sabato 30 aprile 2011

lo studio è aperto (e il cervello è scappato)


Okay, precisiamo: questa non è mia, ma di un utente del forum di Tex Willer (del quale sono un appassionato frequentatore) che si firma Sunset, ma l'ho trovata talmente esilarante che, con il suo permesso, ho deciso di postarla qui.
Esilarante, come solo la realtà sa essere.
Buon divertimento.



Di solito [la puntata-tipo di "Studio Aperto"] è strutturata così:

-Apertura con il più efferato omicidio del momento: si parte con una musichetta strappalacrime, interviste ad amici e parenti che immancabilmente lodano il defunto. Se il colpevole è uno straniero, apriti cielo: è immancabile l'intervista ad un rumeno o marocchino, con la telecamera sfocata e le riprese dal basso verso l'alto (non esere sdati noi, noi esere onesti). A concludere, la filippica dell'inviato (era un angelo, ora è caccia all'uomo). Come possibile corollario, un'intervista alla voce del popolo (questi rumeni... stuprano, uccidono, che tornino al loro paese).

-Notizie politiche: Berlusconi assolto dai processi, un deputato PD coinvolto in uno scandalo, la Santanchè o La Russa ignobilmente aggrediti da Santoro, Travaglio ha un ascesso o un unghia incarnita, D'Alema con cachemire a Cortina. A volte ci scappa l'editoriale di Giordano, che si può riassumere così: Berlusconi ha ragione, Vendola è un frocio comunista (si sospetta che mangi i bambini assieme ad Emiliano), Bersani ha torto, i terroni e gli zingari ai loro paesi.

- Si torna alla cronaca nera: musichetta straziante, ecco il servizio su Yara o Sarah Scazzi o chi ne fa le veci in quel periodo. Inquadratura che parte dalla stanza delle poverette, con i peluche in primo piano, e procede intervistando qualsiasi essere umano che abbia perlomeno intravisto una volta nella sua vita la merce in oggetto (era un angelo, e ci è stato strappato... pena di morte!).

-Rumeno stupra un italiana: è caccia all'uomo. Intervista ad un sedicente esperto, che con assoluta nonchalanche declama che gli zingari c'hanno il furto e lo stupro nel DNA, e Bossi ha rrragggione a volerli cacciare.

-Parte il pezzo forte del tg: i servizi sul sociale. Immancabile il servizio sul meteo: se è estate, immagini di repertorio di gente che si getta nelle fontane e interviste a vecchi sudati e giovani cafoni (che tempo fa? fa caldoooooo). Se si è in inverno, si vede l'inviata (di solito Silvia Vada) in giro tutta infagottata a chiedere se fa freddo.

-Servizio sulla movida dei giovani. Se c'è al governo lo psiconano si vedono frotte di giovani belli, abbronzati e in forma: c'è chi va a mare, c'è chi si dedica al volontariato, c'è chi è con la fidanzata, c'è chi mangia un gelato... servizio rigorosamente a Riccione o a Capri.
Se invece al governo c'è Prodi o qualcuno che non sia il Berluska, ecco partire le tinte fosche, le riprese traballanti e incerte di punkabbestia e sballatoni dediti a fumare canne o a tracannare alcolici. L'inviata (di solito Silvia Vada) con la faccia funerea esclama: "Lo chiamano fumo/ecstasy/bamba/mdma, è la nuova droga del terzo millenio, ed ora vi mostro come è facile procurarsela". E si vede la sgambettante giornalista avvicinarsi ad un punkabbestia col cane, e domandare: avete la droga? si certo. Chiosa in sfumatura, con un'immagine distorta di giovani ragazzine ubriache marce in discoteca o sotto i portici. Servizio da fare rigorosamente nella rossa Bologna o nella terrona Napoli.

