martedì 30 novembre 2010

vivere, non vivere


"[Vivo da solo] per rimanere vivo il più a lungo possibile. L'amore delle donne, parenti, figlie, mogli, amanti, è molto pericoloso. La donna è infermiera nell'animo, e, se ha vicino un vecchio, è sempre pronta ad interpretare ogni suo desiderio, a correre a portargli quello di cui ha bisogno. Così piano piano questo vecchio non fa più niente, rimane in poltrona, non si muove più e diventa un vecchio rincoglionito. Se invece il vecchio è costretto a farsi le cose da solo, rifarsi il letto, uscire, accendere dei fornelli, qualche volta bruciarsi, va avanti dieci anni di più".


"Ho capito il suo gesto [quello del padre Tomaso, morto suicida nel 1946]. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita, e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l'ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l'altro un bagno molto modesto".

Mario Monicelli, da un 'intervista del 2007





http://www.youtube.com/watch?v=rAMdOlOWdqI

lunedì 29 novembre 2010

recensioni in pillole 73 - "I Greci e l'irrazionale"

Eric R. Dodds, I Greci e l'irrazionale, Rizzoli 2009 (407 pp., 12 €)

Questo è uno di quei libri che mi trovo sinceramente in imbarazzo a recensire: perché si tratta di un vero e proprio classico, una pietra miliare degli studi sulla grecità.
Dodds (1893-1979) fu una di quelle personalità che piacciono a me: geniale, eccentrico, originale fino al punto di essere ostracizzato. Irlandese, spiritaccio indomito, espulso dal college per “persistente insolenza”, divenne regius professor di greco ad Oxford nel 1936, a soli 43 anni, senza appoggi accademici.
Nel chiuso ambiente oxoniense, tutto dedito alle più rigorose indagini filologiche, Dodds di interessò di materie “eretiche”: antropologia, etnologia, psicologia, psicoanalisi, studio dei fenomeni medianici. Ed ebbe l'audacia di applicarle dove non erano mai state applicate, ossia allo studio della cultura e della letteratura greca.
“The Greek and the irrational” uscì in inglese nel 1950 e fu tradotto in italiano nel 1959. Il tema era a dir poco rivoluzionario: i Greci, i maestri del logos, della civiltà, della luminosa ragione, venivano indagati con gli stessi strumenti con cui gli etnologi analizzavano le società “primitive”.
Scandalo? No: il risultato fu invece un volume che aprì nuove strade nella comprensione del mondo antico.
Dodds percorre una vasta rassegna, dall'età arcaica alla fine della classicità, inseguendo temi che sfuggono alla visione più ortodossa del razionalismo greco: la follia, il menadismo dionisiaco, la divinazione profetica e astrologica, la magia, le sopravvivenze di pratiche sciamaniche (trance, allucinazioni, "viaggi" spirituali), concetti come colpa, peccato, impurità, la concezione del sogno, dell'anima, degli impulsi profondi e incontrollabili della mente.
Un pregio del libro è quello di essere tratto da una serie di conferenze tenute a Berkeley nel 1949, davanti a un pubblico di non specialisti: quindi, l'esposizione è scorrevole, priva di tecnicismi o erudizione.
Ma il pregio maggiore è quello di essere incuneato nella sua epoca, come dimostra il capitolo finale, intitolato “Il timore della libertà”. Dove si dimostra come razionale e irrazionale siano forze opposte ma complementari, il cui equilibrio è essenziale alla sopravvivenza di una civiltà: e lo sapevano bene Dodds e il suoi lettori che, nel 1950, erano usciti da poco da alcune delle più terrificanti esplosioni di furore irrazionale che la storia umana ricordi.

domenica 28 novembre 2010

lampi - 88


La sua donna ideale esiste. Ma è nata troppo tardi.

sabato 27 novembre 2010

lampi - 87


Lontano dagli occhi, troppo vicino al cuore.

venerdì 26 novembre 2010

sulla possibilità di un eden


È solo per chi le vede la prima volta
che le case del Tuscolano sono gialle
le siepi rosse il cielo viola per metà
per l'altra verde. Ma non si può far altro
che proseguire immergersi nel pulviscolo dorato
lasciandosi alle spalle ogni
alternativa procedere verso il sole
sciolto nel mare oltre Fiumicino.

