domenica 31 maggio 2009

connessioni


Capita, a volte, che le cose mostrino relazioni inaspettate e quasi inspiegabili.

Ad esempio, leggo in un'intervista a Branford Marsalis: “Quando parli con i musicisti [jazz di oggi], non ti parlano mai di emozione, è come se tutto d'un tratto diventassero atei. Sono terrorizzati da quel concetto”.
E poco dopo: “Se chiedo a un musicista: 'Conosci questo pezzo?' e lui comincia a snocciolare sequenze di accordi, allora quello è uno con cui non voglio lavorare. Perché per me la musica è fatta di melodia, non di armonia. È questo che mi dà fastidio in tanti pezzi di jazz moderno: non c'è melodia”.

Ripenso a quando una mia conoscente mi aveva fatto leggere un suo pezzo, nel quale parlava di alcuni jazzisti che lavoravano in un centro per il recupero di bambini traumatizzati tramite la musicoterapia, e io avevo detto di averlo trovato “quasi commovente”, e lei aveva replicato che non era sicura del proprio stile, e in quanto al commuoversi “non sono sicura nemmeno di questo (anche se di fatto in quell'evento mi sono commossa e non poco, è stato fantastico!), anche qui a volte ho pensato che stavo per superare il confine e finire nel 'neo-romantico'”.

E ripenso anche a quanto mi diceva un amico compositore: che si era stufato di scrivere pezzi seriali in cui le note regolarmente saltabeccavano da un'ottava all'altra e stava cercando di recuperare un po' di melodia.

E infine pensavo a una mia annotazione di qualche tempo fa, in cui ipotizzavo che uno dei fili rossi del Novecento fosse la "colpevolizzazione del bello".

Mi pare che ci sia qualche filo a connettere tutto ciò, anche se non saprei ben dire qual è.

sabato 30 maggio 2009

i poponi

Quando ero piccolo, al mio paese, le figurine dei calciatori Panini si chiamavano "i poponi". Non ho mai capito perché, e chissà se si dice ancora.
"Fare i poponi", ossia collezionare le figurine, scambiarsele, mercanteggiare, vincerle al gioco, era la principale attività socioeconomica dei vicoli sanseveresi: "che li fai, i poponi?" era una delle domande più frequenti che ti potevi sentir rivolgere se incrociavi un tuo coetaneo seduto sulle scale di casa, in uno di quegli interminabili pomeriggi estivi dei primi anni Ottanta.
L'altra, ovviamente, era di fare a cazzotti, per stabilire le gerarchie.
Io non facevo i poponi e non sono mai stato capace di far male a una mosca.
Praticamente, un emarginato.

venerdì 29 maggio 2009

racconti dell'età del jazz 5 - Altrove


Il concerto più bello della mia vita l’ho visto per caso.
A quei tempi c’era un localino a Perugia dove facevano spesso jam-session (ora credo sia diventato una pizzeria o un disco-pub); io che, beata giovinezza, pensavo ancora di poter essere un decente pianista jazz, ci andavo una sera sì e una no.
(continua su "La poesia e lo spirito")

giovedì 28 maggio 2009

i sogni son desideri


Vorrei poter dire a mia figlia: quando avrai la mia età starai meglio di quanto sto io.
Vorrei poter votare un partito con cui sono d'accordo almeno al 75%.
Vorrei poter votare per qualcuno, e non sempre contro qualcuno.
Vorrei poter dire: il mio voto serve a qualcosa.
Vorrei essere governato da qualcuno di cui non mi vergogno.
Vorrei poter tornare al Sud senza vergognarmi e senza sentire l'impulso di scappare.
Vorrei poter dire che il governo israeliano pratica l'apartheid senza che mi diano dell'antisemita.
Vorrei poter dire che Hamas è un branco di pazzi pericolosi senza che mi diano del sionista.
Vorrei che nessuno al mondo si sentisse in diritto di mettere il dito su un grilletto, per nessuna ragione.
Vorrei vivere in un mondo senza guardie e senza ladri.
Vorrei che i soldi venissero considerati per quel che sono: un male necessario; necessario, ma pur sempre un male.
Vorrei che la cultura venisse considerata per quel che è: l'unico mezzo di cui disponiamo per non soccombere l'uno sotto gli artigli dell'altro.
Vorrei vivere in un paese dove pagare le tasse, tutte le tasse, sia considerato un merito, e non una coglionata.
Vorrei vivere in un paese dove le tasse, tutte le tasse, escano dalle mie tasche per entrare, in un modo o nell'altro, nelle mie tasche o in quelle di chi ne ha più bisogno di me.
Vorrei poter dire che pubblico articoli su un sito gestito da un prete di Roma senza che il mio coltissimo e intelligentissimo amico mi lanci uno sguardo di sorpresa e di ironica commiserazione.
Vorrei che la Chiesa si facesse un po' più i fatti suoi.
Vorrei che tanti intellettuali smettessero di essere ossessionati da quel che fa la Chiesa.
Vorrei che si smettesse di imporre il velo alle donne e di infibulare le bambine.
Vorrei che si smettesse di dire che il preservativo non serve a niente.
Vorrei che papi e imam smettessero di pensare alle copulazioni altrui.
Vorrei non vedere tette e culi ogni volta che apro internet (o magari solo se e quando scelgo io di farlo).
Vorrei che si smettesse di dire: se fanno le puttane l'hanno scelto loro, non è mica colpa mia.
Vorrei che gente come Borghezio e Calderoli fosse nelle patrie galere, e non al governo.
Vorrei che i nostalgici del bolscevismo e della rivoluzione proletaria fossero al loro posto: nel passato.
Vorrei poter leggere su un giornale: sì, certo, qualcuno è andato a Salò anche in buona fede, e qualcuno ha fatto la Resistenza anche per interesse personale, ma alla fine i partigiani l'Italia l'hanno liberata, e ne hanno fatto una democrazia.
Vorrei sapere chi ha fatto cadere l'aereo a Ustica, chi ha messo le bombe a Bologna, a Piazza della Loggia, sull'Italicus, chi ha ucciso Kennedy, Martin Luther King e Malcolm X, chi ha sparato sui contadini a Portella della Ginestra, chi era davvero il mostro di Firenze, che fine ha fatto Mauro De Mauro, chi ha davvero ucciso Pasolini, chi ha sempre protetto Licio Gelli e soprattutto vorrei sapere perché invece non lo saprò mai.
Vorrei che Cesare Battisti fosse estradato e processato in Italia, ma vorrei che lo stesso impegno fosse applicato per far estradare Delfo Zorzi.
Vorrei che la Sinistra dicesse cose di sinistra.
Vorrei che, quando la Sinistra è al potere, facesse cose diverse dalla Destra.
Vorrei un'alternativa.
Vorrei poter dire liberamente che detesto il calcio e che il vino mi fa schifo.
Vorrei che, quando vengo tamponato da un carabiniere, la stradale e l'assicurazione diano ragione a me.
Vorrei vivere in un paese dove una persona venga giudicata per quel che fa, e non per quel che dice di voler fare.
Vorrei vivere in un paese dove una persona venga giudicata per quel che fa, e non per le idee o la religione che professa, o per il colore della pelle, o per l'accento con cui parla.
Vorrei che una persona fosse considerata prima di tutto un essere umano, e poi, in second'ordine, un italiano o un tunisino o un cinese o un finlandese.
Vorrei non sentir più dire “tanto lo fanno tutti”.
Vorrei non sentir più dire “sei troppo onesto”.
Vorrei che Fabrizio Corona fosse un perfetto sconosciuto.
Vorrei che l'Italia fosse un paese serio.
Vorrei che ognuno fosse in grado di vergognarsi davanti a se stesso più che davanti agli altri.
Vorrei che la società fosse “io e te insieme” e non “io contro di te” o “io e te contro di lui”.
Vorrei che, se un poveraccio ne ha più bisogno di me, ottenga una TAC prima di me che sono il figlio del primario.
Vorrei non provare l'impulso di ammazzare chi mi taglia la strada.