-Servizi vari ed eventuali, in base a ciò che offre il gossip: le tette della Arcuri, un gelataio a Rimini che ha inventato il gelato al carciofo (come vende? eh bene bene, la crisi non esiste), l'orsetto Knut allo zoo di Berlino che si accoppia/sente caldo/mangia i ghiaccioli/è morto, nozze di vip o pseudo tali (William e Kate è solo la punta dell'iceberg), fiera del ravanello ripieno a Venaria Reale, crisi coniugali, servizi pseudo scientifici sull'acceleratore di particelle a Ginevra, con intervista annessa ai napoletani (cos'è l'acceleratore? quello per accelerare) ecc. ecc.

-Un'agenzia di stampa batte la notizia dell'ultim'ora: omicidio in Val Padana, sospettato un senegalese. Si rinviano gli aggiornamenti all'edizione delle 18.40.

venerdì 29 aprile 2011

recensioni in pillole 103 - "Tex Willer. Il romanzo della mia vita"

Mauro Boselli, Tex Willer. Il romanzo della mia vita, Mondadori 2010 (223 pp., 17 euro)

Ci sono due tipi di potenziali lettori per questo libro: quelli che non hanno mai letto Tex e quelli che sono cresciuti cavalcando con lui e con i suoi tre pards fra il trading post di Kayenta, la Sierra Nevada e il Deserto Dipinto.
I lettori del primo tipo troveranno una narrazione western svelta ed efficace, con elementi horror a speziare la trama avventurosa.
I lettori del secondo tipo (tra i quali si annovera il vostro affezionato blogger) potranno adottare due modalità di approccio: aspettarsi che il romanzo rifletta in tutto e per tutto il fumetto, e provare quindi disappunto nel riscontrare variazioni e discrepanze; oppure accettare che il processo di transcodifica comporti gli indispensabili riaggiustamenti, e quindi calarsi nell'operazione architettata da Mauro Boselli.
Il quale, per chi non lo sapesse, è uno dei più abili e indaffarati sceneggiatori bonelliani e, da qualche anno a questa parte, autore principale delle avventure di Tex (oltre che appassionato di vecchia data del Ranger).
“Tex Willer. Il romanzo della mia vita” parte del più classico dei pretesti: siamo nel 1899 e un giornalista di Chicago va in Arizona per intervistare una leggenda del vecchio West. Un Tex Willer ormai avanti con gli anni gli racconta la propria vita: la giovinezza da fuorilegge, il matrimonio indiano, l'ingresso nel corpo dei Texas Rangers, l'elezione a capo dei Navajos, gli incontri con amici (Jim Brandon, Montales, Gros-Jean, El Morisco) e nemici (Mefisto, i machiavellici Brennan e Teller, la diabolica Mitla).
Le vicende sono, ovviamente, soltanto una minimissima parte di quelle contenute in sessantatré anni di gloriosa vita in strisce, tavole e balloons. Ma è la prima volta che le sentiamo narrate (e le vediamo vissute) direttamente dagli occhi e dalla voce del protagonista.
Alcuni fans texiani l'hanno odiato. A me è piaciuto.

giovedì 28 aprile 2011

lampi - 126


La domanda non è perché la Bellezza debba farci male, ma perché noi le chiediamo di farci male.

mercoledì 27 aprile 2011

lampi - 125


Sexy women with unsexy names.

martedì 26 aprile 2011

su ciò che non è mai stato




Io lo so qual è l'inizio l'argomento
dove si inerpicavano le voci – tutte
tranne una che piegò la traiettoria
rasente al tuo profilo. La prossima
dovrò attenderla a lungo perché sveli
l'onda più scura sulla guancia il gioco
preciso delle clavicole e ancora
perché si incontrino a mezza strada il mio sangue
e l'odore del tuo seno. Ma lo so
lo so a bruciapelo – quanto è stato strano
fin dall'inizio saperti dire
le ultime parole.