giovedì 25 novembre 2010

lampi - 86


La dura lotta tra perfezione e felicità.

mercoledì 24 novembre 2010

lampi - 85


"Che splendidi figli avremmo fatto, io e te".
(Lo pensa soltanto: ovviamente).

martedì 23 novembre 2010

lampi - 84


Se sfiorato, emette re sovracuti.

lunedì 22 novembre 2010

lampi - 83


Teso, preoccupato, irritabile. Incapace di concentrarsi. Sente il bisogno di una presenza familiare, rassicurante, distensiva. In memoria dei vecchi tempi, si compra un pornazzo.

domenica 21 novembre 2010

lampi - 82


Da bambino, la meraviglia dei pomeriggi vuoti, campi aperti a qualunque possibilità (noia compresa).
Da adulto, l'unico equivalente praticabile: le ore di viaggio, in treno o in aereo, il transito anonimo nei non-luoghi, la mente libera di disegnare ampi cerchi per poi piombare, all'improvviso, a ghermire un pensiero.

sabato 20 novembre 2010

lampi - 81


Un magnifico, lunghissimo corpo di diciassettenne, deturpato da un pesantissimo, quasi comico accento veneto.

venerdì 19 novembre 2010

lezione di cristianesimo (ovvero: il cristianesimo non è quella roba lì)


Dal blog della "scrittrice" Silvana De Mari (qui).

Permettete una lezione di Cristianesimo.
Il Cristianesimo è intolleranza. Pur di non tollerare l'orrenda religione dei Romani, Gesù Cristo affronta il supplizio della croce. Non esiste nè può esistere un unico verso dei 400 vangeli tra canonici e apocrifi dove Cristo dice, andate in giro per il mondo e se trovate religioni diversa dalla mia, non c'è problema, tutte le religioni sono uguali. Il compito del cristiano è evangelizzare, portare la novella. A costo della vita. Quando un cristiano è insieme ad un non cristiano, deve passare tutto il tempo a cercare di evangelizzare l'altro, dargli la verità.
I Cristiani che diachiarano che tutte le religioni hanno uguale dignità, non sono cristiani. Hanno fondato un'altra religione, più bella del cristianesimo, più tollerante, senz'altro, più multiculturale, più buona. Il cristianesimo non è quella roba lì.
Coloro che credono di essere cristiani e non passano tutto il loro tempo a dichiarare il cristianesimo religione superiore alle altre, non sono cristiani, il Cristianesimo lo hanno già rinnegato.

giovedì 18 novembre 2010

angeli e demoni


I volti, sono del corpo? A volte ne dubito. Sembrano avere vita indipendente, incontrarsi senza il peso del resto. Vengono direttamente dal demoniaco e dall’angelico, dal profondo e dall’alto; il resto è solo terrestre.
(Guido Ceronetti)

mercoledì 17 novembre 2010

diciamocelo



http://www.youtube.com/watch?v=lj438bBpX9w

da tash-blog:

"[...] se sapere si può e forse si deve, capire proprio no, non serve, non è richiesto, l’Arte, sourtout quella contemporanea, non lo contempla, non vuole essere detta, ci lascia soli, intimidendoci col proprio insistito enigma: e però, senza nulla volere togliere all’Arte, in definitiva potrebbe trattarsi, come percepivo domenica scorsa, di un’unica & grande, talvolta persino convincente, cazzata: sì, l’Arte contemporanea – così auto-compiaciuta, priva di committenza, senza alcuna funzione sociale, relegata nei musei e nelle gallerie, attufata nelle collezioni, nei caveau delle banche, separata dal contatto con «le masse» (alle quali dell’arte nulla cale, a meno che non sia «simpatica»), se si eccettuano appunto scampoli di Ceto Medio Riflessivo & international che misteriosamente la cerca e forse ne gode, anche se il più delle volte li vedi che sono lì ad auto-torturarsi nella visione della sequenza auto-referenziale delle opere – è proprio una cazzata [...]