Vorrei un mondo che non esiste e che forse non esisterà mai.

mercoledì 27 maggio 2009

noi e loro

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano non solo perchè poco attraenti e selvatici ma perchè si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.
[...]
Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare.
Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia.
Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

(Da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912).

martedì 26 maggio 2009

morenika



Ho sentito questa canzone su un disco del jazzista israeliano Avishai Cohen, e non riesco a levarmela dalla testa.
E' cantata in ladino, che non è quello delle valli friulane, ma la lingua nota anche come "judezmo", ossia l'antico spagnolo misto di parole ebraiche che gli ebrei spagnoli, scacciati dopo la Reconquista, portarono in Nord Africa, Medio Oriente, Balcani, Mar Egeo.
Qui c'è Cohen che la esegue dal vivo (il finale è in ebraico), e di seguito una versione più tradizionale:




Morenika (tradizionale sefardita, XV secolo?)


Morettina mi chiamano
io nacqui bianca
e il sole dell'estate
mi ha resa così

Morettina, sei graziosa
tu morettina io grazioso
e tu con gli occhi neri

Morettina mi chiamano
i marinai
se mi chiamano un'altra volta
andrò con loro

Morettina, sei graziosa
tu morettina io grazioso
e tu con gli occhi neri

Morettina mi chiama
il figlio del re
se mi chiama un'altra volta
andrò con lui

Morettina, sei graziosa
tu morettina io grazioso
e tu con gli occhi neri

lunedì 25 maggio 2009

a un giovane comunista (1951)


Ho in casa - come vedi - un canarino.
Giallo screziato di verde. Sua madre
certo, o suo padre, nacque lucherino.

E’un ibrido. E mi piace meglio in quanto
nostrano. Mi diverte la sua grazia,
mi diletta il suo canto.
Torno, in sua cara compagnia, bambino.

Ma tu pensi: i poeti sono matti.
Guardi appena; lo trovi stupidino.
Ti piace più Togliatti.
Umberto Saba

(Nell'immagine: Carlo Levi, "Ritratto di Umberto Saba")

sabato 23 maggio 2009

(in)sofferenze

Ieri sera, all'ora di cena, su MTV, l'integrale di un concerto del divetto liofilizzato Marco Carta. Le canzoni, pura immondizia pop. Lui, orribilmente stonato. Il pubblico (di adolescenti), in delirio.
Stamattina, sempre su MTV, il video di una nana macrocefala che risponde al nome di Giusy Ferreri. La canzone consisteva in massima parte di singulti e strascicamenti vocali. Il ritornello, unica parte decifrabile, suonava più o meno: "que-e-e-e stave-tta chenna sca-llaa", che, mi è parso di capire, in italiano standard equivarrebbe a "questa vita che è una scala", qualunque cosa voglia dire. Il resto erano grumi fonetici di oscura origine.
Quest'immondizia c'è sempre stata, mi direte voi, e ha sempre avuto successo.
Però io continuo a soffrire.

recensioni in pillole 15: "Pasolini"

Davide Toffolo, “Pasolini”, Coconino Press 2005, 151 pagg., 14 €

“La biografia, genere pernicioso”, scrivevo qualche giorno fa recensendo un altro fumetto, guarda caso anche quello della Coconino Press. E tanto più pernicioso se il soggetto è Pier Paolo Pasolini, e non sto nemmeno a spiegare il perché.
Meno male che Davide Toffolo (classe 1965, friulano come PPP, fumettista ma anche leader della band punk dei Tre Allegri Ragazzi Morti) sceglie di non fare una biografia, ma piuttosto la cronaca del suo incontro con Pasolini.
Ora, che Davide Toffolo possa aver incontrato Pasolini può darsi, ma l'incontro raccontato nel fumetto avviene nel 2002, e il protagonista è un tizio conosciuto su internet, che si fa chiamare “sig. Pasolini”, è identico a PPP nell'aspetto e nella voce e parla citando le parole originali di PPP in saggi e interviste. Un mitomane? Un'allucinazione di Toffolo? Chissà, e comunque non importa.
Quel che importa è che il fumetto è un confronto di Toffolo con Pasolini, con il suo scandalo, la sua poesia, le sue provocazioni. Toffolo ripercorre i luoghi di PPP, conversa con il sig. Pasolini e inserisce di straforo una serie di sogni, visioni, scene simboliche che culminano in un sacrificio cruento in cui Toffolo, letteralmente, smembra Pasolini.
Opera intellettuale? Cervellotica? Simbolismo astruso? Neanche per idea. Perché Toffolo riesce a raccontare tutto ciò in maniera lineare, spoglia, priva di qualunque autocompiacimento, con un segno scarno, bianchi e neri netti sfumati da retini e mezzetinte. Raggiungendo così il risultato secondo me più eccezionale dell'opera di PPP: fondere il più astratto intellettualismo con la fisicità più carnale.
“Forse l'ho trovato”, pensa nel finale il Toffolo-personaggio, “di sicuro lui ha trovato me”.

venerdì 22 maggio 2009

balla che ti passa

Il rap, l'hip-hop, non mi hanno mai destato particolare interesse, quindi le mie conoscenze sono poche e frammentarie. Però ho spesso la sensazione che i migliori tra quanti praticano questi generi abbiano un'inventiva linguistica, una capacità di giocare con le parole, una forza narrativa e icastica che manca a molta della più (im)paludata musica leggera in circolazione.
Caparezza, ad esempio, è uno che ho sempre trovato interessante. Non solo è pugliese, e quindi ha dalla sua un indubbio vantaggio genetico, ma dispone di un'ironia graffiante e ben mirata, che per me è uno dei sintomi più chiari dell'intelligenza.
Questo è un testo in cui mi riconosco, parola per parola.
(Lettura consigliata: Francesco Dezio, "Nicola Rubino è entrato in fabbrica", Feltrinelli 2004)



I delfini vanno a ballare sulle spiagge
Gli elefanti vanno a ballare in cimiteri sconosciuti
Le nuvole vanno a ballare all'orizzonte
I treni vanno a ballare nei musei a pagamento
E tu dove vai a ballare?

