi si permette pure di sindacare sull'italianità altrui.

martedì 26 giugno 2012

lampi - 181


Non chiedo agli altri di sopportarmi.
In cambio, mi riservo il diritto di non sopportarli.

sabato 23 giugno 2012

consigli per gli acquisti


In edicola da oggi, sabato 23 giugno, la ventiduesima uscita della serie "Jazz 33 giri", pubblicata da De Agostini. Si tratta di "Sketches of Spain", uno dei capolavori di Miles Davis, nato dalla collaborazione con Gil Evans.
Il disco è un 33 giri, nel formato originale. Le note d'accompagnamento sono mie. E ho detto tutto.

venerdì 22 giugno 2012

tre poesie erotiche di Juan Ramon Jimenez






per saperne di più, clicca qui

Il tuo sesso nero, soave come piuma
d'uccello, tra le sete bianche, gialle e malva
era ai miei occhi come un faro d'ombra
in un agitato mare di tiepide ombre pallide.

Un aroma acuto, come d'isole esotiche
fluttuava nel soave calore delle tue cosce.
Naufragai impazzito, senza ordine né meta,
nell'odorosa atmosfera delle tue gonne!

Con che tristezza, poi, come in fragile alba
di soavi nubi bianche, gialle e malva,
vidi, dall'indolente tedio della spiaggia
spegnersi la luce d'ombra della notte...

* * *

Questa primavera ti son cresciuti i seni
come mele che sarebbero divenute rose;
un vago e tenue profumo di donna lasci
nella brezza che fendi con le tue gambe sode...

Quella soave e dolce tenerezza d'altri tempi,
la volubilità della tua carne d'aurore
sarà per sempre ormai come un fiore di mandorlo
caduto sul vago sentiero della memoria...

Sei contenta: vaghi balenii ti avvolgono;
nei tuoi occhi, così neri, ci sono ire e vendette,
e una ferita di sangue lussuriosa e calda
si schiude nei granati sensuali della tua bocca...

* * *

Quando, dopo l'amore, ti raccogli i capelli
disordinati, come son belle le tue braccia!
Come in un libro aperto, emerge la lettera nera
delle tue ascelle, elegante e dolce sul bianco.

E nel gesto violento ti si scoprono i seni,
e i capezzoli, tante volte accarezzati,
paiono, da lontano, più scuri, più grandi...
Il sesso ti si scopre, più piccolo e più tenero...

Oh, che sdoppiamento di cose! Poi il vestito
riporta ogni cosa al paesaggio quotidiano,
come una tana dove si nascondano,
simili a serpi, petti, cosce e braccia.

(da "Libros de amor")

giovedì 21 giugno 2012

martedì 19 giugno 2012

tre poesie di anna lamberti bocconi



1.
A ondate, ricordata dalla luce,
l’età dell’oro filtra nel presente
domenicale, a muovere la vita
come frusciando. Fedele, questa torcia
remota sempre accesa, che fa il giro
del mondo insieme a me
fissata con la cera su una spalla,
e che non ho mai visto per davvero,
se non riflessa nei carboni ardenti
e nei lampi degli occhi nella notte
e nelle labbra rosse che ho cercato,
fedele questa torcia mi sovrasta.
Porta l’età dell’oro nella pece
che cola lentamente, con tenacia
vischiosa, sulla schiena del tedoforo
ignaro che ha il mio volto; non ha effetti
sui mali della terra, ma lo stesso
fa profumo di resina e lambisce
vivi, morti e malati come uguali.

4.
Guardando le verdure,
il loro disfacimento composto
di fronte alle procedure,
mi chiedo se si può
dire di no alla morte:
se piano, se più forte,
se solo per amore.


6.
Come il cane che ha strappato il guinzaglio
il palloncino che si è strappato dal filo
se ne vanno nell’atmosfera corrono via
nella dissoluzione irrimediabile
e il bambinetto si è strappato il cuore
suonano male anche nei versi queste cose
non sono musicali da scrivere o dire
accadono per il male ed è incredibile
l’attimo, solo un attimo, e il prato è verde
uguale, il cielo è dipinto uguale eppure
la morte ha morsicato e quello
avrà sì e no cinque anni e non guarirà mai più
ha i pantaloni corti, è per mano a suo padre,
è una bambina, piange all’asilo, è molto bella,
è orfano, è musone, si picchia con tutti,
sono gli anni Sessanta, gli anni Settanta, gli anni Ottanta
si srotolano in eterno le fratellanze invisibili
stagliate nella pietra degli incidenti da niente
ti ricomprano il palloncino, riprendono il cane
tutto va a posto tranne il dolore-terrore
il cuore resta crepato non combacia più bene
e infine siamo qui grandi, a recitare fra la gente.