(L'arte come "musica leggera per ceti medi")

martedì 16 novembre 2010

lampi - 80


"Allora grazie per la splendida giornata. E non ci perdiamo di vista, eh?".
("Roma-Amburgo e ritorno, e manco un po' di pelo".)

lunedì 15 novembre 2010

recensioni in pillole 72 - "Blankets"

Craig Thompson, Blankets, Rizzoli Lizard 2010 (592 pp., 29 €)

Sì, lo so che “Blankets” è uno dei capisaldi della graphic novel americana dello scorso decennio. Però io non l'avevo mai letto. Forse mi spaventavano le dimensioni, forse il prezzo, chissà.
L'averlo letto è frutto di due circostanze fortuite e non correlate: essere andato in fumetteria a comprare tutt'altro (questo) ed essere passato, subito prima, al bancomat per prelevare quel biglietto da cinquanta euro, destinato in teoria a necessità più utili e immediate.
Poi, quel che Craig Thompson racconta in “Blankets” non è certo nuovo: un'adolescenza da sfigato in un'opprimente cittadina della più profonda provincia americana; una famiglia cristiana fondamentalista (una di quelle che negano la teoria darwiniana, tanto per intenderci), iperprotettiva, che lo fa crescere con l'ossessione del peccato; i lunghi, vuoti pomeriggi da ragazzo; il primo amore; genitori in crisi; il coming of age; la maturazione.
Insomma, un Bildungsroman, un'educazione sentimentale. Onfaloscopie, roba vista e rivista centinaia, migliaia di volte.
Però.
Però Thompson ha forza e poesia: riesce a trasportarci in un mondo, che è il suo mondo, ma è anche di più; riesce a rendere vivi e veri i suoi personaggi. Riesce a farti provare i loro stessi sentimenti – anzi, di più, le loro stesse sensazioni. Riesce a far percepire, anche a te che non ci sei mai stato, il freddo e il silenzio di un interminabile inverno nel Wisconsin, il rumore del ghiaccio sotto gli stivali, la temperatura della neve a gennaio.
Riesce a raccontare quella disperazione, quell'entusiasmo, quella gioia e quel dolore assoluti, senza condizioni, che si possono provare solo a quindici o sedici anni, né prima, né dopo.
Riesce a farti stare con il fiato sospeso quando Craig e Raina si incontrano, e stanno per perdersi, e si ritrovano. E, quando (dopo oltre 400 pagine) finalmente fanno l'amore, riesce a farti ricordare esattamente che cosa hai provato tu, quella volta che ti sei svegliato e avevi la faccia proprio nell'incavo caldo tra i suoi seni, e hai deciso che, di tutti i posti nell'universo, quello sarebbe stato il tuo. E riesce a farti venire il magone quando nel finale... okay, okay, il finale non si rivela.
Insomma, Craig Thompson è un narratore vero. E “Blankets” è un capolavoro della graphic novel dello scorso decennio.

domenica 14 novembre 2010

happy birthday, tusitala


Home is the sailor, home from the sea,
And the hunter home from the hill.


(epitaffio sulla tomba di R. L. Stevenson)



Scusami, sono arrivato in ritardo. Era ieri che compivi 160 anni.
Comunque, devo dire che te li porti bene.
Ricordi, ci incontrammo fra le pagine dell'Isola del tesoro, traduzione di Libero Bigiaretti, l'editore non me lo ricordo più, l'anno nemmeno.
Mi lasciasti fulminato.
Poi ti reincontrai parecchie volte: Il ragazzo rapito, Il diavolo nella bottiglia, Il signore di Ballantrae, Il padiglione sulle dune, Dottor Jekyll e Mister Hyde, Nei mari del Sud, Olalla, La spiaggia di Falesà.
Non mi hai mai deluso. Non hai mai scritto una frase sciatta o scontata, non hai mai cannato un finale.
Qualche idiota ti considera ancora uno "scrittore per ragazzi". Lascialo perdere.
Uno che se ne intendeva, invece, scrisse che "sembrav[i] raccogliere la parola giusta sulla punta della penna, come uno che giochi a shanghai". Aveva ragione.
So che riposi in cima a una montagna, laggiù nei Mari del Sud. Beato te. Splendido panorama, presumo.
E allora auguri, Tusitala, e alla prossima.