Vieni a ballare in Puglia
Tremulo come una foglia
Tieni la testa alta quando passi vicino alla gru
Perché può capitare che si stacchi e venga giù

Ehi turista so che tu resti in questo posto italico
Attento tu passi il valico ma questa terra ti manda al manicomio
Mare Adriatico e Ionio
Vuoi respirare lo iodio ma qui nel golfo c'è puzza di zolfo
Che sta arrivando il demonio
Abbronzatura da paura con la diossina dell'ILVA
Qua ti vengono pois più rossi di Milva
E dopo assomigli alla Pimpa
Nella zona spacciano la moria più buona
C'è chi ha fumato veleni all'ENI
Chi ha lavorato ed è andato in coma
Fuma persino il Gargano con tutte quelle foreste accese
Turista tu balli e tu canti
Io conto i defunti di questo Paese
Dove quei furbi che fanno le imprese
No non badano a spese
Pensano che il protocollo di Kyoto sia un film erotico giapponese

Vieni a ballare in Puglia
Dove la notte è buia
Tanto che chiudi le palpebre e non le riapri più
Vieni a ballare e grattati le palle pure tu
Che devi ballare in Puglia
Tremulo come una foglia
Tieni la testa alta quando passi vicino alla gru
Perché può capitare che si stacchi e venga giù.

È vero qui si fa festa
Ma la gente è depressa e scarica
Ho un amico che per ammazzarsi
Ha dovuto farsi assumere in fabbrica
Tra un palo che cade ed un tubo che scoppia
In quella bolgia si accoppa chi sgobba
E chi non sgobba si compra la roba e si sfonda
Finché non ingombra la tomba
Vieni a ballare compare nei campi di pomodori
Dove la mafia schiavizza i lavoratori
E se ti ribelli vai fuori
Rumeni ammassati nei bugigattoli
Come pelati in barattoli
Costretti a subire i ricatti di uomini grandi
Ma come coriandoli
Turista tu resta coi sandali
Non fare scandali se siamo ingrati
E ci siamo dimenticati d'essere figli di emigrati
Mortificàti non ti rovineremo la gita
Su passa dalla Puglia passa a miglior vita

Vieni a ballare in Puglia
Dove la notte è buia
Tanto che chiudi le palpebre e non le riapri più
Vieni a ballare e grattati le palle pure tu
Che devi ballare in Puglia
Dove ti aspetta il boia
Agli angoli delle strade spade più di re Artù
Si apre la voragine e vai dritto a Belzebù

O Puglia Puglia mia
Tu Puglia mia
Ti porto sempre nel cuore quando vado via
E subito penso che potrei morire senza te
E subito penso che potrei morire anche con te

giovedì 21 maggio 2009

non c'è più religione

Pensavo di averle viste tutte, ma Sherlock Holmes con il nunchaku proprio mi mancava.

life is our cause

Ma chi l'ha detto che le canzoni d'amore devono essere sempre tragiche, o smielate, o romanticone?
L'amore può anche essere gioia, pura gioia.



Sono su una strada solitaria e sto viaggiando
Viaggiando viaggiando
In cerca di qualcosa, che cosa mai sarà
Oh, un po' ti odio, un po' ti odio
Un po' ti amo
Oh, ti amo quando mi dimentico di me
Voglio essere forte voglio continuare a ridere
Voglio appartenere ai vivi
Viva, viva, voglio alzarmi e chiacchierare
Voglio distruggermi le calze tuffandomi da un juke-box
Vuoi, vuoi, vuoi
Ballare con me, tesoro?
Vuoi provarci
Forse con me troverai una dolce storia d'amore tesoro
Beh, fatti avanti

Tutto ciò che voglio faccia il nostro amore
È tirar fuori il meglio di me e anche di te
Tutto ciò che voglio faccia il nostro amore
È tirar fuori il meglio di me e anche di te
Voglio parlare con te, voglio farti uno shampoo
Voglio rinnovarti ancora e ancora
Applausi, applausi, la vita è la nostra causa
Quando penso ai tuoi baci
La mia mente è un'altalena
Non vedi, non vedi, non vedi
Come mi fai male tesoro
E allora anch'io ti faccio male
E tutti e due diventiamo tanto tristi

Sono su una strada solitaria e sto viaggiando
In cerca della chiave che mi liberi
Oh, la gelosia, l'avidità sono ciò che dipana
Ciò che dipana
E disfa tutta la gioia che potrebbe esserci
Voglio divertirmi, voglio splendere come il sole
Voglio essere quella che tu vuoi vedere
Voglio farti un maglione
Voglio scriverti una lettera d'amore
Voglio farti sentire migliore
Voglio farti sentire libero

mercoledì 20 maggio 2009

leonardo sinisgalli - 3


CANTO DI UNA FANCIULLA
IN ATTESA DELLE NOZZE


lo sono già molle
e mi voglio sposare.
Ho la casa lavata,
una treccia d'agli,
una cesta di cipolle.
E una zucca piena di sale pestato.

* * *

SERENATA

Vorrei essere un galluccio di gennaio
per cantare tutta la notte
dietro la tua porta, bella mia.
Non farla dormire, mio Dio,
fa che mi ascolti e si affacci.
«Chi sei tu che canti?» - E tu
viola che spunti tra i ghiacci?
Sono un galluccio forastico:
sei la pollastra che dorme sola.

* * *

PIANTO ANTICO

I vecchi hanno il pianto facile.
In pieno meriggio
in un nascondiglio della casa vuota
scoppiano in lacrime seduti.
Li coglie di sorpresa
una disperazione infinita.
Portano alle labbra uno spicchio
secco di pera, la polpa
di un fico cotto sulle tegole.
Anche un sorso d’acqua
può spegnere una crisi
e la visita di una lumachina.

* * *

MONETE ROSSE

I fanciulli battono le monete rosse
contro il muro. (Cadono distanti
per terra con dolce rumore.) Gridano
a squarciagola in un fuoco di guerra.
Si scambiano motti superbi
e dolcissime ingiurie. La sera
incendia le fronti, infuria i capelli.
Sulle selci calda è come sangue.
Il piazzale torna calmo.
Una moneta battuta si posa
vicino all'altra alla misura di un palmo.
Il fanciullo preme sulla terra
la sua mano vittoriosa.

martedì 19 maggio 2009

angoscia



Da anni continuo a litigare con un'amica che mi dice di non voler ascoltare la musica di Ornette Coleman perché la trova "angosciosa".
Ora, che la musica di Ornette possa non piacere, non discuto, ma vi invito ad ascoltare questa e a provare a dirmi che è "angosciosa".
Si chiama "Dee Dee", ed è sul capolavoro del 1965 "Live at the Golden Circle, Vol. 1".