(da Poetarum Silva: per leggere altro, clicca qui)

lunedì 18 giugno 2012

da qualche parte


L'Italia delle città e l'Italia dei paesi ormai offre solo visioni disordinate, parti molto piccole, nascoste in mezzo a una periferia sfilacciata. E' andata così e più o meno ne conosciamo i motivi. Ci vorrà molto tempo per ridare ai paesi e alle città una forma che ci piace, occorreraà un lavoro di sottrazione. Invece si continua ad aggiungere. Il disordine che portiamo fuori è frutto di una società scontenta, astiosa. Andando in giro poco alla volta si capisce che non è solo questione di aver sbagliato il disegno, a essere brutte non sono solo le cose. E' il nostro stare insieme che non funziona. Basta un prelievo di poche scene, cittadine o paesane, e il risultato è un liquido scuro. Ognuno parla da un luogo in cui ha detto addio a tutti gli altri. La società è basata su un diluvio di bugie, si rimane insieme per diplomazia. I luoghi non ci corrispondono e noi non corrispondiamo ai luoghi, le vicinanze sono sempre precarie, un colpo di vento le fa saltare. Si parla tanto di comunità, ma a malapena riusciamo a contenerci in noi stessi. Emettiamo segnali contrastanti. E' tutto un intreccio di rotte indecise. Solo quando il filo si spezza ci accorgiamo che in fondo qualcosa di quello che stiamo facendo ha un senso. Ci accorgiamo che il segreto è il semplice stare da qualche parte, con quello che c'è, perché è sempre tanto, una collina, un albero.

Franco Arminio, "Terracarne"

venerdì 15 giugno 2012

lampi - 180


Il bisogno di dire
e il bisogno di farsi capire

(che certe volte non coincidono).

giovedì 14 giugno 2012

lampi - 179


Cercare consolazione nell'orario dei treni.

mercoledì 13 giugno 2012

lunedì 11 giugno 2012

domenica 10 giugno 2012

lampi - 177


Continuare, nonostante tutto, a credere che ci sia molta più giustizia, umanità, bellezza in chi perde, che non in chi vince.

fra le parole "ti" e "amo"


"Paradossalmente in qualche modo la cosa più bella, più forte che un uomo possa dire - ti amo - in campo poetico fa pena, perché non è espressiva di nulla. Mi sono trovato spessissimo di fronte a casi di questo genere, in una sorta di corrispettivo immediato tra intensità/profondità del sentimento e la conseguente legittimazione del testo che ne deriva. Mi ricordo che c'era questa signora siciliana di 65 anni che telefonava in redazione tutti i giorni perché le sue poesie erano belle e dovevano essere pubblicate. Lei era vedova e orfana - curioso perché a 65 anni è abbastanza probabile essere orfani - e ci stava veramente male, ne soffriva. I testi erano però bruttissimi, ed è molto imbarazzante per chi ha a che fare con queste cose, perché non c'è nessun ambito in cui si stabilisca questa corrispondenza immediata, che è veramente drammatica. Dunque una bruttura portata a identificare lo sfogo lirico, lo sfogo umano, lo sfogo esistenziale con un oggetto letterario derivante e collegato a questo, non può che creare cortocircuiti di questo tipo: "Mamma da quando sei morta/La mia vita è diventata tutta storta". E' terribile perché comunque capisci che c'è una persona che sta male, le sono successe delle cose orrende, però anche intuitivamente è chiaro che questa non è poesia, o perlomeno secondo certi criteri potrebbe essere poesia comica, ma non lo è negli intenti." 

(Aldo Nove: da qui)

giovedì 7 giugno 2012

gente scordata

E l'arà vinta

Stracco dal camminà
a la murigge
de sto muraccio vecchio
me stravacco.
Sopra me stònno secoli
de gente scordata
nata, vissuta e morta quassù
senza che l mondo
se n'acorgesse.

Ciuffe de cappero
gni crepa partorisce
e palatra
solo per tigna.
Me dovrìa rialzà
per gì ndua?

Tutto gira a catròscio.
Ma sopra n mucchio
d'ossi e de calcina
n còspo verde de fòje
beve l cèlo.

Giampiero Mirabassi


E l'avrà vinta
Sfinito dal cammino / all'ombra / di questo muro antico / mi abbandono. / Sopra mi stanno secoli / di gente dimenticata / nata, vissuta e morta quassù / senza che il mondo / se ne accorgesse. // Ciuffi di cappero / ogni crepa partorisce / e parietaria / solo per ostinazione. / Mi dovrei risollevare / per andare dove? // Tutto cadrà in rovina. / Ma sopra un mucchio / d'ossa e di macerie / un cespo verde di foglie / beve il cielo.