(nell'immagine: John Singer Sargent,
Ritratto di Robert Louis Stevenson con la moglie
, 1885)

sabato 13 novembre 2010

venerdì 12 novembre 2010

fisiologia della felicità


La stitichezza è l'origine principale della tetraggine. Come capisco il Grande Secolo con la sua mania dei clisteri e delle purghe. La cosa cui l'uomo stenta maggiormente a convincersi è d'essere un sacco d'escrementi a due zampe. A questo solo una defecazione felice, abbondante e regolare potrebbe porre rimedio, ma con quanta avarizia un simile favore ci viene concesso!

(Michel Tournier, Il re degli ontani)

giovedì 11 novembre 2010

recensioni in pillole 71 - "La pianura in fiamme"

Juan Rulfo, La pianura in fiamme, Einaudi 1990 (173 pp.)

C., che in Messico ci è vissuta per tanto tempo (anche se non sull'arido Llano Grande descritto da Rulfo, bensì dall'altra parte, vicino alle giungle dove abitano i discendenti dei Maya), dice che Rulfo bisogna leggerlo in originale, perché usa lo spagnolo popolare messicano, e leggerlo in traduzione è come leggere Verga o Gadda tradotti. Rimedierò.
Comunque, il nome di Rulfo l'ho sentito per la prima volta, mi pare, in una raccolta di recensioni di Italo Calvino. Il libro non so più dove e quando l'ho comprato, ma l'ho letto perché ero in viaggio e mi serviva qualcosa che rispondesse a due requisiti: leggero, che non pesasse in valigia (prima cernita, in base a dimensioni e peso) e scorrevole, da potersi leggere in mezzo a caos e rumore (seconda cernita, in base all'appeal immediato degli incipit).
Quella che Rulfo descrive in questi diciassette brevi racconti (raramente al di sopra della decina di pagine) è un'umanità elementare, schiava di una natura soverchiante, spietata, e di una miseria che pare ancor più eterna e ineluttabile della natura stessa. Gli uomini di Rulfo si esprimono per gesti assoluti, pre-coscienti, fisiologici, e l'autore li descrive con un linguaggio che, nella sua concisione e durezza, assume un'intensità lapidaria, una fissità quasi allucinata.

mercoledì 10 novembre 2010

lezione di critica



http://www.youtube.com/watch?v=YP1-DcfFWJs


Che può farsene il mondo del jazz di una critica che decide quale debba essere il suo concetto di appartenenza, quali i suoi confini, quale il suo statuto, quali i parametri della sua evoluzione? Che può farsene il "campo" jazzistico di una critica che ancora pensa di poter disegnare una topologia del "lecito" e dell"'illecito," o anche solo del conveniente e del non conveniente? Niente. A meno che questa critica non riesca a ripensare la sua funzione, a ripensare il rapporto che essa intrattiene col jazz iniziando a considerarlo non un semplice "oggetto" (anche un oggetto culturale, dunque più che dignitoso), ma un vero e proprio "soggetto," qualcosa cioè dotato di una volitività, di un'alterità e di una necessità che non devono nulla alle nostre preoccupazioni, nemmeno a quelle motivate da sincero attaccamento.

(Giorgio Rimondi - l'articolo completo si può leggere qui)

martedì 9 novembre 2010

recensioni in pillole 70 - "Logicomix"

Apostolos Doxiadis / Christos H. Papadimitriou / Alecos Papadatos / Annie Di Donna, Logicomix, Guanda, 2010 (352 pp., 23 €)