"non c'è più niente da fare"

domenica 17 maggio 2009

bella stagione 4 - kalenda maya



Calendimaggio,
né foglia di faggio,
né canto d'uccello,
né fiore di giglio
v'è che mi piaccia,
nobile donna gaia,
finché un veloce
messaggero io non abbia
della vostra bella
presenza, che mi ritragga
un piacere nuovo,
che mi doni amore
e gioia
e mi porti
a voi, donna sincera;
e crepi
di rabbia
il geloso, prima che io mi distolga...

(Raimbaut de Vaqueiras)

venerdì 15 maggio 2009

leonardo sinisgalli - 2


Nato a Montemurro (Potenza) nel 1908, morto a Roma nel 1981, Leonardo Sinisgalli fu una figura per certi versi singolare.
Rimase sempre molto legato ai luoghi della sua infanzia, e in particolare alla casa natale nella località chiamata Libritti, ma visse quasi tutta la vita tra Milano e Roma e partecipò alla vita culturale nazionale. Era laureato in ingegneria, e pare avesse avuto la possibilità di lavorare con Enrico Fermi, ma preferì dedicarsi all'attività letteraria (esordì nel 1927 con la raccolta di poesie "Cuore").
Collaborò anche, in veste di pubblicitario, con aziende come la Pirelli, l'Olivetti, l'ENI e l'Alitalia. Nel 1953 fondò "La Civiltà delle Macchine", una rivista in cui cercava di far convivere le sue due formazioni, quella scientifica e quella letteraria.
Partito dalla lezione ungarettiana, si rivolse poi verso una poesia che trae ispirazione dalla Lucania della sua infanzia.
Di seguito qualche altro suo testo.


* * *

LA CIVETTA DELLA NEVE

Vengono anch'essi a scaldarsi
accanto al camino i vecchi Dei.
Viene intirizzita a chiederci asilo
la civetta della neve.

* * *

VOI MI CHIAMATE

Voi mi chiamate verso la luna
dagli abbaini di Bra.
«Siedi anche tu, bevi e ridi»
tra pipe e tarocchi e le scure
bottiglie di barbera. Dietro le spalle
i sonagli delle corti,
il gluglu dei tacchini,
la dolce tromba distrettuale.
Allungo il braccio a te Cordero
tra i fantasmi in subbuglio
nella notte cisalpina.
L'avete vista anche voi
la grande luna del 16 luglio?

* * *

VISITA AGLI ETRUSCHI

Non vollero rose sulle mense
ma pasti sanguigni
e intorno giuochi per adulti.
Ripararono il loro inferno
dal sole e dal vento salato,
vi si tapparono come dentro un pollaio.
Nella fossa di tufo,
stretta camera d'amore,
scintillano gli occhi furbi,
lo scettro vermiglio
e i glutei del manfiorita.

* * *

INVITO

Esci con la paletta
ora che scuro è il giorno,
chiedi cenere e brace
alla porta del forno.
Se il fuoco ti si spegne
dài la colpa alla legna,
se la gonna ti brucia
dài la colpa alla lucciola.

* * *

LIBRITTI

Dietro le case di Libritti
nell'afrore delle vecchie vinacce
il ragazzo sognava le sue cacce
premeva le viscere sui garretti.

giovedì 14 maggio 2009

le parole sono pietre


L'infame fogliaccio diretto da Mario Giordano ha dato la notizia di un'onoreficenza che Lamberto Dini riceverà il 10 giugno presso l'ambasciata giapponese in Italia. E fin qui tutto bene. Solo che il Farinelli del giornalismo ha avuto la felice idea di dare la notizia in questi termini:

«Lambertow fa incetta di consensi tra i musi gialli giapponesi. Va infatti a Lamberto Dini un premio che Tokyo riserva ai cittadini stranieri: il Gran cordone dell’Ordine del sol levante».

Provocando, com'è ovvio, una richiesta formale di scuse da parte dell'ambasciatore giapponese.

Qualche tempo fa, l'altrettanto infame fogliaccio diretto da Vittorio Feltri ha pubblicato un simpatico quiz intitolato "Chi è più razzista?", che potete leggere qui.
Io rinuncio a commentarlo perché mi mancano le parole.
Mi limito a far notare che il pezzo era incorniciato a destra da un'agiografia di Berlusconi e a sinistra da un pezzo in cui Marcello Veneziani ribadiva che che il governo di destra "non deve legittimare l'imbarbarimento" ma "porre limiti, come in tutti gli stati civili, all'immigrazione clandestina", che i fenomeni xenofobi sono "minoritari" e "folcloristici", che si tratta "non di razzismo, ma di rozzismo".

L'unica cosa che mi chiedo è: ma questa gente ci lavora, con le parole. E' possibile che non si renda conto? E, se se ne rende conto, come fa a dormire tranquilla la notte? Come fa a guardarsi allo specchio, la mattina?

recensioni in pillole 14: "Fats Waller"

Igort & Sampayo, "Fats Waller" (Coconino Press, 2004, € 15)

Autori e protagonisti di questo fumetto non avrebbero, come si suol dire, bisogno di presentazioni. Però facciamole lo stesso.
Igort (nome d'arte del cagliaritano Igor Tuveri, classe 1958) è una delle icone della scena fumettistica “alternativa”: esordì nei primi anni Ottanta su riviste come “Frigidaire”, “Alter”, “Metal Hurlant”, e attualmente dirige la Coconino Press, una delle migliori case editrici di fumetto in Italia. Consigliatissima, per chi non lo conosce, la sua graphic novel “Cinque è il numero perfetto” (Coconino Press 1998).
Carlos Sampayo è il genio che, insieme a José Muñoz, creò il personaggio di Alack Sinner e trasformò il fumetto in un flusso di coscienza dove i pensieri di un passante o un dettaglio in un angolo di una vignetta possono essere importanti quanto e più della “storia” o dei “dialoghi”.
Fats Waller, infine, fu uno dei geni assoluti del pianoforte jazz, un virtuoso come ce ne furono pochi (e non solo nel jazz), ma essendo nero venne sempre relegato nella parte del clown, dell'entertainer che faceva ridere il pubblico con la sua stazza, la sua parlantina, la sua mimica facciale e le sue bombette di sghimbescio. Compose un numero spropositato di canzoni, bevve come una spugna, mangiò come una botte, seminò mogli e figli e morì a soli 39 anni in circostanze tragicomiche.
Igort e Sampayo resistono alla tentazione di fare una biografia, genere pernicioso quant'altri mai, e preferiscono montare scene della vita di Waller, dell'ambiente musicale dove si muoveva, delle persone che incontrava, con quelle di altri personaggi che agiscono in varie parti del mondo (l'Italia fascista, la Spagna della guerra civile, l'Austria hitleriana), tutti uniti dal fil rouge della musica di Fats.
Igort adotta uno stile leggero, geometrico, non-naturalistico nella sua semplificazione formale, e colora i disegni con tinte spente e piatte, giocate tra il seppia, il grigio, il bluastro e il rosso pompeiano.
Ne viene fuori una narrazione obliqua, lampeggiante, dall'intensità quasi onirica.