(nell'immagine: un quadro di Dino Valls)

lunedì 25 aprile 2011

liberazione


VIII. Tutto bruciato

Marco appare. "Il paese bruciato.
Guarda le case, tronchi senza vita,
macerie, polvere.
La forte gioventù morta, fuggita".
Il sole indora la campagna,
cade dai nevai;
odore di un fuoco calmo dentro al vento.
La gente ferma sulla piazza.
M'azzanna il cuore una vespa infuriata.
"I mongoli affamati
dànno alla nostra carne questi morsi.
I tedeschi li armano, li avventano
ubriacandoli; bruciati dalla grappa
cadono urlando sulla strada,
prendono le donne come cani.
Pecore siamo nell'Italia morta".
M'avvio nella valle solcata
da un fiume, con cime fuggenti,
stormire d'alberi,
ruscelli stenti migrano, fra onde
di foglie i castelli persi nelle ombre.
Case incendiate specchiano le nubi;
dentro ai paesi occhi e ossa d'uomini
tendono la mano, pellegrini
vinti da una sciagura.
Pendono le travi delle case.
"Le donne uccise", dicono, "o scampate
al massacro, spente di paura
giacciono nel buio delle stalle.
Da uscio a uscio per fienili e case
i mongoli cercarono, fra le balle
di paglia, carrette rovesciate;
bruciò il paese, fuggono le donne
rauche disfatte pazze di terrore".
I vigorosi uomini lontani.
Pagarono le donne con la vita
la breve età felice
e i neri capelli.
Tornano adesso i giovani strisciando
lungo le siepi della valle.

[...]

X. La piazza è in festa

Carri armati posano
sotto gli alberi, i negri
ridono, stendono le mani,
la gente nelle vie,
tutte le finestre al sole.
Giorno sacro d'aprile. Alti vocianti
feroci uomini nuovi.
"E' finita la guerra", questo
il popolo grida; gli anni si frantumano,
un mondo nuovo affiora ribollendo
dalle schiuma aspra del dolore.
La piazza bianca di calce, bianca nell'aria d'aprile,
tacque; un uomo apparve sul palco,
parlò poche parole aprendo
la nuova storia.

Roberto Roversi, "Il tedesco imperatore"
(da Dopo Campoformio, 1962)

sabato 23 aprile 2011

su un addio


Quando si fanno combaciare le parole
o almeno si prova allora
ci si accorge di come mostri la corda
il tempo e vita e vita sono lama
e carne. Anche tu hai detto
proteggevi un silenzio tra le guance ma non era
la stessa acqua a contenerci lo stesso
cloro qualcuno adesso ci parla nella bocca
vorrebbe estrarre a forza il disegno
dal foglio macchiato
ma lo vediamo io e te la torsione
separa la mano dalla scapola le parole dalle cose
che resteranno mute. Non la mia
sia fatta ma la volontà
del male.


(L'illustrazione è di Ferenc Pinter)

venerdì 22 aprile 2011

lampi - 124


“No, certo, non si possono amare due donne contemporaneamente. Forse tre sì, però”.

giovedì 21 aprile 2011

lampi - 123


“Sì, ho trovato la mia vocazione. Perché, il GF Revenge non è una vocazione?”

mercoledì 20 aprile 2011

lampi - 122


Si è raggiunta la bellezza. Fa differenza che sia avvenuto per caso o per volontà?

martedì 19 aprile 2011

prove tecniche di coniugazione


- E allora il cassatore prendò il fusile, prendò la mela...
- La mela? Sarà la mira!
- Ah, sì, la mira... E gli sparò, e gli aprò la pansa!!

lunedì 18 aprile 2011

erotocinegetica


Vedi neanche gli occhi mi servono
in mezzo alla folla dei segni ritrovo comunque
l'usta affronto a occhi chiusi
gomiti e giravolte e quando è il momento
rinuncio volentieri
all'equilibrio tutto è calcolato
lo stacco l'apice della parabola il punto
d'impatto il sapore dei tuoi capezzoli.