Sì, lo so, non se ne può più: ormai di graphic novels ne spuntano di nuove ogni giorno, come funghi. Però questa è diversa.
Inizia con gli autori (a proposito, sono quasi tutti greci, come si capisce dai nomi; i primi due sono professori universitari di matematica negli Stati Uniti e hanno scritto i testi; il terzo ha disegnato le pagine nitide ed espressive di questo libro; la quarta è la moglie del terzo, è francese e ha realizzato la colorazione); inizia, dicevo, con gli autori che discutono sulla possibilità di realizzare questo libro (sì, lo so, meta-fumetto, se n'è visto a bizzeffe: ma questo qui è diverso).
Insomma, quel che c'è di diverso è che il soggetto di questa graphic novel è nientedimeno che la matematica. Anzi, peggio. La branca più astratta e astrusa della matematica, quella che confina più strettamente con la filosofia: la logica.
La sfida di “Logicomix” è proprio questa: trasformare la logica in narrazione. Sfida vinta, lo dico subito, soprattutto perché il libro prende come protagonista uno dei più grandi logici e matematici del Novecento, Bertrand Russell, che fu anche una personalità complessa e affascinante.
Scienziato geniale (scrisse il suo opus magnum, i “Principia Mathematica”, a meno di quarant'anni), ma anche uomo multiplo e sfaccettato: matematico di formazione, ma anche appassionato di filosofia, nato da famiglia aristocratica, ma di idee politiche radicali, leader di movimenti pacifisti, alfiere del libero amore e della pedagogia non autoritaria (in tempi ancora non sospetti).
Attraverso le conversazioni tra gli autori, veniamo a poco a poco a scoprire la biografia, soprattutto intellettuale, di Russell, lo seguiamo nella sua inquieta ricerca, all'inseguimento dei principi primi della matematica, di un sapere che gli assicuri un fondamento conoscitivo solido e incrollabile. Incrociamo i maggiori matematici del Novecento, ne conosciamo genialità e meschinità.
Insomma, la sfida (vinta) di “Logicomix” è quella di creare un romanzo grafico lungo più di trecento pagine, incentrato su questioni filosofico-matematiche tra le più ardue che mente umana abbia mai concepito, completo di glossario e bibliografia finale, e di rendere il tutto leggibile e appassionante quanto un thriller o una spy-story.
Anzi, come veniamo a scoprire nelle ultime pagine, ci sono nessi sottili e segreti che uniscono Eschilo con Bertrand Russell. Non foss'altro che per queste piccole ma geniali illuminazioni, il libro meriterebbe di essere letto.

lunedì 8 novembre 2010

8 novembre 1987



http://www.youtube.com/watch?v=UdceKu89SxY


Lo ammetto: gli U2 non li ho mai sopportati. Non mi piace la loro musica e non riesco a reggere Bono. Antipatie personali, punto e basta.
Però devo ammettere che ci vogliono le palle, per fare un discorso come quello che fa Mr. Hewson in questo video.
Il tour è quello, celeberrimo, di “Rattle and Hum” (1987), che insieme al successo mondiale di “Joshua Tree” li consacrò nell'Olimpo delle rockstar internazionali. È l'8 novembre 1987, gli U2 sono in America, a Boston, città che ospita una delle più antiche e prospere comunità irlandesi d'oltreoceano. Proprio quel giorno, l'IRA aveva compiuto uno dei suoi più feroci attentati: una bomba aveva ucciso undici civili protestanti, che partecipavano a una manifestazione in memoria dei caduti della Prima Guerra Mondiale.
Bono introduce così “Sunday Bloody Sunday”:

Eccoci qui, gli irlandesi in America.
Gli irlandesi vengono in America da anni, fin dalla Grande Carestia, quando gli irlandesi fuggivano dalla fame e dal governo inglese, al quale non poteva fregare di meno, fino ad oggi: sapete, ci sono più immigrati irlandesi oggi in America che mai, alcuni illegali, altri legali.
Molti di loro fuggono dalla forte disoccupazione, dai disordini in Irlanda del Nord, dall'odio degli H-Blocks [nome con cui è conosciuto il carcere di Long Kesh, nel quale furono detenuti molti militanti dell'IRA], dalle torture, altri da selvaggi atti di terrorismo, come ne abbiamo avuti oggi in un paese chiamato Enniskillen, dove undici persone giacciono morte, e molte di più ferite, in una domenica, maledetta domenica.