mercoledì 13 maggio 2009

beatles 2 - nothing is real


Questo l'ho trovato per caso, girovagando su YouTube.
La canzone è "Something" di George Harrison, che com'è noto è su "Abbey Road", l'ultimo vero disco dei Beatles, dato che "Let It Be" uscì dopo ma fu realizzato in sessioni precedenti e pubblicato con pesanti interventi di Phil Spector in post-produzione.
E' noto anche che quando fu inciso "Abbey Road" i Beatles non si parlavano quasi più: John era perso nei suoi deliri lisergici, George nei suoi viaggi indiani. Paul era l'unico che si impegnò sul serio nel progetto, e il povero Ringo immagino abbia fatto da parafulmine per tutto ciò. Gran parte del disco fu inciso in tracce separate e poi sovrapposte, e i quattro si ritrovarono insieme solo un paio di volte. Eppure è il loro estremo capolavoro.
Ma di tutto ciò nel video non c'è ombra.
Ci sono solo loro quattro con le rispettive donne, in mezzo ai campi. C'è John con gli occhi spiritati insieme a Yoko Ono che pare un guerriero di Gengis Khan, ci sono Paul e Ringo barbutissimi (di Ringo in pratica esce fuori solo il naso) con gentili signore, entrambe bruttine a dire il vero, c'è George con un look nazareno e la moglie Pattie che è la più carina delle quattro e sembra un elfo di porcellana.
L'atmosfera è molto Flower Power, e la canzone ovviamente è stupenda.
Godetevela.

martedì 12 maggio 2009

differenze



Le recenti dichiarazioni berlusconiane sull'Italia multietnica sono una chiara dimostrazione di quale sia la reale differenza tra lui e la Sinistra.
Berlusconi ha sempre avuto un sicuro intuito per la vera essenza della comunicazione pubblica, che non si basa sul ragionamento ma sulla suggestione, non sui distinguo ma sull'impatto, non sulle sottigliezze ma sui cazzotti argomentativi. La parola politica non prospera sul terreno fine e delicato della logica, ma su quello grasso e fecondo dei memi, delle metafore sintetiche, dei pensieri precotti.
“Italia multietnica” non è né una definizione, né un'analisi, né tantomeno una posizione politica: è uno spauracchio verbale. Berlusconi, con il fiuto del piazzista, ha individuato immediatamente la parola, “multietnica”, attorno alla quale si coagulano una serie di potentissime connotazioni secondarie: la paura del diverso, dello sconosciuto, del potenzialmente infetto, la difesa del territorio, il ritorno alle radici, il corazzamento dentro il proprio usbergo identitario. Detto da lui, “non vogliamo un'Italia multietnica” evoca tutta una processione di frasi-fantasma: se ne stiano a casa loro, qui i padroni siamo noi, quelli rubano, stuprano le nostre figlie, sono musulmani, difendiamo la fede cattolica, mamma li turchi.
Inutile ribadire con sottili disquisizioni, con appelli alla tolleranza e all'amore fraterno. Un ragionamento si svolge nel tempo, richiede attenzione e sforzo. Due parole come “Italia multietnica” si schiantano sull'ascoltatore sollevando uno scroscio di paure irrazionali e di istinti animaleschi.
La pancia viene prima del cervello, e anche prima del cuore.

bella stagione 3 - orazio


Odi, I, 4

Si scioglie l'aspro inverno, il Favonio riporta l'amata primavera,
gli argani trascinano in acqua le chiglie asciutte,
le bestie non riposano più nella stalla, né l'aratore davanti al camino
e sui prati non biancheggia più la brina.

Venere Citerea guida le danze alla luce della luna
e a turno le belle Grazie intrecciate alle Ninfe
battono a terra il piede, e Vulcano accaldato
sorveglia le fatiche dei Ciclopi.

Ora si deve cingere con il mirto la testa rilucente
o con i fiori, che ci offre la terra libera dal gelo,
ora si deve sacrificare a Fauno nei boschi ombrosi,
sia che chieda un'agnella o che preferisca un capretto.

La Morte pallida bussa a tutte le porte e non distingue
le baracche dei poveri dai palazzi dei re. O felice Sesto,
la vita è breve e non ci è concessa una lunga speranza;
già ti incalza la notte, le ombre dei morti

e la casa solitaria di Plutone, dove non più
i dadi ti eleggeranno re del convito
né ammirerai il grazioso Licida, che oggi fa ardere
i giovani, e presto scalderà i cuori delle vergini.

lunedì 11 maggio 2009

i racconti dell’età del jazz 4 - a casa di Louis


Come al solito: le cose più importanti si fanno sempre all’ultimo momento.
In due mesi a New York avevo visitato tutto il visitabile, dall’Empire State Building a Ground Zero, dal Metropolitan al Guggenheim (il MoMA no, perché era chiuso e in riallestimento), dalla Statua della Libertà a Central Park, per non parlare dei miei pellegrinaggi notturni nei templi del jazz e delle mie quotidiane flâneries in giro per Brooklyn o per il Greenwich Village o per i dintorni di Washington Square. Eppure mi mancava una delle cose che mi interessavano di più: la casa di Louis Armstrong.
Mi decisi proprio il giorno prima di partire.
La giornata non era delle migliori, anzi a dirla tutta era uno dei giorni più brutti da quando ero a New York. Era l’inizio di novembre e nei giorni precedenti aveva soffiato un vento gelido: di colpo l’autunno si era trasformato in un inizio di inverno, e ora al freddo si era aggiunta una pioggerella molesta, sottile, appiccicosa. Tutta Manhattan era immersa in un’umidità deprimente e il cielo era color fango.

domenica 10 maggio 2009

leonardo sinisgalli - 1

Non so perché non si parla mai di Leonardo Sinisgalli.
Forse non sarà tra i grandi del Novecento, ma le sue poesie ricordano quelle del suo conterraneo più famoso, Rocco Scotellaro, per la concretezza delle immagini riprese dalla realtà contadina lucana.
Ho trovato un po' di sue poesie in giro e mi piaceva condividerle.
Questa è la prima.