domenica 17 aprile 2011

prosopagnosia


Soffro di una strana forma di cecità selettiva, che colpisce le persone; i volti, in modo particolare.
Mi spiego meglio.
Lo so che sembrerà una cosa poco simpatica da dire, ma raramente rimango colpito da una persona. La maggior parte della gente che incontro mi passa davanti senza quasi lasciare tracce.
Un bell'inconveniente, perché finisco per fare un'enorme confusione di nomi e di facce: tutte le persone che conosco sembrano fondersi in un continuum, nel quale gli elementi contigui sono per me del tutto indistinguibili. Oppure, peggio ancora, una lieve somiglianza basta a innescare un'associazione di idee e a farmi confondere una persona con un'altra che magari non c'entra niente. (E non è un problema da poco per uno che fa l'insegnante, dato che ancora dopo mesi di scuola continuo a non ricordare i nomi di allievi e colleghi, o a confonderli l'uno con l'altro).
Non si tratta nemmeno di una questione di memoria: altre cose le ricordo con assoluta precisione, ad esempio i libri che ho letto, i dischi che ho ascoltato, o persino alcuni luoghi che ho visitato.
Le persone, no.
Mia suocera, che è una grande osservatrice (anche troppo: certe volte mi ricorda il signor Palomar calviniano, che si smarriva nei dettagli e perdeva di vista l'insieme) mi chiede spesso se mi ricordo di una certa persona, descrivendomi persino il suo vestito, nei minimi particolari, e ricevendone ogni volta, in risposta, sguardi smarriti.
E le donne, verrebbe spontaneo chiedersi? Neanche quelle?
Dipende.
Se penso alle donne di cui mi sono innamorato, fatico a trovare un elemento comune che mi abbia colpito in loro: ce ne sono di alte e basse, bionde e more, snelle e tonde, minute e prosperose. Sospetto, insomma, di non avere un tipo ideale e di venir attratto da elementi del tutto casuali, o misteriosi se preferite.
Di E. mi colpì il profilo: perfetto, purissimo, quasi inciso in un cameo di madreperla; di V. mi piaceva la magrezza nervosa, angolosa, androgina, tutta racchiusa in un corpo minuscolo; di M., una certa aria al contempo materna e provocante; in A. mi incantavano le venature scure della voce, armonizzate da un lieve accento romagnolo; oppure mi possono piacere, non so, i piedi (sì, non so resistere a un bel piedino), o la curva della nuca, o magari soltanto un modo insolito di atteggiare le spalle o di inclinare la testa da un lato. Di una mia compagna del liceo adoravo i capelli, una cascata di riccioli color bruno ramato nei quali, per farla arrabbiare, mi divertivo a infilare penne e matite.
Azzardo un'ipotesi: sono attratto dall'ordine e respinto dal caos. Nel turbinìo di linee e tratti che costituiscono un volto reale, una persona reale, cerco ogni volta un elemento trascendente, un filo sottile che lo leghi a un'idea iperurania di Bellezza; a una scintilla d'eterno.

sabato 16 aprile 2011

lampi - 121


Bisogna che mi decida a prendermi sul serio.

venerdì 15 aprile 2011

bocca mia statte zzitta


- La maestra ha detto che noi a Gesù gli dobbiamo dire: "scusa!".
- E perché?
- Perché lo abbiamo messo in croce.

giovedì 14 aprile 2011

lampi - 120


Ma che avete tutti contro la malinconia?

mercoledì 13 aprile 2011

lampi - 119


Da “dentro” arrivano sempre solo cose innominabili.