La performance è potente, tesa, commossa. Ma il bello deve ancora venire.
C'era (e c'è) chi ha interpretato “Sunday Bloody Sunday” come una canzone a sostegno della lotta per l'indipendenza irlandese. Ma qui, a circa metà del brano (4'08” del video), mentre gli altri tre continuano a suonare, Bono pronuncia (anzi: urla) una rabbiosa condanna della violenza, di qualunque parte politica:

Lasciatemi dire una cosa.
Ne ho abbastanza degli irlandesi-americani che non tornano nel loro paese da venti o trent'anni e che vengono da me a parlarmi della resistenza, della rivoluzione laggiù a casa. Della gloria della rivoluzione, della gloria del morire per la rivoluzione.
FANCULO LA RIVOLUZIONE!
Non parlano della gloria di uccidere per la rivoluzione.
Qual è la gloria nel prendere un uomo dal suo letto e sparargli davanti alla moglie e ai figli? Dov'è la gloria in tutto ciò?
Dov'è la gloria nel mettere una bomba durante una parata del “Remembrance Day”, con dei vecchi pensionati che per l'occasione hanno tirato fuori e lucidato le loro medaglie? Dov'è la gloria in tutto ciò? Nel lasciarli moribondi, o storpi per la vita, o morti sotto le macerie di una rivoluzione che la maggioranza della gente del mio paese non vuole?
MAI PIU'!!


Le famiglie di Bono e degli altri componenti della band erano in Irlanda e, in seguito a quest'episodio, ricevettero minacce da parte dell'IRA. Ciò nonostante, gli U2 decisero di inserire comunque il brano nel video ufficiale della tournée.
Chapeau.

domenica 7 novembre 2010

un sogno (frammento)


C'è con me una donna (E.?); dice di fare la traduttrice.
Con aria severa prende una pagina stampata, la strappa in striscioline, le strofina su una piccola pietra piatta; poi le mette in bocca e le mastica. Alla fine, estrae dalla bocca una pallottolina di carta impastata di saliva, dove si leggono frammenti di lettere e parole, la posa sul tavolo e va via.

(Il resto del sogno è svanito appena sveglio.)

sabato 6 novembre 2010

recensioni in pillole 69 - "Come si ascolta il jazz"

Ben Ratliff, Come si ascolta il jazz, minimum fax 2010 (242 pp., 16 euro)

Negli ultimi anni, la Minimum Fax si sta specializzando nel campo del jazz. Dopo la lunga serie di autobiografie di jazzisti (Miles Davis, Duke Ellington, Chet Baker, Dizzy Gillespie, Count Basie, Enrico Rava, Louis Armstrong), esce ora, a firma del critico musicale Ben Ratliff, questo gustoso libretto.
Che ha l'unico neo di avere un titolo un po' infelice, che può far venire in mente quei manuali a base di “how to...” che infestano le librerie americane. Invece, l'idea è diversa.
Ratliff è partito dalla domanda che, prima o poi, ha tormentato chiunque si sia occupato di interviste musicali: come far uscire i musicisti dal loro guscio? Come evitare che l'intervista si trasformi in un banale echeggiamento dei comunicati stampa, o nella ripetizione di fatti e opinioni già declinati decine o centinaia di volte?
L'idea di Ratliff è l'uovo di Colombo. Sono musicisti? E dunque lasciamo che parlino di musica. Musica selezionata da loro stessi e ascoltata insieme all'intervistatore. Con un'unica condizione: che non si tratti di musica propria, ma altrui. Per il resto, la scelta è completamente libera.
Ecco dunque che Sonny Rollins parla di Fats Waller, Coleman Hawkins, Charlie Parker e Lester Young; Andrew Hill chiede di ascoltare Earl Hines e Dave Brubeck; Ornette Coleman esplora musica asiatica ed ebraica; Bob Brookmeyer si appassiona a Witold Lutoslawki, Wayne Shorter a Ralph Vaughan Williams; e Metheny chiede dischi di Sonny Rollins, Miles Davis, Tom Jobim, ma anche una fuga di Bach. E così via.
Producendo giudizi e opinioni spesso sorprendenti, non di rado illuminanti.
Ratliff riporta i resoconti di quelle conversazioni con lo stile piano e brillante tipico della divulgazione anglosassone (e che, purtroppo, suona sempre un po' strano, quando è reso nel nostro pomposo e ciceroneggiante idioma, al di là della qualità della traduzione).
Consigliato a chiunque ha sempre visto i musicisti sull'alto di un palco, e ha voglia, una volta tanto, di gettare uno sguardo sul “dietro le quinte” della loro creatività.

venerdì 5 novembre 2010

trentacinque


Trovo sul blog di Antonio questo brano di Dino Buzzati.