* * *

PASQUA 1952

Le sere d'aprile son fredde e tristi
quaggiù nei cameroni di casa mia.
Mio padre si muove appena tra il focolare
e la latrina. Lo portiamo a braccia, lo svestiamo
gli sciogliamo le scarpe per farlo dormire.
Le pendici del Serino sono ancora bianche di neve.
Ci siamo tappati nelle stanze, a stento
ci arrivano dalla piazza i rintocchi dell'orologio
Il fumo ci arrossa gli occhi,
è umida di bosco la legna mortacina.

Cristo risorgerà dal sepolcro di iris,
i messaggeri ce l'hanno annunziato
bussando alle imposte.
I piccoli pastori ci portano i primi
asparagi dalle spinete, l'ortolana
scalza è entrata con un cesto di fiori di rape.

Aspettavo da trent'anni una Pasqua
tra i fossi, il muschio sopra i sassi,
le viole tra le tegole. Ma i morti
dormono nelle bare di castagno,
sugli archi delle stalle e dei porcili,
sulle crociere delle cantine e dei pollai.
Fanno fatica ad abbandonare per sempre
le nostre sedie, i nostri letti,
dove vissero tanti anni di lenta agonia.

Lungo le strade gli stracci
neri delle vesti sono più silenziosi.
Un gruppo d'uomini brucia col ferro
il grumo di veleno nella bocca dell'asino.

M'ero messo in viaggio verso una Pasqua
in fiore, incontro al Cristo purpureo
che solleva il coperchio di grano bianco
cresciuto nelle grotte.

Tutto quello che io so non mi giova
a cancellare tutto quello che ho visto.
I fanciulli soffiano sul carbone
perché dal piombo fiorisca
il simulacro della rosa.

Vanno e vengono per casa le visitatrici
a portarci i sarmenti per il fuoco,
le ceste d'uova, le parole di cordoglio.

C'è sempre nelle stanze il ricordo
di un lutto recente o il gemito
di un vecchio malato.
Mio padre ha il sangue greve.
Si duole della sua immobilità.
Lo caricheranno sulle spalle i miei nipoti
e un giorno, un tiepido giorno di là da venire
lo porteranno alla vigna. Lo porteranno
a mezza costa, sulla sedia
di braccia intrecciate.

Ci è toccata questa valle, questa valle
abbiamo scelta per tornarci a morire.
Dove Gesù risorgerà con molta pena
noi speriamo ardentemente di sopravvivere
nel cuore dei congiunti e dei compagni,
nel ricordo dei vicini di casa e di campo.

Come fischiano le rondini
intorno alla chiesa di San Domenico
semibuia il giovedì delle tenebre!

sabato 9 maggio 2009

più chiaro di così...


"La Sinistra in passato ha accolto tutti gli immigrati, dimostrando che il suo fine era quello di creare un'Italia multietnica. La nostra idea è completamente diversa".
(Silvio Berlusconi, al TG1 di stasera)

rimpatri

Oggi avevo intenzione di parlare di tutt'altro (dei Beatles, tanto per dire), ma questa storia è agghiacciante.
L'altroieri, 7 maggio 2009, nel CIE (Centro di Identificazione ed Esplusione, in pratica gli ex-CPT) di Ponte Galeria, a Roma, è stato trovato il cadavere di una donna tunisina di nome Nabruka Mimuni, suicida.
Pare avesse una quarantina d'anni, che fosse in Italia da parecchio tempo (20 o 30 anni, a seconda delle fonti), regolarmente impiegata, ma che avesse perso il lavoro e quindi il permesso di soggiorno. Due settimane fa era in questura per rinnovarlo, quando la polizia l'ha arrestata e portata al CIE. Oggi avrebbero dovuto espellerla.
Si è suicidata per non tornare in un paese dove non voleva tornare.
In questo articolo di Nazione Indiana trovate il link a un'intervista a una donna che la conosceva, anche lei reclusa nello stesso CIE, realizzata da Radio Blackout, una radio anarchica di Torino.
Ho controllato un po' su Internet, la notizia è autentica. Ovviamente nessun TG ne ha parlato; qualche giornale ha pubblicato due righe sulla notizia (pare che su Repubblica ci fosse scritto che era stata arrestata per spaccio, ma non ho controllato).
In compenso, proprio oggi Maroni ha annunciato orgogliosamente che chiunque tenti di entrare in Italia sarà rispedito indietro, senza controlli, senza nemmeno appurare se si tratta di profughi politici, di rifugiati di qualche tipo.
E la Lega ha proposto di istituire carrozze separate in metropolitana (per fortuna, la proposta era troppo vergognosa persino per il PdL: ma non è ancora detto, aspettiamo e si vedrà).
Qualche tempo fa Michele Serra scriveva che "quasi tutti i Paesi europei hanno un partito xenofobo: è un fenomeno fisiologico in epoca di grandi migrazioni. Noi siamo il solo Paese in cui quel partito fa parte del governo. I Borghezio, in Europa, sono un problema delle questure. Da noi sono al potere".

giovedì 7 maggio 2009

canzoniere brasiliano 1 - le donne di chico

Più esploro la musica di Chico Buarque, più mi rendo conto della sua assoluta centralità nella storia della musica brasiliana. Chico è un poeta, un musicista, una persona di tale profondità e complessità che ridurlo nella definizione di “cantautore” sarebbe come pensare a Michelangelo come a uno scalpellino e a Pelé come a uno che prendeva a calci un pallone.
Quando si affacciò sulle scene musicali, a metà anni Sessanta, poteva sembrare uno dei tanti cloni di Jobim, De Moraes e João Gilberto che in quegli anni pullulavano per il Brasile. E in effetti la derivazione bossanovistica era innegabile: il canto a mezza voce, le armonie sofisticate, il gusto per le liriche preziose.
Ma in lui c'era molto di più, e in Brasile non avrebbero tardato ad accorgersene...
(continua su Nazione Indiana)

mercoledì 6 maggio 2009

consigli

La vita di Lord Philip Dormer Stanhope, quarto conte di Chesterfield (1694-1773), fu un monumentale fallimento; ma le sue "Lettere al figlio", piene di consigli ora saggi ora ironici sul savoir vivre, traboccanti di brillanti aforismi sulla società e sulla vita umana, restano uno dei testi più arguti e penetranti del Settecento inglese. Ognuno ne tragga le conclusioni che preferisce.

* * *

Una mente debole è come un microscopio: ingrandisce le cose futili, ma è incapace di percepire quelle grandi.

Il saggio vive a misura della sua intelligenza, così come delle sue rendite.

Non fidarti di coloro che ti amano sulla base di una conoscenza superficiale e senza alcuna ragione visibile.

A volte mi dò consigli ammirevoli, ma sono incapace di seguirli.