martedì 12 aprile 2011

quand le monde était jeune


Quando il mondo era più giovane di cinque secoli tutti i casi della vita avevano forme esteriori molto più violente. Tra dolore e gioia, tra calamità e felicità la differenza pareva più grande di quanto lo sia per noi; tutto ciò che si provava aveva ancora quel grado di immediatezza e di assolutezza che la gioia o il dolore hanno ancora oggi nello spirito infantile. Ogni avvenimento, ogni azione erano circondati da forme chiare ed esplicite, erano innalzati alla solennità di uno stile di vita rigido e immutabile. Le grandi cose: la nascita, il matrimonio, la morte, rifulgevano, tramite il sacramento, dello splendore del mistero divino. Ma anche i casi meno importanti, un viaggio, un lavoro, una visita, erano accompagnati da mille benedizioni, cerimonie, massime, usanze.
Alla calamità e all'indigenza si trovava meno sollievo rispetto al giorno d'oggi, esse arrivavano più tremende e strazianti. La malattia si differenziava più nettamente dalla salute, il freddo rigido e l'oscurità angosciosa dell'inverno erano un male più concreto. Onore e ricchezza si godevano più intensamente e più avidamente, perché si differenziavano in modo più spiccato dalla miserevole povertà e dall'abiezione. [...] E tutte le cose della vita avevano un'eco fastosa e crudele. I lebbrosi facevano suonare le loro raganelle e giravano in processioe, i mendicanti si lamentavano nelle chiese e mettevano in mostra le loro deformità. Ogni classe, ogni ordine, ogni mestiere era riconoscibile dall'abito. I grandi signori non si muovevano mai senza fare sfoggio di armi e livree, imponenti e ambite. L'amministrazione della giustizia, il commercio dei venditori ambulanti, le nozze e i funerali, tutto si annunciava con clamore e con cortei, grida, lamenti e musica. L'innamorato portava l'insegna della sua dama, i confratelli della loro confraternita, la fazione i colori e il blasone del suo signore.
Anche nell'aspetto esteriore delle città e delle campagne dominavano quel contrasto e quella varietà. La città non si disperdeva, come le nostre, in sobborghi disordinati di fabbriche squallide e villette malriuscite, ma era racchiusa nelle sue mura, con una figura ben definita, irta di innumerevoli torri. Per quanto le case di pietra dei nobili o dei mercanti fossero alte e minacciose, erano sempre le chiese con le loro masse che si innalzavano al cielo a dominare la veduta della città.
Il contrasto tra estate e inverno era più netto allora che nella nostra vita, così come quello tra la luce e il buio, tra il silenzio e il rumore. La città moderna non conosce quasi più il buio assoluto e il silenzio assoluto, l'effetto di un singolo lumicino o di una singola voce lontana.
Attraverso il continuo contrasto e le molteplici forme con cui tutto si imponeva allo spirito, la vita quoridiana emanava un'eccitazione, una carica passionale che di manifestavano nei mutevoli stati d'animo tra i quali oscillava la vita cristiana medioevale: rozza esuberanza, violenta crudeltà e sincera tenerezza.
[...]
C'erano poi le entrate trionfali, preparate con tutta l'ingegnosità di cui si era capaci. E, con una frequenza mai interrotta, le esecuzioni capitali. La crudele eccitazione e la rozza compassione suscitata dal patibolo costituivano un elemento di gran peso nel nutrimento spirituale del popolo. Era uno spettacolo con una morale. Contro i misfatti atroci la giustizia ideò punizioni atroci; a Bruxelles un giovane incendiario e assassino viene incatenato a un anello che poteva girare intorno a una pertica, dentro un cerchio di fascine ardenti. Egli stesso si offriva al popolo con toccanti parole, "et tellement fit attendrir les coeurs que tout le monde fondoit en larmes de compassion". "Et fuit sa fin recommandée la plus belle que l'on avait oncques vue." ["E fece intenerire i cuori in tal modo che tutti si scioglievano in lacrime di compassione". "E la sua fine fu ritenuta la più bella che si fosse mai veduta"]. Messere Mansart du Bois, un Armagnacco che viene decapitato a Parigi nel 1411 durante il terrore dei Borgognoni, non solo concede volentieri al boia il perdono che costui gli chiede secondo la consuetudine, ma prega il boia di baciarlo. "Foison de peuple y avoit, qui quasi tous ploroient à chaudes larmes." ["C'era una gran moltitudine di popolo, e quasi tutti piangevano a calde lacrime"]. Spesso le vittime erano gran signori; allora il popolo godeva soddisfatto della severità della legge e del severo ammonimento sulla caducità della grandezza terrena, più vivido di qualsiasi esempio dipinto o Danza macabra.