Probabilmente tutto è nato nella redazione del Corriere della Sera. Dal 1933 al 1939 ci ho lavorato tutte le notti, ed era un lavoro piuttosto pesante e monotono, e i mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se fosse andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo uomini, alcuni della mia età, altri molto più anziani, i quali andavano, andavano, trasportati dallo stesso lento fiume e mi domandavo se anch’io un giorno non mi sarei trovato nelle stesse condizioni dei colleghi dai capelli bianchi già alla vigilia della pensione, colleghi oscuri che non avrebbero lasciato dietro di sé che un pallido ricordo destinato presto a svanire.


E mi sorprendo delle sincronicità, di come ognuno di noi si creda individuo e sia invece l'anello di un'eterna catena di generazioni e degenerazioni, la cui sequenza si ripete tediosamente, mortalmente uguale.
Tra il 1933 e il 1939, Buzzati aveva tra i 27 e i 33 anni. Nel 1940, a 34, avrebbe pubblicato “Il deserto dei Tartari”.
Io ne ho 35, compiuti. Saranno 36 a marzo.
Dire che, a 35 anni, non ci si sente più “giovani”, oggi come oggi fa un po' ridere. Oggi si è “ragazzi” fino a 40, 45.
Però.
Però ci si specchia e si spera che quella ruga di traverso alla guancia sia frutto delle troppe risate di ieri sera, quella tra la tempia e la fronte derivi dall'intensa concentrazione. Ci si domanda perché quel dolorino da contrattura agli intercostali ci metta tanto a passare. Non sono ancora segnali d'allarme, solo paturnie; forse. Ma ci sono.
Ti chiedi se sia colpa tua o se è qualcun altro che ti ha inculato.
Perché sei sul crinale, a metà tra quello che stava per diventare uomo e quello che starà per diventare un quarantenne, e la strada ce l'hai davanti, è quella, non si scappa.
E pensi che avresti tutto per essere felice, due bambini bellissimi, una moglie che ti ama e vive solo per te, una casa, un lavoro, gente che ti stima e che ti vuole bene. Però ti prendono pensieri assurdi, illogici, masochisti: strade non percorse, corpi che non potrai mai sfiorare.
Ti dici che questa strada l'hai scelta tu, che qualunque altra in fondo non sarebbe mica migliore. Però certi scorci di città sconosciute, certi sorrisi di donna, ti si piantano nelle viscere come bisturi.
Pensi che in fin dei conti sei un gran coglione, che fuori della porta di casa c'è un pomeriggio d'autunno pieno di luce e di colori, e che faresti meglio a spegnere il computer, prendere su tua figlia e portarla a correre per i prati.

giovedì 4 novembre 2010

il mondo ci ama


Pensavo alle recenti figure di merda che ci ha fatto fare il Silvio, a Ruby e al bunga-bunga e al "meglio questo che gay".
E mi è venuto in mente che lo scorso weekend ero a Manchester, a parlare in un convegno.
Si parlava del lavoro degli interpreti/mediatori culturali, professione importantissima (pensate ad esempio alle scuole con bambini stranieri, agli immigrati interrogati in questura o processati nei tribunali, alle tante donne straniere che partoriscono nei nostri ospedali...) e che all'estero è riconosciuta e regolata con concorsi, albi pubblici, ecc. ecc.
Qualcuno mi ha chiesto come fosse regolata la professione in Italia. E io ho dovuto ammettere che non è regolata, che esistono le scuole ma non sono legalmente riconosciute, che non c'è un albo professionale e che comunque moltissima gente lo fa senza averne le qualifiche.
"Insomma, la situazione è piuttosto nebulosa", ho concluso.
Risata generale.
"Come del resto un po' tutto, in Italia", ho aggiunto.
Nessuno ha avuto niente da ridire.