Non dò mai consigli su problemi di religione e di matrimonio, perché non voglio avere sulla coscienza i tormenti altrui, in questo mondo o nell'altro.

L'inferiorità è quel che ti piace nei tuoi migliori amici.

Non apparire mai più intelligente né più istruito delle persone con cui sei. Indossa la cultura, come l'orologio, in una tasca nascosta, e non tirarla fuori e non mostrarla solo per far sapere che ce l'hai.

I politici non amano né odiano. È l'interesse, non il sentimento, a guidarli.

Il sesso: piacere momentaneo, posizione ridicola, spesa deprecabile.

Meno cose uno ha da fare, meno tempo trova per farle.

I ricchi sono sempre prodighi di consigli con i poveri, ma i poveri raramente ricambiano il favore.

Non c'è niente che gli uomini sopportino con più insofferenza, o perdonino meno, che il disprezzo: si dimentica prima una ferita che un insulto.

Per governare gli uomini, non bisogna sopravvalutarli.

Qualunque cosa sia degna di esser fatta, è degna di esser fatta bene.

Quando una persona è alla moda, tutto ciò che fa è giusto.

Chiunque va di fretta dimostra che ciò che sta facendo è troppo grande per lui.

I giovani tendono a considerarsi abbastanza saggi, proprio come gli ubriachi tendono a considerarsi abbastanza sobri.

Sii più saggio degli altri, ma non farglielo sapere.

martedì 5 maggio 2009

beatles 1 - schegge

Si potrebbero dire un sacco di cose su queste due canzoni.
Ad esempio ci si potrebbe chiedere chi fosse la ragazza che mandò John in bianco e dove lui abbia acceso quel focherello finale con il legno norvegese (in un camino? o in tutto l'appartamento?),
oppure si potrebbe parlare del sitar di George che si affaccia timidamente sulla scena della popular music.
Oppure si potrebbe dire di quella volta che i Fab Four, insieme ai Byrds e a Peter Fonda e a un bel po' di ragazze non meglio identificate, si fecero un trip di acidi nella loro villa di Beverly Hills, poi si misero a chiacchierare in una enorme vasca da bagno vuota e Fonda cominciò a raccontare di quando da piccolo era stato sul punto di morire per un colpo di pistola e disse che lui “sapeva che cosa vuol dire essere morto”, e John si spaventò a morte e gli disse di piantarla e per esorcizzare la paura ci scrisse sopra la canzone. O ancora si potrebbe parlare del drumming ipercinetico del sempre vituperato Ringo Starr.
Ma in fondo che importa? Meglio presentarle così, come piccole schegge di purissimo cristallo, immacolati gioiellini pop.
(Cliccare sui titoli per ascoltare le canzoni)

* * *

Legno norvegese

Una volta ebbi una ragazza,
o dovrei dire che una volta lei ebbe me.
Mi mostrò la sua camera:
buono, vero? Legno norvegese.

Mi chiese di restare
e mi disse di sedermi da qualche parte,
quindi mi guardai intorno
e notai che non c'era una sedia.

Sedetti sopra un tappeto,
mi presi il mio tempo, bevetti del vino.
Parlammo fino alle due
poi lei disse: è tempo di andare a letto.

Mi disse che la mattina lavorava
e cominciò a ridere.
Le dissi che io no
e me ne andai a dormire in bagno.

E quando mi svegliai
ero solo, l'uccellino era volato via.
Perciò accesi un fuoco.
Buono, vero? Legno norvegese.

* * *

Lei disse lei disse

Lei disse: lo so com'è essere morti
lo so che cos'è essere tristi.
Mi fa sentire come se non fossi mai nato.

Io dissi: chi ti ha messo queste cose in testa?
Cose che mi fanno sentire matto
e mi fai sentire come se non fossi mai nato.

Lei disse: non capisci che cosa ho detto
io dissi: no, no, no, ti sbagli.
Quando ero ragazzo
tutto era a posto.

Io dissi: anche se tu sai quel che sai
io so che sono pronto ad andarmene
perché mi fai sentire come se non fossi mai nato.

Lei disse: non capisci che cosa ho detto
io dissi: no, no, no, ti sbagli.
Quando ero ragazzo
tutto era a posto.

Io dissi: anche se tu sai quel che sai
io so che sono pronto ad andarmene
perché mi fai sentire come se non fossi mai nato.

Lei disse (lei disse)
lo so com'è essere morti (lo so com'è essere morti)...

lunedì 4 maggio 2009

sillogismi


La mia nipotina di quattro anni.
"Papà, se io mangio cresco, se cresco divento grande, e le persone da grandi invecchiano e muoiono e volano in cielo. Quindi io non mangio, perché se non mangio non cresco, e se non cresco non muoio".

(Il giorno prima aveva chiesto alla mamma se prima o poi anche lei sarebbe volata in cielo, e al "sì" della mamma era scoppiata in un pianto disperato.
Io l'ho sempre detto che i bambini sono dei geni).

tre poesie di Davide Rondoni


Di Davide Rondoni avevo già parlato.
Questo è quel che ho trovato, e ognuno giudichi da sé.

* * *

Bartolomeo

Quando anche tu ti fermerai in questo grande
autogrill e il viso stanco
vedrai rapido
sui vetri, sull'alluminio del banco,

sarà una sera come questa
che nel vento rompe la luce
e le nubi del giorno, sarà
un grande momento:
lo sapremo io e te soli.
Ripartirai
con un lieve turbamento, quasi
un ricordo e i silenzi delle scansìe di oggetti,
dei benzinai, dei loro berretti,
sentirai alle tue spalle leggero
divenire un canto.

La felicità del tempo è dirti sì,
ci sei, una forza segreta
uno sgomento ti fa, non la mia
giovinezza che cede, non l'età
matura, non il mio invecchiamento -
la nostra vera somiglianza
è là dove non si vede.

Mio figlio, mio viaggiatore,
sarà il tuo inferno, la tua virtù
questo udito da cane o da angelo
che sente all'unisono il giro dei pianeti
e la pastiglia cadere nel bicchiere
due piani sotto, dove due vecchi
si accudiscono.
Sarà questo amore strepitoso
tuo padre, quello vero.

Fermati ancora in questo autogrill,
dal buio mi piacerà rivederti...

* * *

Via Vizzani, Bologna

I colori accesi del video sbiadiscono -
sta salendo l'alba
nel riquadro della finestra,
in una stanza dai mobili ancora provvisori,
in questa città italiana e feroce.
Miller scrisse
che saremmo tutti divenuti Rimbaud
e stanotte si è alzata
la mia sensibilità come un fischio
d'erba alle labbra di un giovane dio.
E ora che forza
il bianco dei primi grandi lenzuoli
appesi ai balconi, che stracci
di sonno nei rami degli alberi,
che eternità nella linea chiusa degli occhi
di mia moglie e che annunci
nel battito in gola dei colombi.
Ci sono notti gravi come stragi
e altre leggere come sogni
e notti che passano rapide
come shock in sguardi femminili.