Johann Huizinga, "L'autunno del Medioevo", Newton Compton 1992, pp. 25-27

lunedì 11 aprile 2011

la verità

Sciascia ha un'idea molto alta della letteratura; ce l'ha sempre avuta, anche quando si muoveva nell'ambito del "realismo". La letteratura è per lui il sistema armonico del mondo, capace di spiegare la trama dei rapporti tra i pensieri e le cose, tra le parole e le cose: tutto si tiene, sebbene tutto sia ugualmente misterioso. Misterioso, parzialmente decifrabile. Crede nella ragione, ma sa anche che ci sono ragioni che neppure la Ragione riesce a spiegare. [...]
La letteratura è "la più assoluta forma che la verità possa assumere" (La scomparsa di Majorana). Il compito dello scrittore è dunque quello di individuare di volta in volta l'ordine delle somiglianze, restituire una forma alle coincidenze. [...] Come un investigatore che fa deduzioni e inferenze, lo scrittore si affida all'intuizione per cogliere l'ordine segreto delle cose, all'intuizione e di nuovo alla scrittura, che è poi l'unico strumento che possiede.

Marco Belpoliti, Settanta, Einaudi 2001, pag. 17-18

domenica 10 aprile 2011

sonno, veglia


Non siamo mai stati più lontani di adesso
che nulla ci separa. È facile
percorrerti in ogni direzione ripassare
il tuo odore impararti anche a memoria
se voglio. Ma è quel che affiora – la contrazione
il rictus le manovre di assestamento
dell'homo mechanicus – sono quelle le fitte
è la tua vita sigillata l'attenderti
scrutando la battigia lo scandaglio cieco.

sabato 9 aprile 2011

il cinghiale e l'immortalità dell'anima


La mi' poetica

Ntra le rogaie de 'sto scatrafosso
a pel del macco de 'na tròscia sporca,
dorme 'l cignale da matina a sera,
sopra 'n cuvil de scopi e lalleroni.
Pu a notte sorte for de l’infraùschio
e mmezz'a 'n macchitello de cerquatti
'nfròcia 'l grugno a asaggià la terra molla
che j'ha da fa da guida e sentinella.
Alfin ecco la guazza del maggese
e atacca a fà 'l su solco bongustaio.
'Ncontra 'n tartufo, 'n verme, 'n lumacone;
s’afèrma per guardà 'na cosa tonda
ch’arluccica 'ntól fondo de 'na pozza
e mentre 'l grugno arprende 'l su' lavoro,
la zzanna va a 'ncoccià 'n pezzin de stella.

Giampiero Mirabassi

LA MIA POETICA - Tra i rovi di questo burrone/ vicino al fango di una pozzanghera sporca,/ dorme il cinghiale da mattina a sera,/ sopra un giaciglio di eriche e corbezzoli./ Poi a notte esce fuori dal folto/ e in mezzo ad un piccolo bosco di quercioli/ affonda il grugno per assaggiare la terra bagnata/che gli deve fare da guida e sentinella./ Infine ecco la rugiada del campo mietuto/ e comincia a fare il suo solco buongustaio./ Incontra un tartufo, un verme, una limaccia;/ si ferma per guardare una cosa tonda/ che luccica nel fondo di una pozza/ e mentre il grugno riprende il suo lavoro,/ la zanna va ad urtare un frammento di stella.

venerdì 8 aprile 2011

lampi - 118


Un'altra vita, santocielo. Eterna, poi.

giovedì 7 aprile 2011

lampi - 117


Ci prenderanno per sfinimento.