Insomma, pensavo che il Silvio non sta lì per caso. Sta lì per una logica, consequenziale catena di cause ed effetti.

mercoledì 3 novembre 2010

lampi - 78



Sì, scrivo poesie, ma almeno mi vergogno.

martedì 2 novembre 2010

erotion


Erotion ("amoruccio") era una piccola schiava a cui Marziale era, evidentemente, molto affezionato, e che morì bambina. Compare in due epigrammi, dei quali questo è il più bello.


Epigrammi, V, 34

A te, padre Frontone, e a te, madre Flaccilla, affido
questa bambina, baci miei, mia delizia,
perché non spaventino la piccola Erotion le ombre nere
e le fauci mostruose del cane infernale.
Stava appena per uscire dal freddo del suo sesto inverno,
ma altrettanti furono i giorni che le mancarono.
Fra due custodi così carichi d'anni ora giochi scherzosa
e con la bocca incerta cinguetti il mio nome.
Non sia dura la zolla che ricopre le tenere ossa, e su di lei,
terra, sii leggera, come lo fu lei su di te.

* * *

Hanc tibi, Fronto pater, genetrix Flaccilla, puellam
oscula commendo deliciasque meas,
parvola ne nigras horrescat Erotion umbras
oraque Tartarei prodigiosa canis.
Impletura fuit sextae modo frigora brumae,
vixisset totidem ni minus illa dies.
Inter tam veteres ludat lasciva patronos
et nomen blaeso garriat ore meum.
Mollia non rigidus caespes tegat ossa, nec illi,
terra, gravis fueris: non fuit illa tibi.

lunedì 1 novembre 2010

recensioni in pillole 68 - "Gioventù senza Dio"

Ödön von Horváth, Gioventù senza Dio, Bompiani 2003 (151 pp., € 8,60)

Questo è uno di quei casi di cui parlavo tempo fa, di un libro che mi ha letteralmente chiamato, al di là di qualunque considerazione. L'ho comprato qualche anno addietro, senza conoscerne nulla: forse mi ha colpito il nome dell'autore, forse il titolo, forse semplicemente la copertina, chissà.
Solo in seguito ho appreso che von Horváth (1901-1938) era figlio illegittimo di un diplomatico ungherese, che era nato a Fiume, cresciuto tra Germania e Impero Austroungarico e vissuto tra Vienna e Berlino. Nel 1938, dopo l'Anschluss, andò in esilio volontario a Parigi, dove morì a soli trentasette anni, schiacciato da un albero caduto durante un temporale. È noto soprattutto per i suoi drammi di denuncia sociale; questo breve romanzo uscì nel 1938, presso un editore di Amsterdam.
La “gioventù senza Dio” del titolo sono i ragazzi venuti su durante il nazismo, educati sotto il maglio della propaganda del Partito, che li ha trasformati in piccole belve, capaci di picchiare un compagno per il solo divertimento di rubargli il pranzo.
L'io narrante è un giovane professore di storia. Ha trentaquattro anni, i suoi alunni quattordici, ma li separa un abisso incolmabile. Gli alunni, già pronti a trasformarsi entusiasticamente in carne da cannone per il Reich, disprezzano il suo idealismo e i suoi ideali umanitari; lui li osserva con rabbia fredda, impotente. La stessa rabbia con cui guarda ai suoi connazionali che hanno accettato il nazismo – chi per convinzione, chi per vigliaccheria, chi per convenienza – e anche a se stesso, che per guadagnarsi il pane scende ogni giorno a patti con l'odiosa, grottesca follia del regime.
Ma un caso di coscienza (un delitto, la necessità di salvare un innocente e smascherare un colpevole) gli farà capire che forse non tutto è perduto, che una scintilla di morale e di umanità (un Dio?) può ancora esistere.
Scrittura secca, fulminante, che spesso si torce in bagliori espressionisti. Una bella scoperta.