Solo ora, nella luce interna dell'alba,
mi accorgo che qualcosa si è mosso
al centro dell'universo,
quella maglia l'ha rotta
una prima saetta di rondine,
un velo dal cielo forse s'é scosso
rivelando un azzurro estremo,
o era in moto la sotterranea faglia.

(Oppure il sorriso mezzo scemo di un angelo
coi sacchetti della spesa
che ho visto salire di spalle
sul primo tram,
il venticinque ancora grande e vuoto...)

* * *

Incinta, dice il test

Non chiamarlo, viene
nella sua forza semilucente,
è già una parte del tuo sorriso
viene come il profumo dei boschi,
un niente, il muso improvviso
della lepre, è già una piega
nelle tue mani, siede
sul trono che diventi.

E' un aumento
che ha dismisura di nubi,
fa paura come l'inizio del vento
che piega i rami ma ravviva i colori.
Mio amore bello e pieno di tormento,
la sua impronta è già nella nostra
figura. La felicità
è l'attesa, è il tempo.

domenica 3 maggio 2009

bella stagione 2 - "E poi torna la primavera"


quell’aria cordiale che ci carezza
e bilancia la mancanza
ascolta l’usignolo che canta e ora cala nel nido
si svegliano i cuori gli uni verso gli altri freddi
nell’inverno più lungo e ulcerato
nei mesi ospedalieri
crollate le borse come piramidi di muschio
muti i merli
ci sarà la crescita di ogni cosa viva
si gonfieranno i gusci e le gemme
i rami irromperanno nel cielo
i bulbi cocciuti dei ciclamini esploderanno nei boschi.
Si potrà rimettere i piedi a terra
abitare il nostro luogo
fede è sostanza di cose sperate di cose reali e vere
non verseranno acqua come sangue le viti
per tempo potate e colme
non piangeranno le viti e il cielo ferito.

E il bel tempo ritorna
con i giorni delle primizie le foglie
e i gentili fili d’erba
saranno i giorni freschi come rose saremo liberi dai mali
se la mitezza colmerà le inutili offese
se aumenterà la cura della grazia
potrà sostenere la pazienza sempre più rara
ogni io troppo pieno che non sa indietreggiare
ogni forte che si considera il migliore
e non riuscirà il sibilante disincanto a troncare gli sforzi
di rifare la vita nuova
abbiamo già provat a immaginare l’irruzione nuova
a spalare i relitti dell’inverno al bordo della strada
non ci stancheremo di ripetere lo stesso verso
di mettere toppe e rammendi a quel che va perduto
agli andati veloci via agli anni agli amori
a cucire i graffi e le ferite
saremo risarciti sì se passiamo la soglia dell’inverno.

E poi ritorni a primavera dolce vita intera
visiteremo insieme i luoghi già visitati
indovineremo ancora una volta la bellezza trascorsa
faremo silenzio svegliandoci e faremo ancora silenzio coricandoci
si aprirà sull’Europa un cielo più ampio
si calmeranno gli uomini e le onde solcheremo i mari crespi d’azzurro
non mancheremo di nulla.
Un vento nuovo già scuote e fa ruotare i punti di vista-luce
soffiando su Roma prostrata
saranno cose le parole saranno sbalzate nel bronzo-tempo
non si potrà sempre domare la parola così sacrificata
cacciata dai cambiamonete
si potrà credere ancora e nonostante tutto
nonostante l’uomo-lupo che scorazza libero nell’epoca
nonostante quello che ci hanno trafugato e il tempo tanto eroso
il fango-tramonto che gli occhi punge e fa sempre male
i morti avranno il sole il tocco della luce i poveri i dolci frutti sui rami
verrà sì verrà la vita eterna vera di marzo.

E si udrà il ruggito della belva occidentale
con prontezza di,
con speranza di,
con la morte di,
ci ritroveremo insieme a schivare il controvento
tra le pianticelle cresciute sulle schegge del dolore
per una fresca preghiera di misericordia
per sventagliare l’alfabeto nel cielo celeste
per chiedere a Dio che siano le braccia luminose ali.

Gabriella Sica (da "Le lacrime delle cose", 2009)

sabato 2 maggio 2009

bella stagione 1 - gli alberi


Gli alberi ricominciano a fogliare
come un accenno di cose da dire
e le gemme recenti si disserrano
in un verde simile al dolore.

Forse essi sono nati nuovamente
e noi invecchiamo? No, anche loro muoiono.
Il trucco annuale di apparire nuovi
è scritto in fondo a circoli di vene.

Eppure ancora scuotono gli inquieti
bastioni alla pienezza del Maggio.
Un anno è morto, sembra ci dicano,
e di nuovo si nasce, si nasce, si nasce.

* * *

The trees are coming into leaf
Like something almost being said;
The recent buds relax and spread,
Their greenness is a kind of grief.

Is it that they are born again
And we grow old? No, they die too,
Their yearly trick of looking new
Is written down in rings of grain.

Yet still the unresting castles thresh
In fullgrown thickness every May.
Last year is dead, they seem to say,
Begin afresh, afresh, afresh.

Philip Larkin

venerdì 1 maggio 2009

primo maggio


Dedicata a tutti quelli che, come me, non sono in grado di tenere in mano nemmeno un cacciavite.

* * *

VANGARE

Tra l'indice e il pollice
sta acquattata la penna; solida come un'arma.

Sotto la finestra, un chiaro suono raspante
quando la vanga affonda con fatica nella terra pietrosa:
mio padre che dissoda. Guardo giù

finché, i fianchi tesi tra le aiuole,
si piega, risale vent'anni indietro
dondolando a tempo fra i solchi di patate
dove stava vangando.

Lo scarpone saldo sul vangile, a far leva
fermamente con il manico contro il ginocchio,
sradicava gli alti fusti, spingeva a fondo la lama lucente
per spargere patate nuove che raccoglievamo
amandone la fresca durezza tra le mani.

Santo Dio, il vecchio regge ancora bene la vanga.
Proprio come suo padre.

Mio nonno tagliava più torba in un giorno
di chiunque altro nella palude di Toner.
Una volta gli portai il latte in una bottiglia
tappata rozzamente con la carta. Si rizzò
per berla, poi si rimise subito giù

a incidere e affettare con ordine, issando le zolle
al di sopra delle spalle, su e giù
per la buona torba. Vangava.

L'odore freddo del terriccio di patate, gli schiocchi e i tonfi
della torba fradicia, i tagli bruschi della lama
attraverso le radici vive si risvegliano nella mia testa.
Ma io non ho una vanga per seguire uomini come loro.

Tra l'indice e il pollice
sta acquattata la penna.
Scaverò con quella.

Seamus Heaney