lunedì 4 giugno 2012

passing by


Continuo a interrogarmi sulla tua presenza
su quel lieve disordine che imprimi alle cose
quando ti passano vicino – quel nocciolo amaro
che interponi al saluto. Dico solo
che sorridendomi hai bloccato il normale scorrimento
del tempo nel tempo hai isolato per sempre un punto
di frattura – dico che ti ricordo così
non mi fa male né bene è solo un attimo
troppo luminoso per fissarlo a lungo.

sabato 2 giugno 2012

in my end is my beginning


I primi anni Settanta rappresentano un crinale decisivo del Novecento poetico italiano. La pubblicazione, nel 1971, di due opere come Satura e Trasumanar e organizzar è il sintomo non solo di una svolta prosastica e antilirica della nostra poesia, ma di più radicale esaurimento delle sue canoniche tensioni all’assoluto: di un momento in cui “il linguaggio poetico sembra voler uscire dalla propria pelle”. 
 [...]
"A metà degli anni Settanta diventò chiaro che si stava ricominciando da un grado zero dell’autocoscienza storica (…). Niente più impegno né avanguardia. Cioè niente rapporto dialettico tra poesia e storia, fra evoluzione o mutamento delle forme letterarie e processo storico". 

Posta di fronte alla svolta degli anni Settanta, la maggior parte dei poeti italiani ha risposto sostanzialmente in due modi distinti – ciascuno dei quali responsabile di una varietà di posizioni di poetica e di ricerca stilistica. Non due linee, quindi, e tantomeno due movimenti, ma due diverse reazioni psicologiche al progressivo esaurimento della tradizione postromantica. 

 a) La prima reazione, forte soprattutto negli anni Settanta, è stata di tipo euforico, ed è consistita nel ripristino a diverso titolo del mito della poesia come emergenza emotiva, comunicazione spontanea antecedente a qualsiasi stilizzazione – idea per cui in poesia è sempre possibile, e anzi si deve, ricominciare ogni volta da capo. La lirica in particolare viene qui intesa come bisogno insopprimibile, istinto primario sottratto al divenire storico.  [...] In scena spesso un io narcisista e anarchico, che si denuda e si dà fuoco in pubblico (Alda Merini, Attilio Lolini, Patrizia Cavalli, Dario Bellezza). Nella stessa direzione, ma a un più alto livello di anacronismo, c’è chi ha ricominciato a interpretare l’atto del poetare come valore assoluto, sacerdotale. Riprende forma il disegno di una poesia ad alta voce, priva di inibizioni e immune dall’ironia, che punta dritta all’estasi: tentativo ambizioso di liberarsi dei dubbi e delle autocritiche attraverso un atto di fede nelle ragioni occulte e sciamaniche dell’andare a capo. Un tipo di poesia che rifiuta la vergogna e si colloca dalla parte degli archetipi (Conte, Mussapi, Carifi); che accetta e anzi esibisce un’identità elitaria. Una scrittura che si vuole fuori dalla contingenza, ma che ha saputo fornire, in qualche caso, delle fotografie straordinariamente esatte della società che storicamente l’ha prodotta: penso a Somiglianze di Milo De Angelis, forse il miglior ritratto letterario (non solo poetico) degli anni di piombo. 

 b) La seconda reazione, di tipo disforico, è emersa soprattutto a partire dagli anni Ottanta, e ha contrassegnato a lungo i Novanta. Essa non nega ma al contrario prende atto della frattura intervenuta nella dialettica storica, induce molti poeti ad assumere un atteggiamento ed uno stile ‘postumi’ rispetto alla modernità; a usare la tradizione contro la tradizione, a testimoniare un’angoscia e un lutto. Adoperando metaforicamente il vocabolario della psicanalisi, si potrebbe parlare in questo caso di una specie di nevrosi della fine, incarnata in moduli spesso manieristici, o barocchi, comunque culturalmente sovrassaturi e formalistici, agli antipodi dell’antintellettualismo della posizione precedente. [...] E’ un ambito in cui prevalgono colori freddi, malinconici, spesso senili, anche se vi si sono riconosciuti, magari saltuariamente, non solo poeti effettivamente anziani (Giudici, Sanguineti, Zanzotto, Fortini, Raboni), ma anche generazioni più giovani: Valduga, Held, Nove, Frasca; la corrente neometrica del Gruppo 93; fino forse ad autori di più recente esordio come Italo Testa. 

[...] 

 La mia impressione è che mito delle origini e nevrosi della fine insistano ad agire sulla scena letteraria italiana degli anni Zero. Continueranno a farlo, probabilmente, finché non si imporrà un diverso paradigma storico, capace di ripensare la categoria di ‘nuovo’ e ricomporre una efficace, attendibile nozione di progresso nelle arti. Per adesso il quadro delle proposte formali continua ad arricchirsi, ma la dialettica che le alimenta non è sostanzialmente mutata.

(... leggi tutto il contributo di Gianluigi Simonetti su "Le parole e le cose")