mercoledì 6 aprile 2011

martedì 5 aprile 2011

controra


Ora che la primavera si fa avanti in tutto il suo fulgore; ora che la temperatura esterna comincia ad avvicinarsi a valori civili; ora che la quantità di ore di sole sta diventando ragionevole; ora che la pelle si libera, strato dopo strato, da lane e tessuti, recuperando il naturale contatto con l'aria; ora che il mio organismo comincia a sciogliersi dalla rigidità del letargo invernale; ora mi viene da pensare alla controra.
Non sono sicuro che un non-meridionale possa capire che cosa sia la controra.
È una categoria che ha a che fare più con il tempo interiore che non con quello cronologico.
La controra sono le ore più calde del giorno, specialmente d'estate. Le prime ore del pomeriggio, subito dopo pranzo, più o meno tra l'una e le quattro, quando l'assalto del sole trasforma ogni uscita in una sfida alla propria salute, e a tutti, sbrigate le ultime faccende indispensabili, non resta che recludersi in casa, con le imposte abbassate, a cercare con metodo, nella penombra, gli angoli più freschi e ventilati.
È l'ora del silenzio, in cui ogni rumore echeggia amplificato, come in una scatola vuota, e la mente è più propensa ai sogni umidi, alle fantasticherie torbide della digestione (i pranzi domenicali del Sud, chi non li ha mai provati non può capire) e, nelle giornate più favorevoli, alle visioni.
La controra è l'ora anticapitalista, l'ora in in cui non si sgobba, non si produce, non si è utili a nessuno tranne che a se stessi.
Proprio per questo, durante quelle ore, a me piaceva uscire e percorrere le strade deserte, specialmente quelle del centro, i vicoli stretti e tortuosi, lastricati di pietre vulcaniche butterate dallo scalpello, dove si mescolavano gli odori fermentati della spazzatura, del piscio e delle merde di cane, che salivano dal basso, con quelli refrigeranti dei panni stesi, che scendevano dall'alto. Oppure mi chiudevo in soffitta, con la mia collezione di fumetti, a leggere Tex (preferibilmente vecchi Tex, con la copertina scarabocchiata, il dorso in briciole, la carta ingiallita e macchiata d'umido) di fronte a una finestrella che dava su un parapetto di tegole coperte di licheni, quindi sui tetti del paese; infine, lontanissimo, il Gargano, che si sollevava dalla pianura simile a un'immensa, incombente onda di tsunami.
Ecco, se devo essere onesto a me non manca il Sud. Non mi mancano i luoghi né le persone né tantomeno le abitudini, che ho abbandonato senza il minimo rimpianto. Però ogni tanto mi mancano alcune cose, minime, insignificanti: l'odore muffito dei pavimenti in soffitta; il silenzio ovattato dello studio di mio padre, un paradiso tappezzato di libri; il caldo che nelle notti estive esalava dai muri, quando tornavo a casa dopo lo struscio serale; il profumo del ragù che bolliva la domenica mattina; il gradino su cui io e G. ci appiattivamo le chiappe, chiacchierando di nulla per pomeriggi interi; le urla da muezzin dei fruttivendoli al mercato.
E la controra.

lunedì 4 aprile 2011

lampi - 115


I libri mi guardano le spalle.

domenica 3 aprile 2011

se fossi un genio



http://www.youtube.com/watch?v=0qcND5FJKTI

L'uomo scrive soltanto perché si tormenta, perché dubita, e perché deve continuamente dimostrare a sé stesso e agli altri che davvero vale qualcosa. Ma se sapessi con certezza di essere un genio, perché dovrei continuare a scrivere?

Andrej Tarkovskij, "Stalker"

sabato 2 aprile 2011

che cos'è la poesia



"Ascoltare i pensieri, vedere ciò che diciamo, toccare il corpo dell'idea".
(Octavio Paz)

venerdì 1 aprile 2011

l'efficienza delle tautologie


Un americano che vi mostra la bellezza delle palme di plastica del suo giardino, un militante di sinistra che vi dice qual è la giusta via [...]. Tutti dichiarano che c'è un accordo categorico tra i loro occhi e i loro pensieri e ciò che è; e siccome ciò che è esiste, dunque non potrebbe essere altrimenti. Questa tautologia è senza scampo. E' una tautologia d'un ordine che riproduce se stesso per nessun motivo al mondo, ma con sempre maggior efficienza. E' la tautologia dei suoi membri che ne ripetono gli automatismi, in ogni momento della vita, ancora e soltanto perché ciò che esiste non potrebbe essere pensato altrimenti.
(Gianni Celati, "Finzioni occidentali", 1975)